EUROVISIONI

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Sul numero appena uscito di Nuovi Argomenti 

racconto il dramma di imparare a sentirsi europei in un parco giochi.

Ovvero: Ci ritroveremo tutti a Epcot.

 

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Il muso del topo era alto quanto la Torre di Pisa. Gli occhi erano grandi e neri, i baffi affondavano in un prato verde e sterminato. Tutto intorno c’era una recinzione in ferro di almeno due metri che terminava con punte simili a frecce. Sembrava una gabbia.

“Ecco l’ingresso” disse mia madre, indicando verso il sorriso di Topolino. Fra i denti c’erano degli sportelli, assomigliavano ai caselli dell’autostrada. “Andiamo?” domandò, quasi ci fosse scelta, e allora ci incamminammo.

Era il terzo giorno che trascorrevamo a Disneyland, Florida. Mio padre era sull’orlo di una crisi di nervi, guardava le montagne russe e rimpiangeva l’ospedale. Mio fratello – eccitato dalla CocaCola – correva, saltellava, non riusciva neppure a finire una frase che ne iniziava un’altra. Voleva tutto quello che riusciva a vedere. Peluches, spillette, un poncho per la pioggia tutto giallo con, al posto del cappuccio, la testa di Paperino. Mi trascinava da una parte all’altra – dai dai, gridava e poi cominciava a correre – con quella scusa che continua anche oggi a usare: siamo fratelli.

Io avevo quattordici anni, per la testa delle cose che mi sembravano da grande come le giacche di pelle, i braccialetti con le borchie, i tatuaggi e le sigarette. Non volevo saperne di mia madre che, a dispetto dell’età, voleva provare tutto, mi costringeva a fare una giostra con un doppio giro della morte e rideva quando io mi disperavo, rideva quando le confessavo di avere paura. “Di cosa?” chiedeva, ogni volta. “Sono solo dei giochi” ripeteva.

Tutto intorno a noi c’erano americani obesi, donne con i calzini di spugna bianchi e pantaloncini a mezza coscia, ragazzine che facevano sembrare me, cresciuta con le pizzelle di nonna, una sorta di modella pronta per un concorso di bellezza. Tutto intorno c’era un’America sconosciuta, che per noi – italiani in vacanza – era stata quella delle spiagge di Miami, dei tramonti di Naples, degli stradoni di Orlando che sembravano non finire mai. Un’America che aveva i colori sgargianti della scoperta e della novità.

Lucca, con i suoi palazzoni rinascimentali, il corso lungo dai sampietrini sconnessi e le Mura, che la chiudevano al mondo e al futuro da cinquecento anni, a ogni sguardo si faceva più sfocata. Anche Taranto, il lungomare e le cozze non erano che sapori lontani di una provincia italiana incapace di comprendere un mondo troppo grande e troppo diverso per essere descritto con poche parole.

Quella era l’estate dei miei quattordici anni. L’estate della scoperta che esisteva qualcosa di più importante e attraente dell’Italia, di una Roma da cartolina e di una Milano in bianco e grigio, come me la restituivano i ricordi dell’infanzia.

(Continua su Nuovi Argomenti)

 

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Melissa, oggi

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Hanno scritto di lei qualsiasi cosa. Adesso sappiamo il suo colore preferito, come si chiama il suo fidanzatino, che amava scrivere su un diario e postare fotografie e pensieri su facebook. Adesso Melissa non ha più bisogno di un cognome, perché, almeno per oggi, ci basta il suo nome. Ci basta il suo nome per pensare alla sua stanzetta di studentessa di Mesagne, peluches e scrivania. Ci basta il suo nome per pensare alla fatalità, al caso, alla sfortuna. E convincerci che ieri mattina Melissa si trovava al posto sbagliato, al momento sbagliato. Eppure quello era il posto e il momento in cui si trovava da sempre, per tutti i giorni della sua vita. La sua routine di studentessa era quella: sveglia, colazione con il papà piastrellista e la mamma casalinga, autobus. A piedi dalla fermata alla scuola. Cinque ore in classe a inseguire un sogno. O forse soltanto una passione. Forse soltanto una speranza, che fra i casermoni di quelle zone di Brindisi – a Mesagne – vale più di ogni altra cosa. 

Già, hanno scritto su di lei qualsiasi cosa. Sono bastate meno di ventiquattro ore per non farci pensare ad altro. A lei, che è stata portata via da una bomba in un giorno come un altro, un sabato come un altro, da un bastardo. E così, i giornali hanno preso le sue foto da facebook. Le persone, ascoltando la sua storia, hanno pianto maledicendo quella che, alla fine, non è affatto una coincidenza, ma una morte annunciata. Almeno nella testa di quello che ha messo la bomba, all’alba, sperando forse in una mattanza. 

A dirla tutta, però, abbiamo scritto qualsiasi cosa su di lei o, semplicemente, ne abbiamo parlato al bar, sconvolti davanti alle immagini impietose della televisione, ascoltando una radiocronaca in bianco e nero che da Radio1 ci aggiornava in tempo reale da quella che doveva essere, nelle intenzioni, una strage. E poi, abbiamo preso le sue foto da facebook, le abbiamo guardate per vedere quanto era bella Melissa. Come se la bellezza facesse, anche in questo caso, la differenza. Segnasse il confine fra i buoni, e i cattivi. Ma Melissa era bella, e le testimonianze del giorno dopo ce la raccontano anche come dolce e simpatica. Molto sensibile. E così abbiamo pianto. Abbiamo pianto come si fa per una sorella che sbaglia strada, e si perde. Abbiamo pianto perché tutti abbiamo una cugina, un’amica, una zia, una mamma, una nonna che una mattina potrebbe sbagliare strada. Essere al momento sbagliato, al posto sbagliato, anche se per tutti i giorni della loro vita quelli sono stati il momento giusto, e il posto giusto. Abbiamo pianto perché è banale, patetico, ma c’è un’unica verità: non si può morire a sedici anni così, per sbaglio. Vittime di mafia o di follia. Non si deve. Non si può.

Da Cortocircuiti

Cento anni per Joyce Lussu

 

 

Ci sono donne che lasciano alle loro spalle un alone di mistero. E altre che fanno di tutto per svelarli, i segreti della loro vita, e per raccontare le rispettive esistenze attraverso parole e, a volte, bugie. Le autobiografie sono un tema spinoso, ma con Portrait (Asino D’Oro, pp. 145) Joyce Lussu firma un intenso ritratto per fotografie della sua lunga e travagliata vita, fatta più di ombre che di luci. Almeno fino ad adesso.

Nata a Firenze da un conte marchigiano e una nobildonna inglese l’8 maggio di esattamente cento anni fa, Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti ha fatto della sua vita un manifesto politico caratterizzato da una rara determinazione: ha amato la politica quasi quanto i viaggi, non ha mai rinunciato a una battaglia, non ha mai rifiutato di seguire l’istinto e il cuore.

Ha conosciuto bene tanto l’Europa quanto l’Africa, e per amore ha vissuto due volte. Prima come pacata e tranquilla moglie del possidente fascista di Tolentino Aldo Belluigi, poi come passionaria e irrequieta compagna di mister Mill, nome con cui era conosciuto durante i tempi della Resistenza Emilio Lussu. Ed è con Lussu che questa nobile fiorentina dai grandi occhi nocciola diventa antifascista e clandestina. Ed è sempre con Lussu che Joyce matura un senso della politica che è sempre stato germe in lei, e che l’accompagnerà anche durante gli anni della maturità e della vecchiaia. Dalla fine degli anni Quaranta, sarà sempre in prima fila in mille battaglie, di cui non è possibile dimenticare la lunga, intensa, parentesi femminista durante la quale Lussu si fa promotrice dell’Unione Donne Italiane. Come non è possibile dimenticare la sua sfiancante militanza nel Partito Socialista Italiano, che nel 1948 la fa entrare – eccezione più unica che rara – nella direzione.

Portrait, che inaugura la collana di narrativa Omero curata da Maria Gozzetti, è il racconto diretto e appassionante della vita di una donna fuori dal tempo. Il racconto della vita di una donna coraggiosa e instancabile, nonostante tutto, nella ricerca della verità. Una verità che è tutta racchiusa, come spiega Giulia Ingrao nella prefazione al testo, in “pane e lardo, col quarto di vino attorno a cui si discute di politica”. Tutto il resto, sono camicine di lino sottile e parole. Tante, bellissime, sincere, parole.

 

L’articolo è stato pubblicato qualche tempo fa su Il Riformista

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La storia di Federica

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Ci sono storie che parlano direttamente al cuore. È questo il caso di Federica, 35 anni, barese, che ha accettato di raccontare il suo dramma di vittima di violenza e stalking. Di vittima di un amore che sembrava dolce, e che si è trasformato dopo poco in una prigione. In un incubo. L’ha fatto in una lettera che qui potete leggere integralmente, e che racconta meglio di qualsiasi reportage e – forse di qualsiasi dato – quel dramma che è la violenza, ma ancor di più il silenzio e l’omertà. Che racconta cosa vuol dire sentirsi sole, e rendersi conto di esserlo davvero.

 


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Non sono stata da subito “vittima”. Anzi. Lo chiamavo “Il mio Principe” perché era dolce, premuroso, a tratti paterno. Mi faceva regali e mi chiamava in continuazione, un vero e proprio adulatore. L’ho conosciuto tramite un’amica che, andando da lui per alcuni guasti alla macchina, me lo presentò come un suo “carissimo” amico. Lui era appena uscito da una storia molto lunga e la ex aveva fatto le valige ed era andata a vivere a Roma pur di non vederlo. Io ero single da un’anno circa. Passammo un’estate all’insegna del romanticismo, mi copriva di fiori e regali, andammo in vacanza insieme e anche in quella settimana era dolce e premuroso. Al ritorno decidemmo di iniziare una storia, da quella sera notai dei piccoli impercettibili cambiamenti che giustificavo con la stanchezza.

Il primo segno di violenza lo diede quando per una palpatina che ebbi da un mio collega, a cui io avevo già risposto con la classica sberla e l’ammonizione, lui si sentì in diritto di prenderlo a pugni ferendolo in maniera seria. Fui costretta a lasciare quel lavoro e lui mi propose di andare a lavorare insieme a lui nella sua attività aperta da poco. Così cominciò la discesa nell’inferno…

Si può dire che era come se vivessimo insieme: mi veniva a prendere la mattina, c’era la classica colazione al bar, poi si andava ad aprire l’attività, a pranzo stavo da lui a tavola con i genitori e famiglia, il pomeriggio caffè, lavoro, intorno le 21 si tornava a casa sua per la cena. Poi mi chiedeva di accompagnarlo a letto dove lui dormiva e io dovevo stargli accanto con una luce puntata sugli occhi fino all’incirca le 4 di mattina, fin quando non mi diceva che potevo andare, mi dava le chiavi della macchina e io sparivo.

Col passare del tempo diventò sempre più assente nell’attività e morbosamente geloso di me. Ipotizzava numerosi tradimenti con fantomatici tizzi, le liti erano sempre più frequenti. Un giorno litigammo perché era convinto che io stessi flirtando con l’autore di una mail di spam che arrivava in ufficio, aprì l’allegato, che a suo dire era la prova inconfutabile, e si beccò… un trojan!!

Nell’officina mi umiliava urlandomi contro davanti ai clienti, mi mandava a prendere il materiale e mi chiamava per gridarmi che ero lenta. Arrivai a fare la statale a 140 km orari fissi e a farlo parlare col commesso appena arrivavo dal fornitore. Mi urlava sempre, piegandosi su di me come per sovrastarmi.

Poi spariva per mattinate intere. Arrivai ad ipotizzare che fosse lui a tradirmi e, per quello, reagiva al contrario, così la sera di S.Valentino, quando lui parcheggiò la macchina in uno spiazzo per parlare, io con calma gli chiesi se non fosse meglio che ci lasciassimo perché avevo capito che non andava.

Lui non parlò, prese la mia testa e la sbatté forte contro il parabrezza rompendolo. Ricordo solo l’urto e poi il pavimento della macchina. Corsi via spaventata, chiedendo aiuto, entrai nelle stradine, chiamai la mia migliore amica che mi raggiunse sotto casa, ma lui era lì che mi aspettava. Era sereno, sorridente, calmo. Tranquillizzò la mia amica e la invitò ad andarsene.

 

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Appena soli, mi picchiò ancora, dicendo che ero sua e che poteva farmi quello che voleva, mi diceva che non potevo lasciarlo e che il mio posto era in officina, io gli servivo lì!!! Quella notte fu un susseguirsi di fughe, con lui che mi raggiungeva e mi picchiava. Mi rifugiai nella caserma dei carabinieri, sola, spaventata, con gli occhi lucidi, il trucco sciolto, i capelli sconvolti, le ferite, le pedate sui vestiti e loro mi dissero di andare a casa, rilassarmi e calmarmi, e che la mattina dopo sarebbe finito tutto. Mi trattarono come una pazza, e io avevo paura. Mi dissero “poverino, se lo denunci lo rovini”. Mi dissero questo, infischiandosene di come stavo. Ecco una frase che non dimenticherò più.

La mattina seguente mi venne a prendere con dei fiori, mi abbracciò, mi chiese scusa e andammo in quell’officina che per me era diventato un carcere. Da quel momento, le violenze aumentarono esponenzialmente, e ad ogni volta seguivano fiori, regali e fughe d’amore.

Con la mia famiglia non ho mai avuto un grande rapporto, loro si limitavano a guardare e basta, poi in quel periodo ci furono anche dei forti scossoni in casa per alcuni problemi con la chiesa che frequentavamo. E lui usò quei problemi per prendere ancora più potere. Mi diceva che se gli altri (la famiglia e la chiesa) mi facevano del male lui poteva farmene di più.

Lentamente vennero fuori anche le relazioni parallele che aveva: c’era la ragazza che lavorava al bar che frequentavamo che arrivò a dirmelo in faccia (lei diventò la relazione ufficiale dopo che lo lasciai), c’era una amica di comitiva (la sua attuale fidanzata) con cui facevamo cene e uscite in stile lui, lei, l’altra. L’altra ero sempre io. Mi faceva fare il terzo incomodo mentre lui flirtava liberamente, la copriva di complimenti e l’adulava. Mentre lei contraccambiava.

Mi sentivo in prigione. Ebbi una grave depressione, attacchi di panico, prendevo quantità industriali di tranquillanti. Avevo bisogno di calmarmi. Lui, intanto, mi incitava anche a bere perché così, la sera, quando uscivamo con gli amici io ero completamente fuori, mi muovevo in una sorta di trance, in modo da farmi fare qualsiasi cosa da lui di fronte agli amici. Una volta arrivò a lasciarmi sola di notte a Palese per punirmi. Ogni giorno la paura aumentava.

Sopraffatta dallo schifo, dalla paura, alla fine decisi che dovevo farla finita.

Il giorno predestinato avevo scelto il modo, l’ora (appena fossi stata sola in casa) e addirittura anche il vestito da mettermi. Ma qualcosa andò storto. Lui mi mandò a consegnare le fatture in sospeso ai clienti. Quando ebbi finito di sistemarle, entrai in una chiesa nei paraggi e chiesi a Dio aiuto per uscire da quella galera. Non so per quanto tempo rimasi lì dentro a piangere e supplicare.

 

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Quel giorno i miei piani sfumarono, è vero. A salvarmi fu una proposta di lavoro in Germania da un’agenzia on line a cui mi ero iscritta quasi per gioco. Accettai il lavoro, presi contatto con i miei nuovi titolari e feci il biglietto, tutto di nascosto a lui.

Il giorno successivo andai in officina convinta di mettere fine a quella storia che di amore non aveva nulla. Gli restituii le chiavi e lui partì per la tangente, mi picchiò forte, mi prendeva, mi alzava in alto, mi buttava in terra stile wrestling. Per la prima volta, reagii. Gli davo dei morsi alle braccia per far in maniera che mi lasciasse andare. Ma i miei sforzi non valevano niente e quella volta la violenza fu ancora più forte delle altre.

I vicini vedevano, io chiedevo aiuto, ma nessuno è arrivato a soccorrermi. Nessuno.

Quando riuscii ad andarmene mi feci medicare in ospedale, poi tornai alla caserma dei carabinieri ed ebbi la stessa risposta di sempre “poverino, poi lo rovini, e se poi vi rimettete insieme?” e “vai a casa e rilassati, vedrai che finirà tutto”. Mi spiegarono che la denuncia serve solo a creare un precedente perché, se fosse successo qualcosa di peggiore (PEGGIORE???),  lui sarebbe stato il primo indagato. Ma siccome era uno molto conosciuto in paese e ben voluto da molti i carabinieri non se la sentivano di fargli tale sgarbo…

I giorni seguenti non andai in officina nonostante le sue numerose chiamate, che alternavano scuse a ingiurie pesanti, minacce a fiori, promesse di una vita insieme a umiliazioni.

Rimasi chiusa in casa fino a giorno della mia partenza, quando arrivai in Germania buttai finalmente il tranquillante. Mi ero libera, anche se lui continuava a chiamarmi dicendo che io ero partita lasciandolo nei casini al lavoro.

Già, non lamentava la mia mancanza, ma l’assenza dal lavoro.

Passai alcuni mesi in Germania. Lavorava dalle 10 alle 13 ore giornaliere, ma mi sentivo meglio, più leggera, i miei titolari erano dolcissimi, molto comprensivi, il posto era un parco naturale dove la gente andava per rilassarsi. In quel luogo ho potuto riassaporare la tranquillità. Finalmente non avevo più paura.

 

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Tornai in Puglia alcuni mesi dopo perché mio padre sentendo la mia mancanza mi trovò un lavoro. Rincasai il giovedì sera e lui il sabato si fece trovare sotto casa mia con la sua nuova ragazza. Mi trascinarono in un luogo meno illuminato e mi picchiarono, ancora, insieme, mentre io le urlavo che a breve anche lei avrebbe vissuto la stessa esperienza. Le stesse botte, e la stessa paura. Non mi sbagliavo: successe proprio così.

Quella sera stessa andai di nuovo in caserma. Questa volta decisa a denunciarlo, minacciando denunce a chi non voleva aiutarmi. Finalmente mi fecero deporre.

Dal giorno dopo lui però cambiò strategia. Non usò più la violenza. Mi seguiva sempre. Quando andavo e tornavo dal lavoro, quando uscivo con gli amici, quando cominciai la relazione col mio attuale marito, quando ci appartavamo.

Ricordo ancora che, quando andammo a convivere, faceva in modo di entrare nel residence dove vivevamo. Se non poteva lui, mi faceva seguire dalla sua ragazza. Ci è voluta tanta forza per pensare che prima o poi sarebbe finita. Mi dicevo che si sarebbe stancato. Me lo ripetevo senza sosta. Era il pensiero cui avevo bisogno di aggrapparmi.

Un giorno, tornando dalla solita spesa settimanale con mio marito, lo scorgemmo mentre stava per entrare nel cancello per il suo periodico sopralluogo. A quel punto mio marito seccato partì per un vero e proprio inseguimento stile film con tanto di incidente quasi sfiorato da parte del mio ex. Quella fu l’ultima volta, da allora in poi nulla più.

Ma la paura quella intima, nascosta, rimane. L’abitudine di guardarmi attorno temendo di scorgere ancora quello sguardo c’è ancora, soprattutto dopo aver avuto i bambini. Ho cambiato paese, non per lui ma per avvicinarci al lavoro di mio marito, ora sono più tranquilla, vivo sentendomi libera di camminare sapendo di non poterlo incontrare.

Purtroppo non c’è un consiglio, una forma standard da dare a chi si trova nelle medesime situazioni. Si può dire di essere forti, ma in quei momenti non si è mai forti abbastanza. Ti senti venir meno. Hai sentimenti contrastanti tra l’affetto, lo schifo, l’odio e la vendetta.

Le chiavi per sopravvivere allo stalking sono tutte diverse. La mia fu la fede che mi permise di aggrapparmi con tutte le forze e uscire da una situazione orribile.

La vera differenza, però, dovrebbe farla la famiglia. Non posso credere che le famiglie di queste 54 vittime solo nell’ultimo anno non abbiano visto nulla, un segno, un livido, un volto più triste. La famiglia dovrebbe aiutare, supportare, proteggere!

Stamattina sentivo un’intervista allo zio di Vanessa, la ragazza strangolata dal fidanzato, che diceva che se l’avesse avuto lui per le mani chissà cosa glia avrebbe fatto…

Ma quante volte quel ragazzo avrà partecipato a cene di famiglia? a quanti compleanni? Quante volte avranno visto il volto di Vanessa imbronciato per qualche avvisaglia di violenza? E nessuno ha mai fatto nulla per proteggerla.

In questi casi, ad un omicidio non si arriva per un unico raptus, ma per un lento degenerare che spesso dura anni.

Adesso vorrei dire alle “altre”, alle “Ludovica Perrone” della situazione (parlando del caso di Melania Rea) di non insistere, soprattutto quando vedono la psiche dell’uomo vacillare, quando vedono salire le bugie. Domani a giacere morte in un parco potrebbero essere loro!

Vorrei dire alle forze dell’ordine che dovrebbero proteggerci, che noi non siamo delle mantidi religiose che vogliono far fuori il maschio della specie, ma alle volte una notte in caserma potrebbe servire da monito per gli eventi seguenti. Non bisogna aspettare di tumulare un cadavere per parlarne, è facile dire che lo spot di Beppe Fiorello è bello, ma spesso non sono le donne a non voler parlare. Spesso sono gli altri. È la società circostante a farle tacere, a non ascoltare il grido, a girarsi dall’altro lato quando notano una scena di violenza.

Gente che si svende, nel mio caso, per un cambio d’olio o una ricarica d’aria condizionata gratuiti. Gente che diffonde false informazioni per favorire la trasformazione agli occhi del paese di un bruto in un santo, di una vittima in una vipera.

Se dovessi scegliere una frase per descrivere quel periodo userei “un tunnel nero, da dove per fortuna si può uscire”. Nei miei occhi, però, se mi guardi bene, riconoscerai sempre quell’impronta d’ombra che ne rimane.

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Queste belle foto sono di Phoebe Rudomino

Grazie Federica

Da Cortocircuiti


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Il mistero dei rifiuti tossici a largo di Gorgona

 

 

A diciotto miglia da Livorno c’è Gorgona: dieci abitanti, un carcere modello con settanta detenuti e 198 fusti di rifiuti tossici. Sono quelli persi il 17 dicembre scorso dalla nave Cargo Venezia dell’armatore Grimaldi Lines in un punto imprecisato del Tirreno fra l’isola e Livorno. Centonovantotto fusti che complessivamente contengono 40 quintali di catalizzatori esausti a base di monossido di cobalto e molibdeno. A oggi sono stati individuati soltanto 96 barili. Gli altri non si sa che fine abbiano fatto.

Eppure, quella che potrebbe risolversi come una tragedia ambientale, con una contaminazione senza pari per le acque del Mar Tirreno e per le coste della più piccola e sconosciuta isola dell’Arcipelago Toscano, non sembra creare troppe preoccupazioni. Anzi. Tutto è fermo. Tutto, fin dall’inizio, è stato tenuto sotto silenzio. A partire dall’allarme, dato soltanto undici giorni dopo l’incidente.

Per ricostruire questa storia bisogna fare un passo indietro. E, nello specifico, al 17 dicembre 2011, quando la nave Cargo Venezia, partita da Catania con a bordo dei catalizzatori proprietà di una società lussemburghese e provenienti dal polo petrolchimico di Priolo Gargallo di Siracusa, è passata a meno di venti miglia dalle coste di Gorgona.

Il mare, come avevano ampiamente annunciato i bollettini meteo, era in burrasca e quella che con un po’ di fortuna avrebbe potuto essere una traversata faticosa si è trasformata – per usare le parole del governatore della Toscana Enrico Rossi – in «un disastro annunciato».

«Non saprei definire diversamente la perdita dei bidoni tossici dal Cargo Venezia al largo della Gorgona. – ha dichiarato Rossi – E vi spiego perché. Il 15 dicembre il Lamma pubblica le previsioni meteo-marine valide fino alle ore 12 del 17 dicembre scorso: nel tratto di mare intorno alla Gorgona era previsto mare in condizioni proibitive, forti venti e mareggiate con onde alte fino a 5 metri».
Per il comandante Pietro Colotto, a travolgere la Cargo Venezia è però un’onda di dieci metri in grado di determinare una rollata di 37 gradi. Un’onda il cui impatto è stato fissato alle 5.20 del 17 dicembre. Un’onda che ha attraversato la nave e l’ha scossa, inghiottendo due carichi di rifiuti tossici.

Secondo alcune, insistenti, voci, l’impatto era arrivato almeno due ore prima, e già nella notte si discuteva di due semirimorchi in mare. Inutile pensare che del contenuto nessuno sapesse: il trasporto di merci pericolose è caratterizzato da una procedura particolare che comporta la descrizione di carico e di rotta, nonché un preciso monitoraggio durante il viaggio. Ma la scoperta dei 198 barili mancanti non è immediata, e arriva soltanto quando la Cargo Venezia giunge a destinazione nel porto di Genova.

Sulle responsabilità fin dall’inizio Grimaldi Lines non ha dubbi: «La perdita dei due semirimorchi (è stato, ndr) un evento determinato unicamente da un atto di forza maggiore» e «i fusti si sono persi in una manovra decisa dal comandante per salvare vite, oltre che la nave». Fatto sta che un’imbarcazione carica di rifiuti tossici è passata nel bel mezzo del Santuario dei Cetacei, un’area marina protetta istituita dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio che abbraccia acque italiane, francesi e monegasche. Il 3 gennaio, il comandante della Cargo Venezia, Pietro Colotto, è stato iscritto dal sostituto procuratore Masini nel registro degli indagati per violazione delle norme che regolano il carico e il trasporto di rifiuti speciali.

«Secondo me in queste acque scaricano materiali inquinanti da tempo» denuncia Antonio Brindisi, promotore del Comitato Abitanti Isola di Gorgona. «Mi rendo conto di fare accuse pesanti, ma altrimenti non mi spiego per quale motivo le ricerche non vadano avanti ma, anzi, si siano fermate». È comprensibile che nelle parole di Brindisi ci sia rabbia e delusione. Lui a Gorgona ci ha sempre vissuto. Qui, all’epoca del Granduca di Toscana Ferdinando II, i suoi antenati emigrarono da Lugliano, in Lucchesia, per coltivare le terre e abitare un’isola che dall’epoca dei pirati era rimasta deserta. Da allora sono passati quasi quattrocento anni, e la famiglia di Brindisi ha sempre abitato a Gorgona dove durante tutto l’anno vivono nemmeno dieci persone, e poco meno di sessanta hanno la residenza.

Per tenere i contatti con il mondo da questa frazione di Livorno grande soltanto due chilometri quadrati dove sono state costruite appena quindici case – tutte di proprietà del Demanio – fino a pochi giorni fa Brindisi utilizzava un sito internet, www.ilgorgon.eu. Da sabato 21 aprile è però stato messo sotto sequestro dal Tribunale di Livorno. «Ho ricevuto la notifica soltanto cinque giorni dopo – spiega Brindisi – e non riesco ancora a capire per quale motivo il sito sia stato chiuso». L’articolo del Codice Penale cui si fa riferimento nel provvedimento è il 595 (“Diffamazione. Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione”) e il sito è stato oscurato preventivamente perché «può consentire la commissione di ulteriori reati».

«Su queste pagine, scrivo di tutti i problemi di Gorgona. Dal rigassificatore, che qui vogliono costruire, al carcere che, nonostante le annuali minacce di chiusura, da centocinquant’anni occupa metà dell’isola. Più volte ho raccontato della Cargo Venezia e dei suoi 198 barili dispersi – continua Brindisi – anche perché, nonostante l’Arpat continui a dire che non ci sono danni, noi abitanti siamo molto preoccupati. Un paio di mesi fa ricordo ancora di aver visto una gigantesca chiazza marrone con una grande circonferenza a meno di cinque miglia dalle nostre coste. Ci hanno rassicurato, ma sappiamo che la situazione può diventare molto grave e noi gorgonesi abbiamo già deciso che, se saranno appurati dei danni all’ambiente, ci costituiremo parte civile».

Al momento gli ultimi dati dell’Arpat, che risalgono al 4 aprile, sottolineano proprio come «non vi sono evidenze di contaminazioni dell’acqua marina» in quanto «i risultati analitici mostrano valori analoghi a quelli abitualmente riscontrati nell’ambito dalle attività di controllo della qualità delle acque marine e con quelli dei “bianchi” prelevati a nord e sud dell’area di ritrovamento dei fusti». Sarà, ma la tensione non accenna a diminuire. E di certo non è confortante la comunicazione inviata dalla Capitaneria di Porto ai pescatori per spiegare la natura dei barili: «il prodotto è contenuto all’interno di sacchi di plastica nera racchiusi in fusti metallici di colore azzurro della capacità di 200 litri chiusi con un nodo fatto a mano».

Abbastanza per tenere lontani i rischi del catalizzatore Co.Mo., che può rilasciare anidride solforosa e/o idrogeno solforato e per arginare i danni di un materiale che «diventa pericoloso a contatto con l’aria scaldandosi fino ad alte temperature e producendo fiammate bluastre e liverando polveri e gas tossici?». Non ci sono risposte. Ma l’ultimo piano – deciso sempre il 4 aprile in una riunione tenutasi presso la Capitaneria di Porto di Livorno, alla quale erano presenti il ministero dell’Ambiente, la Regione Toscana, le Province ed i Comuni di Livorno e Pisa, Arpat, Ispra, l’Istituto Zooprofilattico e l’Istituto Superiore di Sanità – prevede che la campagna di recupero «abbia inizio nei primi dieci giorni di maggio e duri circa un mese, condizioni meteo permettendo» mentre «la Grimaldi proseguirà anche con l’attività di ricerca dei fusti ancora dispersi sul tratto di mare interessato dalla rotta intrapresa dall’eurocargo Venezia, per una lunghezza di 12 miglia e per una larghezza di circa 1.300 metri, in diretta prosecuzione, verso ovest, dalla zona di rinvenimento dei relitti del carico».

Ma come sarà possibile se per entrambe le necessità - sia per i lavori di ricerca che per quelli di recupero – verrà utilizzata la stessa nave, la Sentinel dell’armatore Argo di Pozzuoli? Quale delle due operazioni verrà quindi messa da parte? Probabilmente sarà fermata la ricerca. E questo renderà senza dubbio ancora più difficoltoso ritrovare i 101 barili che mancano all’appello, come spiega il senatore Marco Filippi che il 3 aprile, interrogando il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, sottolineava come «Questi fondali, tra le altre caratteristiche, presentano anche una particolare difficoltà alle operazioni di scandaglio, in quanto si tratta di una zona di mare che arriva ad una profondità di 600 metri ed ha un fondale dalle caratteristiche fangose e melmose, per cui è presumibile che, quando i fusti abbiano toccato il fondo, siano potuti anche sprofondare ed essere ricoperti da strati e strati di sabbia mossi dalle correnti e dalle mareggiate successive».

L’unica speranza è che – nonostante questa nuova pausa - i barili siano presto ritrovati. Nel frattempo, le parole del governatore della Toscana Enrico Rossi – «Individuare e recuperare i bidoni è una questione di carattere nazionale e non bisogna perdere altro tempo» – assumono una dimensione grottesca. Soprattutto perché pronunciate il 17 gennaio. Oltre tre mesi fa.

Completamente inutili, fino ad oggi, si sono poi rivelati i due piani elaborati per risolvere l’emergenza. Il primo, del 6 febbraio, prevedeva il recupero dei bidoni dopo 60 giorni, ma non è stato rispettato. Il secondo, presentato il 29 marzo, garantiva che entro la metà di aprile le ricerche sarebbero riprese. Il prossimo appuntamento è per il 10 maggio, quando dovrebbe cominciare l’elaborata procedura di recupero. Intanto, nelle acque fra Gorgona e Livorno niente si muove. E da cinque mesi 198 barili carichi di rifiuti tossici continuano a restare sul fondale di uno dei mari più belli e meno inquinati d’Italia. Anzi, no. Sono solo 197. Uno l’ha recuperato, per sbaglio, un peschereccio.
Da LINKIESTA

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L’allarme, e nessuna risposta

 

Dall’inizio dell’anno, in Italia, sono morte 54 donne. Dall’inizio dell’anno sono passati 119 giorni. Ogni due giorni una donna è stata uccisa. E’ proprio vero che, a volte, i dati parlano meglio di qualsiasi parola, di qualsiasi immagine, di qualsiasi pensiero. I dati fotografano quello che siamo: un Paese violento. Un Paese dove il retaggio della violenza sulle donne, che sono madri e mogli e fidanzate – solo dopo persone, non è ancora scomparso. Anzi, è più vivo che mai.

Eppure qualcosa si sta muovendo. Nascono movimenti, ci sono parole e dibattiti. Qualcosa si sta muovendo. Già, mi sembra il titolo di un articolo di quarant’anni fa. Quando le donne scendevano in piazza e rivendicavano i loro diritti. Quando Franca Viola era una storia che sembrava fuori dal tempo e dal mondo. Eppure, nella Sicilia di Franca Viola la violenza oggi più che mai pulsa. E la storia di Vanessa, vent’anni e un fidanzato che l’ha strangolata per aver pronunciato al momento sbagliato il nome di un altro, raccontato come è lontano l’equilibrio della ragione. Quanto è presente, soltanto, la ragione della violenza.

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Irene Brin, Passioni

Oggi e domani alle 10.50 su Radio3 nel programma Passioni – curato da Cettina Flaccavento e con regia di Ornella Bellucci – andrà in onda “Le mille vite di Irene Brin”. Per saperne di più o scaricare il podcast basta andare qui

Le mille vite di Irene Brin

A cento anni dalla sua nascita, Irene Brin continua a essere un mistero. La sua essenza, che la portò ad attraversare da protagonista il giornalismo, la moda e l’arte italiana dagli anni Trenta agli anni Settanta, la resero inafferrabile.

Nel corso della sua esistenza, la poliedrica artista ligure visse mille vite. Fu Contessa Clara, nobildonna mitteleuropea che insegnò agli italiani nel dopoguerra le buone maniere e scrisse uno fra i galatei più venduti e amati. Fu la prima giornalista di costume del nostro Paese, nonché una grande esperta di moda e sostenitrice all’estero del made in Italy. Fu la fondatrice, insieme al marito Gaspero del Corso, della Galleria dell’Obelisco, centro nevralgico della cultura e dell’arte a Roma, e scoprì talenti come Giacomo Balla e Alberto Burri, portando in Italia geni del calibro di Magritte e Dalì.

Dopo la sua morte, avvenuta nel 1969, Irene Brin è stata però completamente dimenticata.

Oggi Passioni la ricorda con Le mille vite di Irene Brin. Per la prima volta – attraverso la testimonianza diretta di famigliari, amici e studiosi – viene così tracciato il mosaico complesso e avvincente della storia di una delle più importanti protagoniste dell’Italia del Novecento. Viene finalmente raccontata la straordinaria biografia di una donna anticonformista e cosmopolita che visse mille vite, ma restò sempre se stessa.

Sabato 21 aprile 2012

Irene Brin. La vita, l’Amore e il giornalismo.

Chi fu davvero Irene Brin? In questa puntata ripercorriamo – fra aneddoti sconosciuti e testimonianze inedite – la sua complicata infanzia, l’amore con il generale Gaspero Del Corso, l’amicizia con Leo Longanesi e con Indro Montanelli, ma anche l’instancabile passione per il giornalismo che l’accompagnò per tutta la vita.

Intervengono: Claudia Fusani, giornalista dell’Unità e autrice di “Mille Mariù. Vita di Irene Brin” appena pubblicato da Castelvecchi; il nipote di Irene Brin, Vincent Torre; la giornalista e cara amica Lorenza Trucchi; il professore di letteratura presso l’Università di Genova Franco Contorbia.

Domenica 22 aprile 2012

Irene Brin. Le buona maniere, la Moda e l’Arte.

Autrice di uno fra i più conosciuti e apprezzati galatei del nostro tempo con lo pseudonimo di Contessa Clara, Irene Brin fu anche esperta di moda – della quale scriveva sulle pagine di Harper’s Baazar – e di arte. Ma la sua anima di scrittrice – che emerge limpida nelle pagine di “Olga a Belgrado” ripubblicato oggi da Elliot Edizioni dopo 69 anni dalla prima edizione (che venne subito ritirata perché censurata dal fascismo), è una forte testimonianza della sua misteriosa, contraddittoria, affascinante vita.

Intervengono: il nipote di Irene Brin, Vincent Torre; Simona Pandolfi della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma; Jaja Indrimi responsabile dell’archivio Irene Brin della Centrale dell’Arte di Roma; la giornalista e cara amica Lorenza Trucchi; Ilaria Schiaffini, docente di storia dell’arte all’Università Sapienza di Roma; Claudia Palma, direttore dell’Archivio Bioiconografico e dei Fondi Storici della Galleria Nazionale d’Arte Moderna; Vittoria Caratozzolo, professoressa alla Sapienza di Roma e autrice di “Irene Brin. Lo stile italiano nella moda” (Marsilio).

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Irene Brin

Esistono donne che cambiano le cose senza neppure accorgersene. E trasformano le loro vite, ma anche quelle degli altri, per sempre. E’ questo il caso di Irene Brin, che l’anno scorso avrebbe compiuto 100 anni e che della sua vita ha fatto un’opera d’arte.

Negli ultimi due anni, ho dedicato molto tempo a Irene Brin. E su di lei (per lei?) ho scritto una postfazione al suo libro secondo me più bello, Olga a Belgrado, che Elliot ripubblica adesso dopo quasi settant’anni dalla prima edizione (la prima, a causa del fascismo venne presto ritirata e dimenticata) e ho curato un audiodocumentario che andrà in onda sabato e domenica alle 10.50 su Radio3, nel programma Passioni.

In questi due anni, mi sono persa nelle parole e nella vita di Irene come se non ci fosse alternativa, e lei è stata un’amica (ma anche un mistero) per tutto questo tempo. Devo ammettere che a volte l’ho odiata, ma non ho mai messo in discussione quello che lei rappresenta per l’Italia e le donne: un modello possibile, una donna indipendente, coraggiosa, che cerca se stessa e non rinuncia a niente. Mai. E per nessuno.

Ecco la mia introduzione di Olga a Belgrado che si può comprare qui.

In tutte le case, negli anni Cinquanta, c’era un galateo. Era quello della Contessa Clara Ràdjanny von Skèvitch che, con un’eleganza e uno snobismo adesso dimenticati, insegnava le buone maniere agli italiani che durante la guerra avevano sopportato miserie e povertà, scordando l’educazione e il bon ton.
In realtà, la Contessa Clara era Irene Brin o, meglio, era Maria Vittoria Rossi che dalla nobile madre austriaca Maria Pia, e nel corso della sua originale carriera da giornalista, aveva imparato la raffinatezza, ma anche l’arte del savoir faire e dell’ironia.
Perfino in casa di mia nonna, a Taranto, c’era il galateo della Contessa Clara, con la sua inconfondibile sovraccoperta di Nils Martellucci e i suoi dogmatici, imprevedibili e a volte surreali consigli. Nonna lo teneva sul comodino della grande camera da letto, vicino ai classici e alle collane di perle, e lo sfogliava di continuo per vedere come organizzare una cena, per sapere come comportarsi con un anziano cugino ricoverato. Possedeva quel volumetto da quasi quarant’anni – ormai le pagine erano gialle e la copertina rovinata –, eppure lo consultava come fosse stato appena pubblicato e le toccasse leggerlo per la prima volta.
È proprio al Galateo della Contessa Clara cui devo la prima intossicazione alimentare della mia vita, e la scoperta di quanto le parole, e i libri, siano importanti.
Era agosto. Alla casa al mare sulla litoranea, mia nonna stava organizzando una cena per i famigerati parenti di Milano; cercava qualcosa di originale con cui concludere il pasto, che sarebbe stato indigeribile e interminabile, e alla fine trovò ciò di cui aveva bisogno: il sorbetto al gorgonzola.
Il dolce, complice l’afa salentina, fu un successo. Il giorno dopo tutti gli ospiti, compresi quelli di Milano che lo avevano mangiato con sofisticato entusiasmo, erano a letto in preda alle coliche.
Negli anni seguenti ho sfiorato la Contessa Clara, Irene Brin, Marlene a più riprese. Incrociavo Maria Vittoria Rossi, e nemmeno lo sapevo. Era lei cui si ispiravano, più o meno consapevolmente, le giornaliste di costume che leggevo. Era lei l’artefice di alcune delle più belle traduzioni che mi facevano scoprire autori francesi e inglesi, fra cui l’indimenticabile prosa di Riflessi in un occhio d’oro di quella Carson McCullers con cui condivideva il genio e l’indole anticonformista. Era lei che aveva fatto conoscere all’Italia artisti come Salvador Dalì e Alexander Calder di cui andavo a vedere le mostre. Sempre lei aveva presentato al mondo il talento di Alberto Burri e Giacomo Balla, e aveva ospitato per prima alla Galleria dell’Obelisco l’inconfondibile tratto di Renzo Vespignani.
La incrociavo segretamente, quasi fosse un amante, e nei suoi confronti provavo sempre diffidenza. Non riuscivo bene a capire chi fosse questa Irene Brin. Si trattava di una scrittrice? Una giornalista? Magari un’esperta di moda? Per caso una gallerista?
C’erano troppe possibilità, e i ritratti delle sue fotografie in bianco e nero mi restituivano l’immagine non di un camaleonte, di quel camaleonte dalle mille vite e dai mille talenti di cui parlava Indro Montanelli, ma di un’incontenibile, infinita, sterminata infelicità.
Gli occhi tanto chiari da sembrare trasparenti, il naso dritto, le labbra sempre imbronciate. Il viso di Irene Brin mi parlava, e allora le uniche parole che avevano un senso diventavano quelle di Massimo Campigli che nel 1954, mentre la ritraeva, ammise: «Irene è così campigliesca che tutto diventa troppo facile. Devo invece riuscire a spiegare la sua tristezza».
Forse, però, la sua tristezza nessuno riuscì mai a capirla, rendendo così impossibile interpretarla attraverso un quadro, attraverso un racconto. Ed è forse proprio per questo che nessuno è mai stato in grado di comprendere davvero chi fosse questa donna che ebbe decine di pseudonimi e di talenti, ed era tanto instancabile nell’intraprendere mille progetti quanto capace di portarli tutti a compimento. Questa donna snob, coltissima, grande lavoratrice e nemica di quella cialtronaggine che considerava tipicamente italiana. Nemica della banalità, e sempre in grado di scoprire un’ottica nuova con cui guardare le cose, e il mondo. Sempre abile a trovare una prospettiva diversa.
Al contrario di ogni logica, negli anni per me Irene Brin è diventata un crescente mistero. Più la studiavo, più leggevo le sue parole e conoscevo la sua vita, meno riuscivo a capirla. Ed è stata la sua poliedricità, che riusciva a sopportare con inconsueta naturalezza, quella che mi ha fatto prima appassionare, e poi innamorare di lei.
Il suo percorso da inappuntabile figlia di un generale a signora forte e indipendente, così coraggiosa da mettere in discussione più e più volte la sua vita, si è fatto modello. Come modello è diventato il motto che Irene Brin aveva, e che mi ha svelato il nipote prediletto, Vincent Torre, figlio della sorella Franca. «Never take a no for an answer» ripeteva con il suo inglese perfetto, quasi ad annunciare che, al mondo, non esistesse un diniego in grado di frenarla.
Non c’era niente, per lei, così difficile da essere irraggiungibile. E la sua determinazione, il suo incredibile talento, la portarono a fare cose impensabili per quell’epoca. Impensabili, probabilmente, anche per l’epoca in cui viviamo adesso.

Tutto era iniziato da un giornale di Genova, Il Lavoro, dove il redattore capo era il temuto Giovanni Ansaldo, a cui Irene si era presentata giovanissima, appena diciottenne. Su quelle pagine aveva esordito negli anni Trenta, sotto lo pseudonimo di Marlene, con un pezzo sulla chiusura degli stabilimenti balneari.
«Cominciai prestissimo, a Genova, dove mio padre faceva parte di una società marittima. Scrissi un pezzettino, lo spedii al capo-ufficio pubblicità che in quel giorno festeggiava la nascita del dodicesimo maschio. Sarà di buon umore, pensavo, e lui magari si strappava i capelli. Però l’articolo non lo strappò e apparve. Ben presto tutte le collegiali ligure (o lombarde) si dedicarono ai cani schiacciati. Le distaccai scoprendo il cuore della donna cannone o il motivo segreto per cui Girardengo anziano tornava alla bicicletta» scrisse, poco prima di morire, nel 1968. Quei cani schiacciati cui faceva riferimento sono i pezzi di costume su cui nessun redattore voleva lavorare, e che venivano destinati ai praticanti che dal giornale non potevano pretendere niente, spesso neppure una paga.
Ma Il Lavoro fu soltanto l’inizio di un complicato labirinto di collaborazioni giornalistiche fra loro diversissime, che trovano nella penna sempre originale e acuta l’unico fil rouge. Perché Maria Vittoria Rossi, come era nata a Roma il 14 giugno del 1911 – data che riuscì a nascondere per decenni, ringiovanendosi di due, cinque, perfino sei anni – fu tante donne e tante autrici.
Alle parole della giovane e inesperta Marlene seguirono quelle di Oriane – in omaggio alla Duchessa di Guermantes de Alla Ricerca del tempo perduto, uno dei libri che più amava leggere – e quelle di Mariù. Seguì poi la storia della danzatrice Bella Otero, di cui firmò nel 1944 La mia vita, che venne presentata dallo Studio Editoriale Italiano come un’autobiografia. E poi arrivò la Contessa Clara, quindi Maria del Corso.
Su tutte, però, vinse Irene Brin. Vinse quel nome che da pseudonimo si fece reale. Tutti iniziarono a chiamarla così, ed è così che lei firmava le lettere per l’amata e temutissima mammie, per la sorella, i biglietti per gli amici e per il nipotino Vincent. Ma Irene Brin, come raccontò sul quarantunesimo numero de Il Borghese , interamente dedicato alla prematura scomparsa del direttore Leo Longanesi, altro non era che un nome inventato.
«Io non mi chiamo né Irene, né Brin, anche se così figuro in contratti, elenchi telefonici, discorsi famigliari. Sono nomi inventati da Leo Longanesi. Io sono un’invenzione di Leo Longanesi» spiegava.
Più che di Leo Longanesi, Irene Brin era in realtà l’invenzione polimorfica e in continua evoluzione di tutti quelli che la incontravano e che in lei vedevano ora una bionda e magrissima bellezza, ora una formosa mora. «Come diavolo faccia, questa donna, a ingrassare e a dimagrire nello spazio di poche ore, solo lei lo sa, o forse non lo sa nemmeno lei… il suo camaleontismo sembra non trovar confini in nessuna legge della natura» sottolineava Indro Montanelli ne I rapaci in cortile. In effetti, Irene Brin dimagriva e ingrassava con una velocità impressionante, cambiava colore di capelli, abbigliamento, modo di porsi e di parlare. Cambiava, come se non ci fosse altra scelta che diventare un’altra per sopravvivere. Come se tutto fosse una questione di vita o, più probabilmente, soltanto di morte.

A guardarla oggi, la sua carriera sembra fatta solo di successo. Eppure non mancarono le critiche, che l’accompagnarono fin dagli esordi. Enrico Terracini, con cui probabilmente Irene aveva intrecciato una breve relazione ai tempi de Il Lavoro, nel racconto le Figlie del generale, pubblicato nel 1934 sul numero di Solaria di marzo-aprile e presto ritirato in seguito anche alla denuncia per diffamazione del Generale Rossi , raccontava la storia di Claudia e Donata, e della madre Vincenzina.
I riferimenti ai Rossi erano chiari e Terracini svelava di una mamma «furba e indiavolata» capace di fare del marito, e delle figlie, ciò che più voleva. Una donna che spingeva le due ragazze «a fingere, a studiarsi in ogni momento, a meditare sui loro atti, anche più futili, a leggere e divorare libri di tutte le moli e di ogni qualità pur di sapersi distinguere dalle altre fanciulle», costringendole a diventare «superbe e fredde”, con “troppa cura nel guardare loro stesse per riuscire a vivere come le altre donne».
Di Irene, la bella Claudina, Terracini scriveva che «orgogliosa com’è, già si vede nei panni di una nuova Giorgio Sand» e anche se «ha solo vent’anni ma tutto si è già perduto senza speranza e il corpo che è sfinito dal lungo cilicio del dimagrire e i seni sfioriti a non portare il reggipetto e la pallida tremante schiena. Cosa Claudina ancora possiede? La sua purezza integrale di cui nessuno sa cosa farsene tanto è sciupata e sfiorita dal lungo sforzo di resistere, resistere». E poi «l’amore dov’è?».
Le parole di Terracini verranno dimenticate, e pochi anni dopo Irene incontrerà qualcuno in grado di farle battere il cuore.
«Era innamoratissima di Carlo Roddolo, e fu attraverso di lui che la conoscemmo, sia io che Gaspero del Corso. La morte di Carlo in Abissinia fu per lei un colpo terribile. Fu per riscotersene che si fidanzò con Gaspero, o almeno così mi disse: “Gaspero ha accettato di prendermi e di tenermi come sono: una donna vuota, una donna morta”. È stata invece una delle coppie più unite che mai si siano viste, per quanto dubbio sia il filo che la legava» raccontò Indro Montanelli , che fu l’artefice dell’incontro fra i due. Fu lui ad affidare a Del Corso le struggenti lettere del compagno di reggimento morto perché le consegnasse all’autrice, una madrina di guerra genovese timida e cortese. Fu lui, in qualche modo, a suggerire la nascita prima di un’amicizia, poi dell’amore.
L’invenzione si intreccia a più riprese con questo rapporto e lo fa diventare leggenda fin dal primo incontro, che in realtà fu solo uno dei rari appuntamenti fra Gaspero e Irene prima del matrimonio.
Quella sera di febbraio del 1935, a Roma faceva freddo e Irene Brin entrò nel salone delle feste dell’hotel Excelsior in via Veneto con un vestito di lamé bianco, foderato di rosso, dal piccolo strascico. Gaspero, che aveva una gamba fasciata e non poteva alzarsi, la invitò al suo tavolo e i due trascorsero tutta la serata a discutere di Proust. Il mito vuole che nacque così, come in una romantica fiaba, l’amore che accompagnò – fra alti e bassi, fra innumerevoli pettegolezzi – Irene Brin per tutta la vita.
Esistono decine e decine di simili aneddoti, forse inventati, forse veri, ma sempre così ben orchestrati da rendere impossibile, perfino per chi Irene l’aveva conosciuta bene, separare la fantasia dalla realtà.
Per questo, per cercare un sentiero di verità, per imparare a conoscere la vera Irene Brin – a patto che sia mai esistita un’Irene più sincera delle altre –, ho incontrato tante persone che le sono state amiche, e forse nemiche, che l’hanno studiata e raccontata. Per alcuni resta solo un’anticonformista esperta di moda capace di comprendere le tendenze e di anticiparle. Per altri un’abile gallerista. Per altri ancora una giornalista che andrebbe riscoperta e conosciuta per quello che è stata: un grande talento ingiustamente dimenticato.
Le parole degli amici e degli studiosi confermavano il ritratto di una donna poliedrica e inafferrabile. Ma anche questo non mi bastava. Come non mi bastavano i dolci e affannosi ricordi del nipote Vincent Torre, la vita della Galleria dell’Obelisco che Irene aveva aperto con il marito nel 1946 in via Sistina 146 – dove adesso c’è un negozio di articoli cinesi – e che Lorenza Trucchi mi raccontava come una splendida avventura, le fotografie di Jaja Indrimi che la ritraevano sempre bellissima.
Allora ho cercato le sue agende alla Galleria D’Arte Nazionale Moderna, dove è conservato il fondo Irene Brin, Gaspero del Corso e Galleria dell’Obelisco, catalogato di recente e acquistato alla fine degli anni Novanta da un antiquario romano, Giuseppe Cassetti, che a sua volta l’aveva comprato dagli eredi.
Nelle agende, tutte dai colori diversi e dalle copertine di tela e di pelle, ho scoperto qualcosa di più sulla vita di Irene.
Si inizia con il 1945: un’agenda di pelle marrone chiaro, che sta a malapena sul palmo di una mano tanto è piccola, e che è inaugurata dal numero di telefono di Gianni Agnelli. Poi ci sono le redazioni, prima fra tutte Il Borghese, scritto a penna in un mare di nomi a matita, ma anche indirizzi di Parigi, Berlino, Cannes. Rue, Straße, Avenue.
Nel 1946, su un’agenda altrettanto piccola e marrone scuro, invece non c’è niente, quasi l’anno fosse passato invano. Nel 1949 la copertina è verde foresta, le pagine sono ingiallite e sottili come quelle dei blocchetti di un tempo. Non ci sono che pochi appuntamenti e tanti indirizzi, perlopiù londinesi. C’è l’ex style editor di Vogue Madge Garland, la London Gallery di Cork St., il ristorante di Soho Jardin Des Gourmets.
Il 1950 è un quaderno dalla pelle nera dove è scritta soltanto la prima pagina, poi ci sono mesi di silenzio e, soltanto dopo l’estate, la vita riprende a essere raccontata. Dal primo agosto, era un martedì, i giorni tornano a riempirsi. Ci sono balli, concerti, incontri con artisti e scrittori. Le ultime pagine sono decine di numeri impilati in somme, che fanno tanti ed esosissimi conti in lire.
Nel 1953 la vita di Irene sembra piena come quella di cui mi aveva parlato il nipote Vincent. Ci sono appartamenti da vedere, letture da fare (l’11 gennaio appunta «Stiamo leggendo il Diario di Pavese che troviamo di una personalità»). Le parole sono di biro blu. Poi ci sono le innumerevoli mostre, gli incontri con De Chirico, da sempre caro amico della coppia, i pranzi (il 29 gennaio annota «Pranziamo al Buco, tra Indro, Colette e Jacopelli, Bompiani e Laura. Poi andiamo dai Gherardo Casini dove ritroviamo tutta l’intellighenzia romana»). Tanto la scrittura di Gaspero è sottile e precisa, quanto quella di Irene – che preferiva la macchina da scrivere alla penna – è tondeggiante ed elementare nella sua semplicità. Sembra quella di una bambina.
Il 1953 racconta come è la vita di Irene esattamente dieci anni dopo la pubblicazione di Olga a Belgrado, quando lei era ormai lontana dagli orrori della guerra in Jugoslavia e in Italia, e sembrava aver dimenticato la disperazione della povertà e l’ossessione per i soldi, ma non per l’oblio.
Vallecchi è ancora nella sua vita, e il 3 febbraio 1953 Irene scrive «Arrivano Vallecchi e Rosai». E il 4 febbraio aggiunge «Mostra Rosai. Passo metà della giornata a comporre e ricomporre il tavolo per il pranzo che Vallecchi vuol dare da Mino in via Borgognone», a cui parteciperanno Bartolini, Palazzeschi, Piccioni, Cesare Brandi.
Ormai Irene Brin, però, non è più la donna che ha raccontato la guerra, ma è la Contessa Clara, che si entusiasma per la telefonata che Colombo le fa il 6 febbraio e che annota con un lapidario «La prima edizione del mio Galateo è esaurita e si ristampa subito». Ma ci sono ancora i party. Ci sono Massimo Campigli e Camilla Cederna. Ancora cocktail. La vita è intensa. Il successo è arrivato, e dal 1954 Irene racconta tutto. Nelle sue agende non manca una telefonata fatta o ricevuta, un pranzo, una cena, un appuntamento. Nulla sfugge alla sua mania catalogatrice – che la spinse poi a diventare archivista di se stessa, come dimostrano i libroni conservati presso l’Archivio Irene Brin di Roma. Ormai i pensieri di Irene hanno dimenticato la guerra e sono diversi, come racconta anche Gaspero: «Irene pensa di scrivere un libro sul glamour all’italiana». E poi ci sono i viaggi in Turchia, in America, nel Regno Unito, in Francia. Ma è ancora splendido tornare a casa, come lei stessa annota il primo gennaio del 1957. «Stiamo a casa ed è molto bello».

Una donna impegnata, completamente assorbita dalla routine pubblica. Dagli incontri e dalle cene. Dal presente. Mi raccontavano questo le agende. Ma anche tutto questo non mi poteva bastare, perché per me Irene Brin continuava, e continua ancora oggi, a essere altro. Allora avevo letto tutto quello che mi era stato possibile trovare, i libri vecchi e quelli ristampati, la corrispondenza con gli amici e con i direttori, soprattutto con quel Leo Longanesi che il 7 ottobre del 1953 le scriveva:
“Da tempo non lavoriamo più assieme, ma io ho conservato sempre grande nostalgia degli anni di Omnibus, in cui andavamo tanto d’accordo. Ecco che ora possiamo ricominciare daccapo. Ieri, frugando fra le vecchie carte, ho trovato un Suo manoscritto rimasto inedito, e rileggendolo ho pensato che potrebbe venirne fuori un bellissimo libro di sicuro successo. Si tratta di una storia rapida della moda e dei gusti. A parte, glielo restituisco perché Lei, se crede, come io mi auguro, possa allungarlo e completarlo nei passi invecchiati”.

Longanesi accenna a un libro – che secondo la lettera allegata constava all’epoca di appena «29 cartelle» – che «dovrebbe cominciare dal 1870, vale a dire da Roma Capitale e arrivare fino ad oggi» per «dare al lettore un quadro un po’ più storico del mutare dei gusti e delle fogge del vestire». Una sorta di “storia del secolo” che avrebbe dovuto essere «una storia del costume, senza mostrarlo». Del manoscritto in questione, andato perduto o forse soltanto dimenticato, non si sarebbe saputo altro.
D’improvviso, però, per me era poi arrivato il rifugio dalla superficialità di un tempo. Era arrivato Olga a Belgrado, quello che personalmente considero come il più brillante scorcio di trasparenza in una vita che era stata fuga, che era stata incredibile ricerca, che era stata ossessiva necessità di nascondersi per esistere.
E così avevo inseguito affannosamente Olga, e gli orrori che Irene aveva raccontato con la forza e l’ordine che solo le grandi scrittrici possiedono. Con quella capacità di restare in equilibrio fra il dramma personale – quello di una moglie che parte con il marito generale per una terra sconosciuta e con il compito di scrivere «almeno sei» cartelline per Il Mediterraneo, il periodico con il quale lavorava dalla chiusura di Omnibus avvenuta nel gennaio del 1939 – e l’orrore che si trova davanti. Un orrore cui è tragicamente impreparata, e che si fa poesia nelle sue parole e nel suo sguardo. Un orrore che la trasforma.
Irene Brin smette di essere una donna con mille maschere e diventa una donna in grado di comprendere il dramma, e farlo suo. Una donna impietosa con i partigiani e con quelle città di sassi, piene «di pietre taglienti, le stesse pietre che, ammucchiate, dividevano i muretti lungo i viottoli polverosi o, saldate insieme con la calce, case sbilenche ed ostili» . Una donna che è crudele con una terra, proprio come è sempre stata crudele con se stessa.
Alla Galleria D’Arte Nazionale Moderna è custodito l’ultimo giro di bozze del testo. Sono pagine gialle, dai margini rovinati; pagine che fanno respirare la storia.
Irene fa poche correzioni, sono perlopiù tagli e cambi di parole. Cancella «Mi ricordavo certe giornate sulla linea Metaponto-Battipaglia, con un eguale deserto intorno e dove l’assenza di panini imbottiti e di gazzose diventava sensibilissima ed amara» dalla prima pagina di Olga a Belgrado .
Nasconde il suo gusto per la moda – che comunque corre limpido nel corso del libro e si fa chiaro in racconti come La sarta slovena o I capelli verdi – rielaborando ancora il testo di Olga a Belgrado, da cui cancella la descrizione di “Due Belle Ragazze” che indossavano “abiti e giacche grigi, le camicette di maglia, l’impermeabile ripiegato sul braccio, e quelle dense frangette bionde sugli occhi liquidi, quelle labbra sottili e ostinate, quei colli brevi un poco grassi, così frequenti laggiù, quando ad una solidità paesana, e ruvidamente incompiuta, si sovrappongono elaborate ambizioni di una Hollywood adottata in ritardo” .
Il resto sono singole parole cambiate dalle simili sfumature, corsivi corretti, Lawrence o Montherlant? cancellato nel racconto Chow-Chow , un 1920 che ne La pattuglia diventa 1930. Tutto qui. Non ci sono altre correzioni su quel testo che racconta la lunga e appassionante avventura a Belgrado di una donna che, a modo suo, ha rivoluzionato l’Italia e, pur non avendo bambini, ha avuto tanti figli. Figli nell’arte e nella scrittura. Figli cattivi, che non sono stati in grado di amarla, ma soltanto di dimenticarla.
Irene mi ha accompagnato per lunghi e appassionanti mesi. Mesi in cui l’ho odiata, e durante i quali non sono riuscita a capirla. La sua ricerca era stata lunga, e forse infruttuosa. E oggi sono felice che per me Irene Brin resti un mistero. Una donna che non ha rinunciato alla sua complessità di cui, forse, finì per essere vittima. Una donna che si è lasciata trascinare dalla corrente, ma ha saputo ugualmente trovare la sua strada che a tratti resta incomprensibile, ma certamente non meno affascinante. È impossibile esserle indifferente, perché nelle sue parole si legge una straziante malinconia, una disperazione silenziosa, un’irrequietezza travolgente che soltanto le cose belle, e vere, conservano ancora.
Per questo, per me, lei oggi è soprattutto una parente che un giorno fu capace di spingere mia nonna a cucinare un sorbetto al gorgonzola ad agosto. Una parente che ha fatto della sua vita quello che ha voluto, e che mi ha insegnato il potere dei libri e della sincerità. Perché si può essere mille nomi e mille vite, ma restare ugualmente sempre fedeli a se stessi.

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Clara Nubile: Brindisi è un mostro

“Questa è una storia di mafia, terra e amore”. Scrive così nel preambolo di Tu come tutto quello che Tocchi Clara Nubile, brindisina classe 1974 che, dopo due intensi romanzi, torna adesso in libreria con Bompiani e un libro originale e crudo, che alla dolcezza della prosa e dei sentimenti contrappone la violenta realtà di una Puglia a mano armata, fatta di rapine, rockstar della mala, cucchiai e accendini che plasmano la vita, e la modellano sui desideri. Una Brindisi raccontata con una lingua originale che si fa di mille sfaccettature a seconda del punto di vista di chi parla, adesso Dino (“A me piaceva fare rapine, queste cose qua”), ora Anna, e poi Martino, Charlie e Maira. Un mosaico di voci per raccontare la stessa storia, che si fa di grida e di pietà per Minguccio, tossico e disperato come solo gli eroi moderni possono ancora essere.

Sono passati cinque anni dal tuo ultimo romanzo, come mai hai aspettato tutto questo tempo?

Ogni romanzo ha la sua vita, e il suo tempo. Difficile quantificare il tempo necessario a un processo creativo. Ogni romanzo è una nascita, ma ancor prima è una morte. In questi cinque anni, ho scritto. Ho pubblicato una raccolta di racconti, Tabaccherie orientali, uscita nel 2010. Per me è stato un libro importante perché ha segnato una svolta nell’ambientazione della mia scrittura. Sono tutti racconti ambientati a Oriente, incentrati su personaggi che come me hanno amato moltissimo l’India e l’Asia, fino a morirne in alcuni casi. E ora sono tornata alla tematica pugliese, come a voler chiudere un cerchio.

La tua poetica parte dal sangue e arriva alla terra. È una poetica molto cara all’editor che ti ha seguito, Massimiliano Governi, e che ha attraversato tutti i tuoi precedenti romanzi. Come la racconteresti?

Massimiliano Governi ha creduto in questo romanzo, quando ancora era tempesta, e gliene sono profondamente grata. Tu come tutto quello che tocchi è una sorta di “fotoromanzo” della Sacra Corona Unita, del contrabbando di sigarette e della Brindisi criminale fra anni ottanta e novanta. Impastato di sangue e terra, è un romanzo viscerale, istintivo. Tragicamente umano, come i suoi personaggi. Sangue e terra per me sono indissolubilmente legati, dettano il ritmo delle mie narrazioni. Sangue e terra sono la mia, la nostra essenza. La pulsione alla scrittura. E in questo mescolio, ci sono le radici, le tradizioni, i “cunti” e l’importanza della tradizione orale.

Cosa è per te il sangue?

Appartenenza, totale. Una promessa, e allo stesso tempo l’oblio più assoluto.

Cosa la terra?

Il mio lato più intimo. Le mie vene, che sono radici. La terra è un organo palpitante, come il fegato o il cuore.

Hai lasciato la Puglia anni fa. Per andare a vivere in India prima, ad Anversa poi. Ma la Puglia è il solo luogo dove ambienti i tuoi romanzi. Come mai?

La Puglia è una questione molto privata. I luoghi che si amano non sempre si abitano. Si coltivano, anche a distanza. Portano frutti sconosciuti, imprevisti, meravigliosi. Ho lasciato la Puglia a diciotto anni per trovare altri orizzonti, ma mi guardo sempre indietro. La Puglia è la mia ombra, e mi segue nelle pagine. Ma come ti ho detto, ci saranno altre geografie nei miei romanzi futuri.

Racconti di Sacra Corona Unita. Hai fatto delle particolari ricerche?

Ho ricercato nella scatola della memoria personale e collettiva. Gli anni delle sigarette erano quelli della mia adolescenza, le sgommate dei contrabbandieri per le vie del paese, gli spari, i morti ammazzati. L’Adriatico, scintillante, e la terra montenegrina dall’altra parte del mare. Ho letto molti articoli di cronaca dell’epoca, verbali di processi. Ho ascoltato testimonianze e aneddoti. E ho aggiunto la mano della fantasia, a rendere tutto meno nero. Ma il mio non è un romanzo storico, o documentaristico, tutt’altro.

Cosa c’è di autobiografico?

Tutto, e niente. In un romanzo non c’è confine fra realtà e finzione. Non esistono verità. La scrittura è anche questo: un profondo tradimento di se stessi.

La Sacra Corona Unita, la malavita, una Brindisi di droga e di amori negati. Di infedeli e di ragazzine innamorate. Vedi così la tua città?

Quella Brindisi non è la mia città, è la città dei miei personaggi. E la Brindisi di quest’ultimo romanzo è una città crudele, chimica, fosforescente, spietata. Adesso per me i luoghi non sono più così affilati. Tutto è smussato dalla lontananza, dal ricordo, dall’esperienza. Se mi chiedi qual è la mia città adesso, ti rispondo, Bombay. Eppure, vivo a Ravenna. Come ti dicevo, forse soltanto il sangue è appartenenza, non di certo i luoghi, almeno così la vedo io.

La tua lingua è molto particolare. Da dove nasce?

La mia è una scrittura emotiva, e di conseguenza la lingua è terra, istinto. Una lingua che si colora di impressioni, dilaga in questi cieli che sono macellerie, brilla di oscurità a volte, sfocia nel lirismo. Non ti so dire da dove nasce, so come nasce: da una canzone, da un pezzo ascoltato all’infinito. C’è sempre musica dentro le mie parole, anche quando sono mute.

 

Oggi, sul Riformista 

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Colapesce, ieri sera

 

 

 

 

 

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