Quei bambini di #PittiBimbo

pitti-bimbo-835.jpg

Sfilano sorridendo. A volte imbronciati. Altre volte sfrontati. Hanno dai quattro a nove anni. Si chiamano quasi tutti Sofia, Leonardo, Stella e Marco. Come se i nomi fossero già promessa di bellezza. Anche se non hanno ancora perso i denti da latte, indossano una calzamaglia pitturata di giallo e sono truccati da giocolieri, appaiono sicuri di loro e immersi in una bellezza consapevole, che si nutre si sguardi e di pose adulte. Mentre sfilano, davanti a fotografi e buyer internazionali, le bambine ridefiniscono il concetto stesso di splendore: lunghi capelli ondulati, guance rosa e nasini all’insù. Bamboline che ondeggiano con abiti da sogno. I maschi sono più strafottenti, con i capelli ricci e ribelli, lo sguardo da duri. Si definiscono “quasi famosi” e sono i protagonisti indistinti di una colonizzazione di moda e di stile che piove su Firenze due volte l’anno con il nome di Pitti Bimbo, fino a questa sera alla Fortezza da Basso. Si tratta dell’appuntamento più importante al mondo per la moda bambino. Un concentrato di piccole giacche, scarpe formato mignon e abiti da cerimonia che mette insieme 503 marchi di rilievo internazionale, coinvolgendo ogni stagione oltre 10mila visitatori, centinaia di buyer internazionali e di giornalisti. Potrebbe sembrare uno scherzo, ma non lo è: la moda bimbo vale per i mostro Paese quasi 3 milioni di euro. I singoli capi vanno dai 200 euro di un paio di jeans ai 3000 euro per un abito elegante. Una follia? Non proprio, almeno guardando gli stand e il popolo di Pitti. Un popolo elegante in modo straccione, come conviene a questa stagione che è tutta pellicce, derby portate senza calze (a favore di simpatici calzini che lasciano intravedere nudi e gelati polpacci), capelli liscissimi e aria annoiata per tutto ciò che è reale, e non si può consultare da uno smart-phone. L’aria che si respira è di benessere economico e di floridità. Naturalmente, appena sono lontani dagli stand, tutti si lamentano: dei costi esorbitanti della manifestazione, della difficoltà di raggiungere fisicamente la Fortezza, dei buyer che sono pochi e spilorci. Di palese c’è che, rispetto agli anni scorsi, gli show sono pochissimi. Gli insider dicono che la colpa sia dei costi proibitivi degli spazi, tanto è vero che la maggior parte dei brand ha preferito organizzare le rare sfilate in città. Perfino i bambini hanno visto ridimensionare, se non annullare, il loro compenso. “Adesso consegnano una busta con un outfit, una maglietta e un pantalone, e finisce lì. Porto qui mia figlia solo perché le piace farsi pettinare e truccare, ma per me che vivo in Liguria il Pitti è sempre una rimessa” mi confida una mamma, che non vuol rivelare il suo nome. Anche le agenzie soffrono: “Per fortuna il mondo bimbo – spiega lapidaria Elena Meazza, direttrice dell’agenzia di casting Piccolissimo Me – vive di spot e di cataloghi”. Vive, insomma, della declinazione dell’immagine di bambini bellissimi, che hanno padri pressoché assenti e mamme altrettanto belle, e spesso molto agguerrite. Le vedi mentre filmano i figli in ogni istante, o quasi. Le vedi mentre alle sfilate li riprendono in diretta streaming su Facebook, e commentano ad alta voce ciò che gli amici scrivono, facendo un grande miscuglio liquido fra la realtà che stanno vivendo, quella che vogliono far vedere agli altri e il sogno.

eed0d1e239bf1220d52e30da147e0ae3.jpg

La maggior parte delle baby modelle vengono dal Nord Italia, dove le agenzie sono più numerose ed è più semplice raggiungere i casting. “Noi – mi racconta Anna Tebaldi, grandi occhi verdi e capelli castani, 38 anni, mamma – abitiamo a Verona, ma almeno una volta la settimana andiamo a Milano per Valentino”. Valentino è il suo primogenito, un bel bambino con i capelli biondi e lisci, degli occhiali tondi dalla montatura blu. “Ha iniziato – mi spiega Anna – a cinque anni, e negli ultimi due ha fatto decine e decine di spot televisivi, diversi cataloghi e pubblicità per giornali e riviste. Tutto è iniziato per gioco: ho letto un post su Facebook dove cercavano una bambina piccola per una pubblicità, ho mandato diversi scatti della mia bimba, che adesso sta cominciando a lavorare parecchio, e in una di queste c’era anche Valentino. Lo hanno visto, e la settimana successiva già stavamo girando una pubblicità”. Gli occhi di Anna, mentre parla e racconta che il bimbo in città spesso viene riconosciuto, vibrano. Esattamente come quelli di Liya Dai, 31 anni, commessa di origine cinese che vive con il marito calabrese, professore in un liceo, a Seano, vicino Prato. “Abbiamo mandato una foto a un’agenzia – mi racconta, mentre la figlia incantevole sorride – e ci hanno contattato. Lei è felice, e fino a quando vuole continueremo”. Stessa filosofia della maggior parte delle mamme, che seguono i figli con devozione e attenzione, sottolineando che è “tutto un gioco”. Sarà. Fra le bambine più belle e quotate c’è una cinese – i tratti orientali sono molto gettonati perché più apprezzati dai buyer stranieri – che vive a Biella. Si chiama Michelle, e ha cinque anni. “Ma – mi spiega la madre Angel Wang, 35 anni, barista – ha cominciato a due anni. Adesso oltre agli spot e alle sfilate, fa anche pianoforte, danza, nuoto e kung fu. Lei è silenziosa, ma tosta. Mi dice sempre: se inizio una cosa e mi piace, voglio finirla”. Esattamente come le altre bambine, che si disputano un obiettivo sorridenti e truccate. Sembrano Tina Apicella in Bellissima, ma nel marasma di Pitti nessuno sembra cogliere malinconie o mestizie. Per sfuggire al caos è bene trovare rifugio nella più preziosa novità di quest’anno. Si chiama The Extraordinary Library e -in sinergia con la Bologna Children’s Book Fair, seguendo la selezione di Silvana Sola e Marcella Terrusi – ha portato a Pitti 100 libri per ragazzi. “Abbiamo voluto – spiega Terrusi – mostrare i fili che legano libri e moda. Un binomio declinato in diverse direzioni, che abbiamo raccontato scegliendo picture book e pop up per raccontare anche le storie di grandi maestri come Coco Chanel, Yves Saint Laurent, Givenchy, Dior”. I più piccoli hanno gradito. A qualsiasi ora lo stand era un pullulare di giovanissimi intenti a sfogliare sognanti i volumi. Per un attimo non erano più modelli o aspiranti tali, ma semplici bambini.

dolce-and-gabbana-summer-2016-child-collection-242-800x560.jpg

Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno.

moda pitti.png

Libere dalla paura?

o-VIOLENZA-DONNE-facebook.jpg

Le donne hanno un sacco di cose da tenere a mente. Sono cose che vengono date per scontate, gestite neanche esistesse un pilota automatico. Sono cose che gli uomini, e le ragazze più giovani, neanche possono immaginare. Eppure le donne ce le hanno sotto la pelle. Perché quando diventi adulta, se non vuoi avere problemi – qualsiasi tipo di problemi – impari in fretta a ingurgitare la paura e il dubbio, e a capire come gestire quelle situazioni che potrebbero metterti a rischio. Impari a capire quello che può essere fatto, da ciò che è rischioso. Riconosci i suoni di notte. Riconosci gli sguardi. Impari il terrore, e l’incognita. Si tratta di un’educazione che costa fatica e sofferenza, ed è una strada di rinunce. Ma diventare adulte è costruirsi il proprio lessico personale.

C’è sempre un momento in cui accade. Ricordo che per me l’iniziazione avvenne in tre tempi. A diciotto anni quando, all’improvviso, una sera mentre attraversavo il laghetto dell’Eur per tornare a casa (un laghetto molto buio, popolato da extracomunitari spesso sbronzi) provai paura; pensai all’improvviso: no, meglio non farlo più. A ventuno quando ho scoperto sulla mia pelle che cosa nasconde il dramma dello stalkeraggio. A ventisette quando, a New York, non ebbi il coraggio di uscire all’alba da sola: fuori brulicava di vita, e tutto sembrava spaventoso.

Se il percorso non è per tutte uguale, diverso è il risultato: identico per ognuna. Quando sei una donna, ci sono alcune cose che dai per scontato. Sai che è bene non tornare a casa troppo tardi, perché non si sa mai. Sai che è bene non uscire da sole con un uomo se non lo si conosce bene perché, ancora una volta, non si sa mai. Sai che ci sono parole che non vanno usate, toni che vanno evitati e un sacco di cose – cose con cui si potrebbero riempire libri e libri, e biblioteche sterminate e un mucchio di hard disk – che è bene tenere sotto controllo: se lui alza la voce, se spacca gli oggetti, se pare minaccioso, se ti vuole isolare dal tuo gruppo di amici, se ti mette in guardia dagli altri, se… Abbiamo la testa piena di allarmi, che suonano ogni istante per ricordarci il lecito dall’illecito, il tollerabile dal preoccupante. Sono gli allarmi che a volte ci salvano la vita. Perché possiamo urlare contro il femminicidio, possiamo distenderci per terra, riempire le strade di slogan e di scarpe rosse, possiamo ricordare in eterno e per sempre quella violenza che devasta il Paese, ma la verità è che siamo sole contro una cultura retrograda, che vive il rifiuto femminile come un affronto.

Ricordiamoci ogni istante, senza mai tornare in dietro, una cosa: la vita in gioco è la nostra. È la nostra vita quella a essere in bilico se non ci ricordiamo le cose che abbiamo imparato. E che a volte ci salvano la vita, come è accaduto il 12 sera a una donna di Pistoia, quando dei fari che conosceva si sono illuminati dietro di lei. Un’auto seguiva la sua. Un’auto che aveva visto centinaia di volte: quella del suo ex. Dell’uomo che aveva lasciato a luglio, e che non riusciva a darsi pace. O, meglio e più correttamente, che non la smetteva di perseguitarla. A dicembre gli era stata notificata un’ammonizione da parte del questore, ma niente era cambiato. Per fortuna i carabinieri, una manciata di sere fa, sono intervenuti in tempo. E hanno fermato il ragazzo in questione, un 28enne di un comune della provincia di Lucca, Capannori. In macchina nascondeva un martello e dello spray urticante. Vengono i brividi a pensare a quello che ci avrebbe potuto fare, solo se. Solo se lei avesse detto: diamogli un’altra possibilità. Solo se il telefono in quel momento non avesse avuto campo. Solo se due sere prima la ragazza, in macchina con un amico, non fosse riuscita a scappare quando lui aveva provato a sfondare il finestrino. Solo se non avesse trovato rifugio alle forze dell’ordine. Solo se i carabinieri, quella sera, mentre i fari di lui si piantavano nello specchietto di lei… Solo se… I destini sono fatti di scelte, e di opportunità. Scegliere di denunciare è salvarsi la vita. Scegliere di accettare che le relazioni finiscono, che l’amore si trasforma, che non si può ottenere sempre quello che si vuole a discapito dell’altro è segno di maturità, di intelligenza, di salvezza.

Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica su Il Tirreno. 

Bilanci di fine anno

polvere.jpg

Fra meno di quindici giorni, il 2016 sarà finito. Si scioglierà negli anni passati, lasciando dietro di sé solo la traccia di eventi pronti a essere trasformati in ricordi, o in niente. Tracciare il bilancio di un anno, non è cosa semplice: serve distanza, capacità di riflessione, ma anche impulsività e un certo rigore. O, quantomeno, un’idea di canone che porti gli eventi a conquistare la loro dimensione: cosa salvo, cosa butto, cosa riciclo? Un po’ come con i regali, è utile possedere determinazione e inflessibilità. Lasciare andare delle immagini, e salvarne altre per far loro prendere la consistenza indelebile delle cose destinate a restare, è un complicato gioco di rimandi. Servono criteri. Parametri da applicare con rigore, fino al paradosso. Entra in gioco, allora, una parte di noi. Perché le scelte – quelle che vanno a definire chi siamo, e cosa vogliamo che il nostro passato comprenda – si operano spesso in modo illogico, abbracciando senza mezze misure ciò che riteniamo importante.  Dunque, cosa si salva? I libri letti? I film visti? I luoghi scoperti e quelli ritrovati? E, ancora, i vecchi amici o quelli nuovi? I soliti amori, o quelli in divenire? Come si fa a decidere che cosa è giusto graziare, e cosa no?  Ho provato a chiedere a un po’ di amici e di conoscenti. Una straordinaria varietà di possibilità mi si è palesata davanti: tutti abbiamo aspirazioni diverse, e troviamo nelle cose (anche nei dettagli) frammenti di diversità. Tutti troviamo nelle cose, ciò che vorremmo rintracciare. C’è quella che salva il giorno in cui la barista sotto casa le ha domandato il solito? (“perché mi sono sentita accettata”), quella che invece rimuove il primo incontro con il fidanzato (“romanticissimo, ma non avevo i capelli puliti”), e poi le passeggiate sulle mura quando diventa notte (“e c’è quella panchina bellissima, che s’affaccia sull’orto botanico), e le cose che non hanno futuro (“perché sono le più belle, perché accadono e poi non esistono più”). C’è una frase molto intelligente del sociologo William Thomas – una di quelle frasi di cui non si ha la fonte, ma che si trova in tutti i libri di aforismi – che recita “non sarebbe capodanno se non avessi rimpianti”. E’ una di quelle frasi che si scrivevano al liceo sui diari (dubito che gli adolescenti di oggi abbiano ancora dei diari di carta, e che ci scrivano su frasi strappalacrime o epocali come questa), e che da un momento all’altro potrebbero diventare virali su facebook. Chi non ha rimpianti? E, soprattutto, avere dei rimpianti aiuta a dare un’altra strada alla propria vita, un’altra dimensione all’anno in divenire? Se mi guardo indietro in questo lunghissimo anno, non trovo che poche parole e molte immagini. Salvo la parete sopra la mia scrivania che è fatta con le copertine dei libri che più ho amato. Salvo i libri che ho letto, come ogni anno, e quelli che ho avuto il coraggio di non finire (proprio perché ho avuto la forza di non andare avanti). Salvo la scrittura di Marguerite Duras che mi fa compagnia in questi giorni, e che racconta del mondo pur raccontando solo di se stessa: “presto fu tardi nella mia vita. A diciott’anni era già troppo tardi”. Scrive così ne L’Amante, il suo libro più letto, ma non il più bello. Ed è questa sensazione di tardi – un tardi perenne, perché è sempre tardi, in ogni istante, anche quando non lo è mai – che guida forse la selezione dei ricordi, delle ambizioni, delle speranze. E poi: di una città, che cosa si salva? Si salvano le storie, le persone o le vicende? Si salvano le sensazioni, forse, più di tutto il resto. Si salvano le consolazioni, le disperazioni, gli innamoramenti. “Ogni giorno per me è l’inizio di un nuovo anno, e io cerco di propiziarmelo con buoni pensieri che liberano l’animo dalle meschinità”. Nelle Lettere a Lucilio (62/65) così notava Lucio Anneo Seneca. Una perla di saggezza. Per fortuna che non sia così per nessuno di noi. In alternativa sarebbe tutto troppo scontato, troppo zuccherino, anche troppo banale.

Marguerite+Duras+young+duras.jpg

 

Questo articolo è stato pubblicato oggi in A proposito di Lucca, su Il Tirreno.

 

Il Femminicidio è culturale

o-FEMMINICIDIO-facebook.jpg

Siamo cresciute convinte che la parità fra uomo e donna fosse una cosa non solo dovuta, ma naturale. Siamo cresciute – noi ragazze nate negli anni Ottanta, e venute su nel periodo della prosperità assoluta, con genitori a loro volta bambini negli anni del boom economico – certe che gli uomini non fossero né migliori né peggiori di noi, ma uguali. Sottili segnali si propagavano però già dall’infanzia a instillare il dubbio: perché i maschi possono giocare a calcio e a noi tocca il cucito? Perché i maschi se dicono le parolacce sono dispettosi e burloni, e le bambine di cattiva famiglia? E poi la banalità che si avviluppa (per la stessa cosa) fra il maschio sciupafemmine e la donna di facili costumi, e ancora i divieti spesso assurdi: non sederti per terra, non giocare troppo sfrenata (che cosa voglia dire me lo chiedo ancora adesso), non giocare con i maschi, non fare il maschiaccio (la frase più ricorrente di tutta la mia infanzia), non gridare, non alzare la voce, non… E poi, il delitto passionale. La più grande, stratosferica, bugia che ci hanno fatto abitare per decenni. Come se l’amore passasse dal possesso. E la passione fosse un tassello fondamentale di quel legame a doppia mandata che per tante donne si è trasformato in un nodo scorsoio attaccato alla gola. Ma anche in una coltellata nel petto, in proiettile in mezzo alla fronte, in un corpo bruciato, in una bottiglia di acido scagliato al centro del viso.

Siamo cresciute, dicevamo, fingendo che andasse tutto bene. Leccandoci le ferite in silenzio. Pensando: si calmerà. Pensando: forse è colpa mia. Credendo, insomma, di essere sempre noi quelle sbagliate. Sbagliate per cosa? Sbagliate, soprattutto, per chi?

Qualche tempo fa, discutendo di quel tema che fa arricciare il naso alla maggior parte degli uomini, la scrittrice Laura Lepetitt mi ha detto: “noi femministe abbiamo sbagliato tutto, abbiamo sbagliato a non trasmettere alle ragazze il senso di lotta e di piazza”. E sono queste le parole che mi tornano in mente adesso, mentre migliaia di donne si preparano domani ad affollare le strade e le piazze di Roma e di Milano, con un semplice motivo: farsi ascoltare. Dire no alla violenza. A quella lunga scia di sangue che colonizza la nostra storia di donne, e che comincia quando siamo bambine e crediamo che il nostro futuro sarà come quello degli uomini. Si tratta di una stratosferica bugia. Forse la prima vera bugia a cui crediamo, prima ancora di Babbo Natale e che tutte le famiglie al mondo siano felici. Ma te ne rendi conto troppo tardi – magari quando hai trent’anni e scopri che le barriere fra i sessi sono così numerose, ingannevoli, dissimili nella loro ripetitività da avere i confini dell’incubo. Questa della parità è la più grande menzogna che ci raccontano, e che ci raccontiamo ogni giorno. Abbiamo bisogno delle pari opportunità per essere come gli uomini. Abbiamo bisogno di giornate internazionali per l’eliminazione della violenza che viene praticata sui nostri corpi, e sulle nostre menti. Abbiamo paura di andare per strada al buio, da sole. Abbiamo paura di dire “no, non ci sto con te” e di dire “me ne vado” e di reagire quando la voce si alza, quando arriva il primo schiaffo, quando ne arriva anche un’altro. Ci hanno insegnato a fare le brave bambine, a non creare problemi, ad accettare le cose. Ci hanno spiegato che essere indisponenti è un peccato capitale, ed è un peccato capitale anche essere violente o ambiziose: perché violenti e ambiziosi possono essere solo gli uomini. Ma la vita non è più come quando mia nonna aveva dieci anni. La vita è adesso. La vita può essere solo all’insegna della battaglia e dalla parità. Giornate come questa ci obbligano fortunatamente a ricordare. Ci fanno ricordare come eravamo da bambine, e come erano le nostre madri e le nostre nonne. Ci obbligano a pensare come vorremmo le nostre figlie. E ci fanno riflettere su quella inesauribile scia di sangue che attraversa la Puglia, e che ha lo sguardo di Mariagrazia Cutrone, lavoratrice e madre di tre figli, uccisa a inizio novembre a Bitonto dal marito tunisino disoccupato e di dieci anni più grande, o il sorriso buono di Federica De Luca, anche lei di appena trent’anni, ammazzata dal marito medico che aveva poi ucciso il figlio e se stesso, questa estate a Taranto. Giornate come questa ci devono far sentire unite. Ci devono ricordare come il femminicidio non sia esclusivamente la violenza fisica operata a carico delle donne, ma anche quella psicologica. Femminicidio non è solo sangue, e botte e morte. Femminicidio è dire: no, non riguarda me, e voltare lo sguardo altrove. Femminicidio è non educare le proprie figlie al rispetto, i propri figli al rispetto. Femmicidio è aspettare che le cose cambino da sole. Femminicidio è non reagire.

 

 

Questo articolo è uscito oggi su Repubblica Bari.

Pinocchio, Marcheschi e Maier

finding-vivian-maier.jpg

“Mi sono trovato a camminare in un mare di fango sotto una pioggia fine e ho pensato, caspita, devi essere matto come dicono altrimenti perché continueresti a camminare in questo fango?”. Scriveva così Charles Bukowski in Sotto un sole di sigarette e cetrioli. E queste parole mi tornano in mente ogni mattina, quando fuori piove e via Santa Croce è un ammasso di cartoni e di buste martoriate dalla pioggia, e bisogna camminare rapidi, schiacciandosi ai muri, sperando che gli scrosci intermittenti delle grondaie non arrivino così, all’improvviso, a organizzare una doccia a sorpresa. Ormai è ufficiale: la stagione delle piogge lucchesi è definitivamente iniziata. Per sopravvivere, insieme a una certa dose di autoironia e a degli ottimi anticorpi, tocca ingegnarsi. O, quantomeno, provare a sopravvivere assecondando gli ammonimenti di letiziana memoria: pratici stivali di pioggia, impermeabili alla caviglia, diffidenza nei confronti delle previsione meteo. Una volta assecondati gli aspetti pratici – e in questi tempi di Desco è bene anche ragionare su sostanziose zuppe calde, accompagnate da salumi e formaggi locali -, bisogna dunque assicurarsi di fare della giornata che si vivendo, la giornata più bella della propria vita (almeno secondo l’utopico motto di Mark Twain).

vivian_maier_foto4.jpg

Per farlo, un buon inizio può essere procurarsi l’interessante rilettura di Pinocchio che Daniela Marcheschi – critico e docente di Letteratura italiana e Antropologia delle arte, lucchese e senza dubbio più importante studioso di Carlo Collodi al mondo – consegna alle stampe con “Il naso corto” appena pubblicato da Edizioni Dehoniane (EDB Lampi, pp.81, € 8). Il libro continua idealmente l’opera iniziata da Marcheschi nel 1995, quando aveva curato il meridiano Mondadori delle Opere di Carlo Lorenzini, e proseguita l’anno scorso con la curatela del volume di Renato Bertocchini Le fate e il burattino. Carlo Collodi e l’avventura dell’educazione (sempre per EDB). Se, come me, avete trascorso l’infanzia leggendo e rileggendo Pinocchio – ricordo ancora il libro dalla copertina azzurra, le pagine grigie, il dito che correva sotto le lettere lento e titubante -, l’intervento di Marcheschi diventa imprescindibile: è la guida in profondità nello sguardo di Collodi, che comprende “il suo innato senso delle responsabilità morali e civili, il totale disincanto con cui guardava all’aristocrazia e alla borghesia italiana” che “non solo lo avevano preservato da ogni sorta d’ideologismo consolatorio, ma (che) hanno anche restituito nel tempo originale profondità ed energia alle sue osservazioni”. Perché Pinocchio – ed è bello scoprirlo con la maturità degli anni, accompagnati per mano grazie a Marcheschi – è un viaggio attraverso i temi cari allo scrittore: “la miseria e la fame, lo sfruttamento dei bambini, la piaga dell’ignoranza, della violenza malavitosa, ma anche l’idea del lavoro come mezzo per trasformare il mondo”.

Bisogna saper guardare. E bisogna saper guardare anche per la mostra che il PhotoLux 2016 dedica a Vivian Maier. Perché gli scatti della Maier incantano, come la sua storia. Maier era nata a New York nel 1926, e per tutta la vita non era stata altro che una tata delle famiglie bene di Chicago. Aveva vissuto tutta la sua esistenza nella convinzione di non essere altro, fino a quando sulla sua strada non si era intromesso John Maloof, figlio di un rigattiere, che a un’asta aveva comprato un box zeppo di oggetti: scontrini, cappelli e centinaia di negativi. Erano i negativi della Maier che, una volta sviluppati, avevano svelato la sensibilità, lo sguardo, l’immediatezza di una vera fotografa. Un frammento di street photo da salvare dall’oblio del tempo.

Sono scatti bellissimi, gloriosi, istantanee di un tempo universale: Stati Uniti, Nordamerica, Francia, e poi il giro del mondo nel 1960, e ancora foto e foto e foto. Nel 1987, Maier aveva 200 casse zeppe di immagini: il suo archivio personale che ha conquistato prima la comunità online e poi tutto il mondo. Frammenti di un tempo che consegnano Maier (morta nel 2009, all’oscuro di tutto) all’immortalità. E che adesso arrivano a Lucca.

05_vivian_maier_3-1.jpg

Queste foto sono di Vivian Maier. Questo articolo è uscito oggi nella mia rubrica su Il Tirreno.

I giorni dopo, un assaggio

image1.jpg

 

Ho passato le ultime due settimane con il fango fino alle ginocchia. E se non era fango, erano macerie. E se non erano macerie era la disperazione, la solitudine, la paura di chi avevo intorno. Disperazione, solitudine e paura che coincideva con la mia. Perché la terra fra Marche e Umbria non smette di tremare, e quando vibra non c’è niente a cui aggrapparsi. I propri punti fermi crollano, collassano gli uni sugli altri, diventano macerie interiori, mattoni frantumati su altri mattoni. Resta, come unica opzione cui aggrapparsi, quella di aspettare. Un’attesa interminabile, anche se sono solo secondi. Il tempo, quando il pavimento trema, non ha più dimensione. “Il terremoto – mi ha detto a Camerino una ragazza greca, lunghi capelli rossi, occhi verdi e spauriti – è una voragine: ha il rumore delle cose che finiscono, e porta tutto con sé. Ora io non ho una casa, non ho più i libri, gli sciacalli mi sono entrati in camera e mi hanno anche rubato i documenti e i pochi soldi che avevo”. Storie così – ma anche storie molto più drammatiche, di gente che ha perso tutto e che adesso possiede solo i vestiti indossati, di gente che aveva due case e ora dorme per strada, di anziani che non comprendono come sia potuto succedere e ripetono solo, in trance e per mille volte: è finita – ne trovi a decine. E ti si riempiono ogni volta gli occhi di lacrime, e pensi: e se succedesse a me? E se succedesse a me di alzarmi una mattina e di non avere più niente? E se succedesse a me di dover correre fuori di casa nel cuore della notte, in pigiama, arraffando solo la coperta? Al dolore della perdita, si somma quello dello smarrimento della comunità: i simboli cadono, si frantumano e vengono inghiottiti nelle zone rosse. A Camerino il paese è chiuso: sbarrato, si dice, per i prossimi vent’anni. Lo stesso a Tolentino, dove ho visitato una Chiesa cinquecentesca la cui volta era crollata: un cumulo di macerie, solo macerie, calcinacci e chiodi; alla parete un enorme quadro dell’annunciazione, forse a opera di Caravaggio. Sempre a Tolentino, sulle scale del Comune (inagibile), mi sono sentita chiedere: “Ma di dove sei?”. Era un vigile del fuoco, Giordano Serafini, capelli scuri e occhi verdi. “Di Lucca, perché?”. E lui allora è scoppiato a ridere: “Anche io!”. E di Lucca, per inciso, era anche il fonico Marco Buti che della nostra città realizzò anni fa un prezioso documentario, e che adesso vive in Emilia Romagna. “Faccio il vigile del fuoco – mi ha spiegato – da 13 anni, e questa non è la prima emergenza post-terremoto dove presto servizio. Nel 1997, in Umbria, ero militare nei vigili del fuoco. E poi sono stato nel 2004 Brescia, nel 2009 Aquila, nel 2012 in Emilia. Sono otto giorni che sono qui. Le persone qui sono fiere, accoglienti, purtroppo disperate”. Disperato come chi non ha nulla, oltre se stesso. La situazione è così ovunque: a Castelluccio, dove si arriva solo in elicottero, la vita è ferma e isolata. A Norcia si va in zona rossa come in una zona di guerra: ovunque macerie, e la terra che si scuote tutta. Ma non finisce qui. Perché poi ci sono Visso, Muccia, Matelica… Nomi che sembrano quelli di un rosario, e snocciolarli è vedere crollare il cuore artistico dell’Italia, e dell’Europa. A una manciata di chilometri da Spoleto, sempre con le telecamere a seguito (per un documentario che andrà in onda mercoledì sera su Rai1), siamo entrati nel caveau super segreto dove le opere recuperate dalle Chiese e dai palazzi crollati trovano rifugio (e probabilmente anche restauro). E lì, guardando delle meravigliose Madonne lignee, e dipinti rinascimentali, e pale d’altare alte sei metri ho trovato racchiuso il senso di questo terremoto, di quello che stiamo perdendo, della poca forza
che stiamo mettendo per difendere ciò che in prestito ci è stato dato, e che invece intatto dovremo restituire: la bellezza della nostra arte, che non è bellezza estetica, ma bellezza di senso, di radici, di profondità. La bellezza che racchiude il potere della storia. Di quello che siamo stati. Di quello che forse, se impareremo da questi errori, saremo.

Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno nella mia rubrica “A proposito di Lucca”. Il documentario I giorni dopo, andrà in onda mercoledì sera alle 23 su Rai1.

 

 

 

Lucca Capitale della Cultura 2020

lucca_mura_urbane

Lucca Capitale della Cultura 2020. Quella che era apparsa su questa rubrica un paio di settimane fa poteva sembrare una provocazione. Ma tanto provocazione non era, e ancora meno oggi è. Era ed è piuttosto un’idea – una suggestione mirabolante, un desiderio silenzioso, la passione che muove le cose del mondo di hegeliana memoria – sbocciata dall’aspirazione di costruire un programma basato sulla cultura per il futuro della città attraverso una rete inclusiva e aperta a tutti.

Una rete con maglie così grandi da comprendere chiunque sia mosso da spirito propositivo e di interesse collettivo, e allo stesso tempo così selettive da allontanare chi crede esclusivamente ai propri interessi, a dispetto di quelli comuni, e resta insensibile al fatto che per sopravvivere alle sfide e alle pretese del mondo moderno sia necessario costruire insieme, guidati da un progetto che trascenda il singolo (l’io) in nome della collettività (la città).

Non è una grande scoperta, che la cultura sia motore dell’economia. Fatevi un giro in città in questi giorni: passeggiate fra gli stand e i cosplayer, frequentate i bar e domandate agli albergatori; entrate nei negozi, e ammirate cosa hanno costruito i Lucca Comics&Games. E poi prendete i dati. I numeri che formano la nostra cultura, e che ci raccontano come mentre dal 2011 al 2015 l’economia italiana decresceva, la cultura declinata nei musei e nel design e nel cinema e nella letteratura e naturalmente nei festival produceva 248,8 miliardi. Il 17% del nostro Pil. Il rapporto Io sono cultura, promosso dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, racconta esattamente questo: svela come ogni euro investito in cultura equivalga a 1,8 euro attivati altrove. Puntare sulla cultura produce un investimento a catena che tocca finanza, assicurazioni, sanità, costruzioni, metallurgia e meccanica. E in questi ultimi cinque anni ben 1,49 milioni di lavoratori sono stati occupati grazie a un circolo virtuoso nato non da super opere, ma da opere che costruiscono l’anima e fanno dell’essere umano ciò che è: idee, passioni, futuro.

Oggi, la cultura italiana è un mondo fatto da 412.521 imprese. Milioni di persone. E fra queste spiccano le industrie culturali come l’audiovisivo e l’editoria, che producono 33 miliardi di euro, circa il 36,6% delle ricchezze del sistema produttivo e creativo nel nostro Paese: lavoro per 487 mila persone. Nel 2015 nella classifica delle star della cultura, dopo Milano, Roma, Torino compaiono Siena, Arezzo, Firenze. Tre città toscane. Presto auguriamoci che toccherà anche Lucca.

Questa potrebbe essere l’occasione.

Grazie al prezioso supporto della Fondazione Banca del Monte che per prima ha raccolto questa provocazione che provocazione non vuole essere, nelle ultime settimane ho riflettuto senza sosta su Lucca Capitale 2020 (titolo che vale un milione di euro stanziato dal Governo). E ho adottato come mantra – per un progetto inclusivo e aperto a tutti, bisognoso del supporto di tutti – le bellissime parole di Oriana Fallaci, sul mio comodino in questi giorni insieme all’inquietante libro della coreana Han Kang, La Vegetariana, pubblicato da Adelphi. Oriana Fallaci, in uno stralcio di un articolo del 26 ottobre 2002 apparso sul Corriere della Sera, scrive “Per non assuefarsi, non rassegnarsi, non arrendersi, ci vuole passione. Per vivere ci vuole passione”. E Lucca Capitale della Cultura 2020 è l’occasione per non assuefarsi alla routine della città. Per non rassegnarsi che le cose vanno in un modo (quelle negative, naturalmente) e così andranno sempre. Per non arrendersi alla vita, che spesso castiga i destini all’immediatezza e non al progetto. Lucca Capitale della Cultura 2020 è la passione di una collettività che si mette insieme per un progetto comune. “Per vivere ci vuole passione”. E determinazione. E anche un po’ di follia. Sentimenti che nelle prossime settimane torneranno ciclicamente, in questa rubrica e su queste pagine, per raccontare di un progetto ambizioso e concreto che ha bisogno della partecipazione della città. Delle Istituzioni, delle realtà economiche e produttive, degli studenti e dei cittadini. Che ha bisogno di tutti noi. E soprattutto della nostra passione.

Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica su Il Tirreno.