Fausta Cialente, oggi su Radio3 Rai

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“Ci sono donne che incidono la pietra, e che poi vengono dimenticate. Sono donne che spesso amavano le ombre, i silenzi, più i libri che le persone. Donne che facevano della questione politica e letteraria una questione di vita, o di morte. E che in un profondo solco di coerenza e di autodeterminazione hanno mantenuto fede a loro stesse. Sono donne che si contano sulla punta di una mano. E, in questa mano ideale, in cui scorrono i nomi di Elsa Morante e di Natalia Ginzburg, spicca anche lei: Fausta Cialente.”

La raccontiamo oggi a Passioni, su Radio3 Rai, nella puntata monografica a lei dedicata con la curatela di Cettina Flaccavento.

Appuntamento dunque alle 14.00 con la storia di Fausta Cialente, con il mio racconto (che naturalmente parte dal mio romanzo preferito, Natalia), con le parole della stessa Fausta Cialente (merito degli sterminati archivi Rai), con la punteggiatura critica di Daniela Marcheschi e il cuore di Angela Scarparo.

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Luisa Spagnoli

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“Questo pomeriggio partiremo da una città nel cuore dell’Italia, che se ne sta racchiusa fra monti e guarda la campagna umbra, che un tempo era terra di contadini e poco altro. Questo pomeriggio racconteremo di una bambina che nacque a Perugia il 30 Ottobre 1877 da Pasquale Sargentini e Maria Conti. E che poco più che ventenne, il 27 febbraio 1889 per la precisione, sposò Annibale Spagnoli, di Assisi, di cinque anni più grande, di professione musicante. Assieme a lui rilevò una drogheria nel centro di Perugia. Questa ragazza si chiamava Luisa Sargentini, ma tutti la conosciamo come Luisa Spagnoli. Di lei si sa molto poco. O, meglio, della sua vita da bambina e da adolescente ci sono solo ricostruzioni e niente altro; i documenti sono pochi e incerti, i ricordi si sono persi come spesso accade eppure la sua vita ci indica che fosse intraprendente e creativa come fu per tutta la vita. Arthur Schopenhauer diceva che Le scene della nostra vita sono come rozzi mosaici. Guardate da vicino non producono nessun effetto, non ci si può vedere niente di bello finché non si guardano da lontano. E allora proviamo a guardare da lontano la vita di Luisa Spagnoli…”. Il mio racconto con le voci di Maria Letizia Putti, Laura Pacelli e Valerio Corvisieri andrà in onda oggi alle 14.00 su Radio3 Rai!

Per ascoltare il podcast è facilissimo: basta andare qui!

Divine, da sabato su Radio3 Rai

 

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C’è una donna che fa della preparazione della cioccolata, e ancor più della sua vendita, un’arte. Un’altra che racconta il mondo non in presa diretta, ma secondo uno sguardo levantino. E un’altra ancora che ha fatto scandire le sue giornate dall’impegno politico. E poi c’è Gertrude Stein, che è una lastra di parole e tecnica e prospettive ed è il racconto di tutto.

Esattamente settant’anni fa Gertrude Stein, fra le braccia della sua Alice Toklas, si abbandonava nell’ultima domanda. “Qual è la risposta?” chiedeva, ansimante, e al silenzio di Alice aggiungeva, secondo l’aneddoto che forse è la perfetta sintesi di tutta una vita, prima dell’ultimo respiro: “Allora, qual è la domanda?”.

Fra domande e risposte, fra racconti e testimonianze, arrivano su Radio3 Rai con il programma Passioni quattro donne che meritano di non essere dimenticate. Racconteremo di Luisa Spagnoli, che è una rivoluzione che parte nel cuore di Perugia e va all’attacco del mondo della cioccolata prima e, con una buona intuizione, anche della moda. Racconteremo di Fausta Cialente e dei suoi romanzi, purtroppo non abbastanza ricordati, che descrivono amori e bambini, ma anche scenari levantini e triestini, che si fondono nel magma della parola e nel rigore della letteratura. Racconteremo anche di Lina Merlin e della sua storia di donna che dalla provincia italiana ha imposto il terremoto all’Italia, e ci ha reso tutte più libere. E poi ci sarà lei, Gertrude Stein.

Con questo ciclo di Passioni, Divine – Donne del Novecento, andremo alla ricerca dei dettagli di quattro vite che hanno segnato la storia novecentesca. E lo hanno fatto da prospettive diverse, con intensità e capacità opposte, con determinazioni altalenanti e con quella sfrontatezza, incertezza, incrollabile convinzione che è, in fondo, essere donne.

Questo fine settimana e il prossimo arrivano le “Divine” su Radio3 Rai nel programma Passioni a cura di Cettina Flaccavento. Si tratterà di un viaggio in quattro vite misteriose e bellissime: Luisa Spagnoli, Fausta Cialente, Lina Merlin e la magnifica Gertrude Stein.

 

Federica De Luca, Taranto e la violenza

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Sono cresciuta alle spalle della strada in cui Federica De Luca è stata trucidata, in una via brutta intorno alla Concattedrale di Taranto, in un quartiere che è una colata di cemento e di palazzi, qualche giardino ogni tanto, un albero di arance e del glicine.

Un quartiere della semi-periferia, in quella successione interminabile di case dove pare che la vita sia un frammento privato, e che anche la violenza possa essere una questione intima. E, invece, la morte di Federica e di suo figlio ci ricordano come “la violenza sia soltanto una mancanza di vocabolario”. Le parole sono del poeta canadese Gilles Vigneault. Parole custodite in chissà quale cassetto della memoria, che mi tornano in mente come ceffoni mentre guardo gli occhi grandi e neri di Federica, trent’anni, arbitro, madre di Andrea, quattro anni e nessun futuro. Riesco solo a pensare al linguaggio, banale e ripetitivo, che è la violenza sul corpo delle donne. Schiaffi, occhi neri, e poi acido, benzina e fiamme, un lenzuolo per strangolare. Un colpo di pistola. Riesco solo a pensare alla retorica della violenza e alle nostre risposte, sempre uguali. Ci convinciamo, o meglio ci illudiamo, che se il problema è sempre lo stesso sia possibile continuare a rispondere nella medesima maniera. Forse, anche per questo continuiamo a fallire.

Ormai ci siamo anestetizzate e anestetizzati, e stendiamo drappi rossi e indossiamo scarpe rosse, e ci mettiamo a fare i cadaveri per terra, facciamo finta di essere morte, ma ogni volta pensiamo: “Ecco, è capitato ancora. Quello che abbiamo fatto non è servito a niente”. E mentre lo pensiamo ci sentiamo inermi, e deboli e fragili e furiose e pronte a fare qualsiasi cosa, di nuovo e di nuovo e di nuovo. E poi ci chiediamo: ma cosa possiamo fare, cosa possiamo fare per davvero? Possiamo fare le leggi. Possiamo scendere in piazza. Possiamo combattere questo sistema maschilista che vive dell’equazione: “sei mia, e ti faccio quello che voglio”. Possiamo smettere di piangere, perché non serve a niente, e possiamo cominciare a credere che Federica De Luca non siamo noi, ma è una di noi. Possiamo insegnare alle altre, e ricordare a noi stesse, che sì, è vero: ogni storia d’amore ha i suoi momenti felici. Ma troppo spesso quei momenti diventano una prigione. Ci costringono a chiederci: se siamo stati così sereni e sorridenti, perché non possiamo esserlo ancora? E allora quei momenti contenti si trasformano in ossessione. Ci fanno pensare che le cose prima o poi torneranno come prima, che basta resistere, che basta fingere che tutto vada bene ancora un momento di più. E alla fine, anche a causa di quel momento di più, arriva a volte l’incubo. La vera prigione.

La prigione in cui sono morti Federica e suo figlio. Una prigione che ci racconta adesso la storia di una donna che cerca la sua indipendenza, e invece sprofonda in un suicidio allargato. Una prigione che ha un copione già noto: un uomo – Luigi Alfarano, coordinatore delle attività promozionali dell’Associazione Nazionale Tumori (Ant) di Taranto – incapace di accettare la separazione e la vita che passa. Incapace di accettare i bivi dell’esistenza, che portano a imboccare strade diverse. La nascita della violenza, che si rivela in tutta la sua povertà, in tutta la sua incapacità di far confrontare e scontrare i mondi e le parole. La paura cieca e devastante, che fa trascinare con sé

un figlio bambino, perché è impossibile accettare che potrà crescere orfano, senza madre e senza padre. Perché è impossibile accettare che la realtà possa essere qualcosa che noi non vogliamo. Perché è impossibile accettare che anche lei, Federica, la moglie giovane e bella, possa prendere una decisione diversa da quella del capo di famiglia (sintesi perfetta di un tempo andato, di un baluardo che non si arrende al tempo che cambia). Oggi piangiamo la cinquantottesima vittima di femminicidio dall’inizio dell’anno. E la morte di Federica De Luca – che ci guarda con quegli occhi grandi e scuri, con quel sorriso appena accennato così tarantino e così sospeso – è un fallimento per tutti. Esattamente come l’omicidio di Sara Di Pietrantonio, trucidata nella dolcezza dei suoi ventidue anni. E come tutte le altre ragazze, tutte le altre donne che sono state ammazzate dai loro compagni perché ritenute colpevoli di voler interrompere il loro rapporto. Perché ritenute colpevoli di aver scelto la loro vita, a quella di una coppia malata.

Questo articolo è uscito oggi su Repubblica Bari.

 

Le mie Divine

Gertrude Stein
1937: Gertrude Stein. (Photo by Gordon Anthony/Getty Images)

 

DIVINE

di Flavia Piccinni

Quattro puntate di Passioni

a cura di Cettina Flaccavento e regia di Diego Marras

 

Radio 3 dedica quattro puntate di Passioni

ad altrettante grandi donne

in onda sabato 11 e domenica 12 giugno alle 14.00

in onda sabato 18 e domenica 19 giugno alle 14.00

Qual è la risposta? Sono queste le parole di Gertrude Stein, sul letto di morte, alla compagna di una vita Alice Toklas che si limitò ad abbracciarla, lasciando che il suo respiro si facesse più lento, e alla fine sparisse.

Qual è la risposta? Si chiede adesso, a distanza esatta di 70 anni da quel giorno d’estate, la scrittrice Flavia Piccinni. E lo fa ripercorrendo la vita e le opere, ma anche ricostruendo le ambizioni e le aspirazioni di quattro grandi donne del Novecento che, in modo diverso ma con uguale intensità, hanno lasciato andare un filo nel tempo: la loro personalissima, unica, irripetibile risposta all’arte e all’amore. Forse, anche alla vita.

Protagoniste di Divine – Donne del Novecento sono quattro donne che con personalità, coraggio e determinazione hanno cambiato il loro destino, lasciando una traccia nelle rispettive epoche. C’è Fausta Cialente e la sua scrittura che si avvita a Paesi levantini e restituisce romanzi e racconti che negli anni sono stati completamente dimenticati. Ma anche Lina Merlin che fece della sua fede politica e del suo rigore una traccia per migliaia di donne. E poi Luisa Spagnoli che fondò dal niente in una Perugia di neve e di guerra un impero di cioccolatini e si dedicò alla moda seguendo l’istinto. E, appunto, Gertrude Stein, scrittrice dalla mirabolante e sterminata opera, dal successo tardivo e dall’incredibile capacità di tradurre in parole l’arte, costruendo immagini intraducibili e allestendo intorno alla sua persona nella Parigi del dopoguerra un cenacolo di pittori, scultori e poeti che non ebbe uguali nella mitica casa studio di rue de Fleurus 27.

Attraverso testimonianze inedite, materiale d’archivio, interviste a studiosi e intellettuali, Flavia Piccinni guida l’ascoltatore nella vita e nelle storie di queste donne incredibili. Il risultato sono quattro puntate monografiche che accompagnano il lettore nel cuore del Novecento e nella sua spietata logica, che porta alla dimenticanza. Perché, come era solita ripetere proprio Gertrude Stein: “Dove, suo malgrado, muore una rosa, l’anno dopo ne nasce una nuova”. Sta a noi però difenderne la memoria.

 

 

A proposito di stalking…

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Dieci anni fa, avevo un ex ragazzo che si era trasformato in uno stalker. Mi aspettava sotto casa, controllava i miei spostamenti, suonava di notte al campanello e mi diceva che dovevo scendere, perché dovevamo parlare, perché io non l’avevo capito, ma lui era diverso, era un ragazzo per bene, era innamorato e gli dovevo dare una seconda possibilità. Mi supplicava di ascoltarlo, di andare a cena con lui, di spiegargli perché avessi cambiato idea. “Perché mi butti via?” piangeva, ignorando completamente le migliaia di volte in cui – con la logica spietata che la vita ti impone nelle occasioni in cui comprendi di essere a rischio – gli avevo ribadito che fra noi era finita. Per sempre. Senza possibilità di ripensamento.

Lui però non demordeva. Aveva cominciato mandando mazzi di fiori e torte con messaggi d’amore, era finito a molestare i miei vicini, a gridarmi parolacce e minacce. Ero attanagliata dalla paura. Vivevo a Roma, da sola, mi ero trasferita da poco, pensavo che avrebbe potuto farmi del male in qualsiasi momento. Avevo incubi, tremendi, tutte le notti. Gli incubi erano sempre i soliti: lui che entrava in casa, e mi ammazzava a colpi di mattarello.

Nella borsa avevo messo uno spray al peperoncino, limitavo al massimo i movimenti fuori dal mio appartamento, e comunque non uscivo mai da sola, ovunque andassi comunicavo gli spostamenti alle mie più care amiche. La faccenda aveva dell’incredibile, non potevo pensare che quell’inferno stesse capitando a me. A me che ero sempre stata attenta a mantenere le distanze. A me che credevo di essere forte e coraggiosa. Eppure la mia vita era cambiata nel tempo di un “Ti lascio”.

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Il dramma era durato dei mesi. All’inizio avevo provato a farlo ragionare, gli avevo spiegato che eravamo incompatibili, ma lui non comprendeva perché se prima andavamo bene poi non funzionava più. In fondo, non eravamo le stesse persone?

Allora avevo coinvolto degli amici per fargli comprendere come quello che stava facendo fosse profondamente sbagliato; gli avevo spiegato che dalla violenza e dalle minacce non nasce l’amore; alla fine, mi ero arresa: lo avevo avvertito. Gli avevo gridato che all’ennesima chiamata sarei andata dalla polizia, e avrei raccontato tutto.

Per qualche settimana, la cosa si era calmata. Pensavo di essermi salvata, ma sbagliavo. Dopo un mese, tutto era ricominciato, sommessamente, con altri mazzi di fiori e nuovi dolcetti. Ero dentro una ragnatela, e non potevo venirne fuori. Disperata, avevo chiesto aiuto a un carabiniere amico e solo grazie al suo intervento (insieme al fatto che la famiglia lo avesse richiamato a casa, in Sicilia, per questioni di lavoro) mi ero salvata.

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Ogni volta che leggo una storia di femminicidio, come quella di Sara, penso a questa vicenda. Penso a quello che sarebbe potuto essere, se solo lui fosse stato più violento, e io forse meno risoluta. E solo adesso, a distanza di dieci anni, mi rendo conto di essere stata sconsiderata, ma fortunata. Avrei dovuto denunciarlo, senza tentare la sorte. Avrei dovuto avere il coraggio di spezzare quel silenzioso vincolo di paura e di vergogna che avvolge chi dallo stalking viene toccato. Quel sentimento che ti fa credere che sì, è così, ma è solo una questione di tempo e passerà. Quella convinzione che ti illude che la persona che hai davanti non ti farà mai del male, perché è solo innamorata e frustrata. Quella certezza che tutto andrà bene. Perché non è vero, quasi niente va bene. Perché il discorso è più complesso di come possiamo sintetizzare – e tocca la cultura profondamente maschilista del nostro Paese, e l’intima certezza che la donna sia merce dell’uomo -, e perché la denuncia è l’unico passo, in alcuni casi, per aver salva la vita.

Questo articolo è stato pubblicato oggi su Il Tirreno.

La perversione dei social network

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Sono sempre stata, e anche con un orgoglio prossimo al parossismo, una pessima liceale. Avevo una straordinaria antipatia per quel luogo antico, decadente, che era il Liceo Classico Machiavelli di Via degli Asili. Uso l’imperfetto perché negli ultimi dieci anni non ci ho più messo piede. E mi auguro che sia migliorato, ma ne dubito.

Avevo anche una straordinaria antipatia per tutti i professori, in quel modo indistinto e furioso che si prova solo durante l’adolescenza; poi passano gli anni, i sentimenti si imparano a gestire, l’indifferenza e la noia cadono ad avvolgere ogni cosa, e un po’ si rimpiangono le vignette fatte sui banchi per la “professoressa grassona” o quelle scarabocchiate su dei fogli a righe per le “professoresse rimosso” che erano una serie di donnine dalle grandi ambizioni che si erano ritrovate, loro malgrado e secondo un copione già noto, intrappolate al liceo sognando le cattedre universitarie. Si rimpiangono anche le rivolte fatte in nome di una scuola migliore – o, meglio, in nome di quel concetto di scuola che ognuno di noi possiede e che è sempre perfettibile -, le autogestioni grottesche che non avevano alcuna anima politica o rivoluzionaria, e che anche adesso continuano a sembrarmi solo come perdite di tempo. Si rimpiange, soprattutto, quell’incredibile certezza dei quindici anni che considera il futuro come una cosa grande e meravigliosa, interminabile, dentro cui sarà possibile fare ogni cosa. Un tutto che, naturalmente, il Liceo (inteso nei suoi banchi vecchissimi, nelle sue scale centenarie, nella biblioteca polverosa e nei suoi insegnanti millenari) sconsigliava con veemenza, suggerendo al posto dello sport o della musica la tranquillità cantilenante delle materie cardine, il greco e il latino.

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La parentesi liceale – come quasi tutte le parentesi della mia vita, ma credo che sia così un po’ per ognuno di noi – alla fine si è rivelata una cosa rapida, di cui non serbo che pochissimi ricordi: il suono della campana che il custode Pietro tirava con le proprie mani, l’idea di assedio perenne, i volti stanchi di insegnanti che mi sembravano tutti il medesimo esercizio di una retorica antica, incapace di parlare e di essere nuova, soprattutto vicina. Mi sembrava, quella scuola, una carcassa abitata. Un po’ come diceva Joyce dell’Italia, eravamo il bambino che vive facendo vedere il corpo morto della nonna. Noi – anzi io, perché il noi è sempre troppo striminzito per abbracciare le ambizioni e le solitudini di venti adolescenti – speravamo di essere il bambino, ma ci trovavamo immancabilmente ad essere la carcassa. Ma questo, e lo dico a voi studenti che adesso siete convinti che la vita sia tutta lì fra le lezioni e i pomeriggi passati a studiare, è durato il tempo di un’interrogazione e, cosa decisamente più preziosa, mi ha anticipato come è fatto il mondo: un insieme, spesso insensato, di gerarchie e di giochi di potere. I medesimi che il preside esercita sugli insegnanti, che a loro volta agiscono sugli studenti. Una catena continua di un potere un po’ misero, perché è sempre misero accanirsi sui più deboli, che trova però una gloriosa pena del contrappasso nei tempi moderni.

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Qualche giorno fa (e qui vengo al perché di questo pezzo), un giovane amico, che ha frequentato la medesima scuola, mi ha fatto vedere il profilo facebook di una donna che sembrava avere novant’anni. Gli occhi erano due fosse riempite di terra, e i capelli un cumulo di polvere. “La riconosci?” mi ha domandato. No, non la riconoscevo e anche il nome mi pareva di non averlo mai sentito. Solo dopo molti scatti, e dopo aver scoperto che il nome fosse solo un’invenzione (ma facebook non proibisce l’utilizzo di generalità false?) ho capito chi fosse. E mi è sembrato triste e ingiusto che un’insegnante, al giorno d’oggi, per avere una vita sui social network fosse costretta a usare uno pseudonimo. Mi è sembrato un sinistro gioco del destino come la rivoluzione digitale abbia dunque ribaltato i ruoli, costringendo gli insegnanti a proteggere la loro privacy da studenti ed ex studenti con foto ritoccate per apparire più vecchi, e nomi inventati. Peccato, un tempo erano loro a canzonare gli studenti per i primi amori e per le folli ambizioni. Adesso chi prenderà il loro posto?