I cani hanno un solo difetto

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L’estate e i cani, binomio maledetto. I cani che vengono abbandonati. I cani che muoiono per il caldo, spesso dimenticati in macchina o su terrazzi assolati.“I cani – spiega Sandra Palmucci, direttrice del canile di Pontetetto da oltre dieci anni – che volano dentro la nostra struttura, come è successo qualche settimana fa. O come quelli che sono stati recentemente sequestrati a degli stranieri che queste bestie le tenevano sì insieme a loro, peccato che vivessero dentro una macchina”. Ma anche i cani che azzannano, e non lasciano scampo come è successo a Mascalucia, dove due doghi argentini hanno ucciso il piccolo Giorgio. Cani considerati come surrogati di figli da alcuni, e cani altrettanto erroneamente immaginati da altri come macchine da guerra, trofei da esibire, declinazione di potere; cani appartenenti a razze selezionate per la caccia e il combattimento, adesso utilizzate per incutere timore, fare la guardia, attaccare. Cani affidati a chiunque, senza regole. Incidenti a dimostrazione che una legislazione serve, perché l’educazione dell’animale è cosa seria e l’indole di ogni razza merita il suo padrone.

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“Lucca – aggiunge Palmucci – dieci anni fa era un’eccellenza in fatto di canili, ma le cose stanno precipitando e succedono cose inaudite: abbandoni, violenze sugli animali, e addirittura furti”. Nonostante l’allarme – o forse solo a dimostrazione dell’emergenza nazionale che stiamo vivendo -, il canile di Pontetetto è considerato un’eccellenza a livello nazionale, tanto che Legambiente lo ha incluso nel suo V rapporto nazionale come esempio: insieme a Bolzano siamo la più brava provincia italiana a trovare casa agli animali ospitati in canile. Di contorno, non mancano i drammi come quello del bassotto Otto, che una manciata di settimane fa è stato rubato alla sua padroncina e lanciato dal finestrino di un auto in corsa a San Vito, o quello di un cane che nel 2015 vicino Gallicano è stato impietosamente ucciso a martellate dal suo padrone e da altri due complici. “E poi – continua Palmucci – ci sono anche cani che a volte vengono utilizzati per l’accattonaggio, senza che nessuno faccia niente. Si tratta di qualcosa di molto grave, perseguito per legge, che spesso non viene giustamente punito”.

Mi viene in mente che in via Santa Croce, ogni tanto, staziona a chiedere l’elemosina un ragazzo. E’ un ragazzo giovane, gli occhi azzurri e un boxer dal manto tigrato fra le gambe. Si apposta solitamente sotto casa mia, un cartello in mano dove con scrittura sbilenca spiega la sua realtà: ho fame, aiutatemi. Il cane se ne sta silenzioso al suo fianco, gli occhi grandi e buoni, la testa sconsolata; quando il ragazzo ha abbastanza soldi va in una delle botteghe tutto intorno, compra qualcosa da mangiare per lui e qualcosa ancora per il cane. Consumano i loro spuntini in silenzio, mentre la gente intorno continua a passare incurante. Cinicamente, potremmo dire che quello che ne viene fuori è un banale ritratto del nostro tempo. Contiene la filosofia di vita di chi vive senza fissa dimora, la miseria, la povertà e l’accattonaggio. Quel ragazzo, ogni volta che lo intravedo, mi fa pensare alle parole che qualche tempo fa mi ha detto Roberto Marchesini, etologo, autore di numerose pubblicazioni fra cui il long seller Dizionario Bilingue Uomo/Cane (Sonda), nonché fondatore della Scuola di Interazione Uomo-Animale (SIUA): “il moderno rapporto con il cane è come quello dei punkabbestia. Sono loro che per primi hanno cominciato a portarsi il cane sempre dietro. Negli anni Sessanta, infatti, il cane veniva tenuto in giardino, e solo negli anni Ottanta si è cominciato a farlo entrare in casa. Ma i punk erano sempre accompagnati dai loro cani, esattamente come adesso desiderano sempre più persone”. Naturalmente, l’accattonaggio è un’altra cosa. E sintetizzare il rapporto millenario che lega l’uomo al suo più fedele amico – che nei secoli è stato al centro di liriche e romanzi, di ragionamenti filosofici e di movimenti etici – è impossibile. Come è impossibile provare a trovare un’unica traccia per quei 7 milioni di cani che, secondo il Rapporto Italia 2016 di Eurispes, affollano le case degli italiani e producono un business multimilionario. Ognuno ha la sua storia, e i suoi padroni. E quando guardo negli occhi la mia Petra, cucciolo di jack russell che da un paio di mesi movimenta la mia vita, mi vengono in mente, a sintetizzare questi tempi di calura, le celebri parole del francese Elian J. Finbert: “I cani non hanno che un difetto: credono agli uomini”.

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Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica su “Il Tirreno”. 

Il Maestro e l’Anfiteatro

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Quando andavo al liceo, incontravo Possenti sotto casa. Aveva sempre le sue camicie chiare, le sue immancabili bretelle e quella barba bianca, incolta, messa a incorniciare degli occhi azzurri che parevano trasparenti. Aveva sempre anche l’aria assorta, come se la realtà non fosse quei sampietrini e quei palazzi e quei muri e quei frammenti di cielo che si intravedevano fra i tetti e che fanno Lucca; guardava le cose, mentre camminava ondeggiando, ma pareva essere altrove, in una realtà fatta di brandelli di colori, e di nasi lunghi, e di pesci con le ali, e di grandi occhi messi a scrutare il tempo e quella commedia umana che è la vita. Aveva poi sempre un sorriso gentile, e strafottente. Il sorriso di chi sa che tutto scorre, e che affannarsi è inutile, a volte perfino dannoso.

A Lucca tutti lo conoscevano, e al suo passaggio non potevano fare a meno di sorridere, tendergli la mano, chiedergli “Come sta?” “Cosa fa Maestro?” “Sta dipingendo?”. Lui rispondeva con la voce bassa e serena, mettendo le labbra in dentro, il naso un po’ ricurvo si apriva nelle due strette narici, gli occhi che si facevano ancora più chiari, e tradivano irrequietezza e nobiltà. Rispondeva a chiunque, e allora anche io, adolescente, anche se non lo conoscevo, avevo preso a salutarlo. “Buon giorno maestro” dicevo, ogni volta, con imbarazzo e deferenza. Maestro mi sembrava una parola altisonante, da registi con occhiali scuri e capelli scarruffati, dediti alle pose artistiche nei bar di Parigi e di Roma. Mi sembrava quasi di offenderlo, eppure mi uniformavo al gergo locale. Un gergo che ha eletto lui, come il Maestro per eccellenza.

 

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Se dici Maestro a Lucca per tutti è, e resterà, Antonio Possenti. Il maestro che ha scelto di restare lì, affacciato sull’Anfiteatro, a guardare la giostra della vita, che con ogni pennellata si trasforma, perché è tutta una questione di sfumature e di diluizioni. Perché è tutta una questione di sospensioni, e non c’è niente di più bello che salire sulla sua pittura che è una ruota panoramica, ti trascina in alto e ti porta via; non ti sazi mai di scoprire il mondo con i suoi occhi. Perché le opere di Possenti non sono quadri, sono istantanee ragionate e profonde come abissi dal pianeta: gli uomini hanno tratti di caricature e non lo sanno, gli animali rivelano il loro cuore senziente, il cielo non è azzurro ma turchino, e anche le farfalle che stanno ovunque sono frammenti di sogno e di incubo. Tutto è in bilico perenne, in un confine incredibilmente incerto fra il paradiso e l’inferno. Oltre alla sua sterminata e sorprendente galleria – perché centinaia sono le opere che ha prodotto nel corso della sua vita, che hanno portato in alto il nome della nostra città -, Possenti per anni ci ha insegnato che è possibile vivere d’arte. Lo ha spiegato in silenzio a tutti quei ragazzi che la mattina andando a scuola lo vedevano con gli occhi limpidi affrontare via Fillungo, lo ha insegnato agli apprendisti che volevano diventare pittori, ma anche a chi sognava come me di vivere mettendo in fila le parole. Per anni, Possenti è stato il cordone ombelicale fra il mondo dell’arte e le ambizioni dei lucchesi. Ce l’aveva fatta, e aveva deciso di restare ben saldo alle sue radici: affacciato sull’Anfiteatro, a guardare la vita e il mondo.

Qualche anno fa lo intervistai, e lui mi accolse in quello studio che è un’interminabile sequenza di dettagli, ed è l’essenza stessa dello studio del pittore. Dentro quella collezione infinita che era adesso una sequenza di chiavi in ferro battuto, adesso dei campanacci, e poi animali imbalsamati, uova di struzzo, pennelli, colori, vasi, libri affossati uno sull’altro, c’era l’arte come me la immaginavo da ragazzina quando lo incrociavo. C’era odore di acqua ragia e tempere, il disordine di chi non ha bisogno di dominare tutto con lo sguardo perché le cose sono cose e ci appartengono (o non ci appartengono) nonostante tutto.

Era un pomeriggio estivo, e parlammo del suo primo amore, della pittura e dei viaggi. Parlammo dell’India, e sedetti sopra la zampa di un elefante che era diventata sgabello. Lo studio, come Possenti e come la sua opera, era una voragine di vitalità e scoperta. Non c’era niente di banale, di scontato, di ripetitivo: Possenti era lo stile Possenti. Ed è raro, e prezioso, quando l’unicità della persona coincide con la sua arte.

Ricordo che mi regalò un quadro, fatto appositamente per me, con una dedica bellissima. Lo tengo nello studio, fra i romanzi che amo, e quando lo guardo penso a quel libro che avevamo iniziato a scrivere – sarebbero state sue le immagini, e mie le parole – e che giace in un cassetto del desktop, penso all’ironia con cui raccontava le cose, al senso insaziabile di scoperta, a quel viaggio in India di cui mi parlò per ore, agli incontri cadenzati negli anni nel suo studio di tappeti e quadri, alla sua voce che si faceva roca con il tempo, a quello sguardo del colore del cielo all’alba, d’estate, che aveva. Antonio Possenti aveva gli occhi come un cielo terso, di un azzurro quasi bianco, che prelude a bellissime giornate dense di ricordi e di sorrisi.

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Questo ricordo è stato pubblicato oggi su Il Tirreno.

Un ricordo di Antonio Possenti

 

Eleonora

 

Aveva una piccola cicatrice sulla guancia destra, sotto l’occhio, e indossava una camicetta bianca, una lunga gonna blu, i calzini di spugna e le scarpe nere, di pelle. “Si chiamava Eleonora. Non era bella, ma sorrideva in modo gentile e gli occhi erano grigi, assomigliavano al cielo prima di una tempesta”.

Sono passati più di sessant’anni, ma Antonio Possenti non ha dimenticato niente e di quel giorno ricorda perfettamente ogni dettaglio, perfino la sua giacca rivoltata, i pantaloni alla zuava e la camicia celeste, le scarpe di cencio.

“La città era in festa per celebrare i dieci anni dalla canonizzazione di Santa Gemma Galgani. Io ero studente al ginnasio e con un mio compagno di classe, Francesco, eravamo andati ad assistere alla cerimonia. In realtà, speravamo di incontrare qualche fanciulla perché era molto difficile avere rapporti con il sesso femminile” racconta. Allora, erano gli anni cinquanta e Lucca aveva la geografia perfetta della cittadina di provincia, con le mura pronte a delimitare il dentro dal fuori, a separare i maschi dalle femmine. Le giornate di Possenti erano scandite dalle lezioni al liceo classico Machiavelli e dai pomeriggi passati a studiare le declinazioni. Avere una fidanzata era un miraggio, ma bastava solo uno sguardo durante la passeggiata in via Fillungo il sabato pomeriggio per iniziare a sognare.

“Con gli occhi si faceva tutto” spiega, con l’aria scanzonata di chi non prende niente sul serio, neppure se stesso. “E quando la scorsi nella folla, in Piazza Napoleone, mentre chiacchierava con una sua amica, la fissai intensamente con la speranza che mi notasse. Quando si voltò verso di me, le sorrisi e lei ricambiò” ricorda. Poi il corpo ha un fremito, Possenti accenna un sorriso e, per un attimo, assomiglia al soggetto più ricorrente dei suoi quadri: un uomo dalla barba lunga, dalla smorfia enigmatica, dalle pupille dilatate. Allunga le braccia dietro la testa e ricorda la naturalezza con cui le due ragazze, che venivano da Castelnuovo Garfagnana, si presentarono e accettarono inaspettatamente l’invito a vedere un film.

Peccato che, una volta seduti al cinema Moderno, iniziarono i guai. “Francesco e io ci guardavamo, dietro le teste delle due, e non sapevamo cosa fare. Non eravamo mai stati così vicini a delle ragazze” continua.

L’atmosfera era quella del primo bacio, con le ginocchia che si sfiorano, le mani che tremano, i risolini trattenuti, il respiro che si fa sottile. Poi, d’un tratto, l’inaspettato. “Eleonora si voltò verso di me, e mi baciò. Ero completamente impreparato e mi lasciai sfiorare da lei, che sembrava così esperta” racconta, annuendo compiaciuto, Possenti. “Ricordo quel momento come qualcosa di impensato e di meraviglioso che mi ha guidato in un mondo fino ad allora sconosciuto, ma tanto desiderato. Poco importa che presto gli incontri si fecero sempre più rarefatti, fino ad annullarsi” conclude.

Da allora, il pittore lucchese ha avuto storie con donne più o meno misteriose, sempre bellissime, e da quarantacinque anni è sposato con Giuliana, da cui ha avuto due figli. “Quel bacio però non lo dimentico” commenta e poi si alza dalla sua poltroncina rossa. Cammina lento per lo studio babilonia che affaccia sulla piazza più bella e celebre di Lucca, quella dell’Anfiteatro, ed è proprio come lui: un trionfo di colori, pezzi di viaggio, quadri rinascimentali e dipinti ancora incompiuti. Dalla finestra del terzo piano, Lucca, nel incredibile caldo estivo, si mostra come un insieme di tetti spioventi, camini, parabole, tegole cotte dal sole, e dagli anni.

Possenti passa vicino ai ricordi dei tanti viaggi compiuti, consumando più le scarpe che gli aeroporti, intorno al mondo. Si ferma davanti una piccola biblioteca di noce, apre la vetrata. “Non l’ho mai fatto vedere a nessuno” sussurra, e poi spalanca un cassetto. “Eccolo” dice, porgendomi un piccolo quadro. “È lei” bisbiglia, indicando la ragazza al centro del dipinto. Ha dei lunghi capelli scuri, un paio di occhiali tondi e un sorriso educato. Indossa una fascia azzurra, con una scritta dorata, che recita Viva Maria. “Questo non me lo aveva raccontato” commento e lui scuote la testa. Afferra il quadretto, lo volta. Nella sua grafia perfetta e allungata, di rosso, è scritto “Santa Gemma, il primo bacio”.

 

Questo articolo è uscito sei anni fa su Repubblica Firenze. Ed è un bellissimo ricordo del Maestro, che purtroppo è scomparso oggi e che domani ricorderò su Il Tirreno.

Fausta Cialente, oggi su Radio3 Rai

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“Ci sono donne che incidono la pietra, e che poi vengono dimenticate. Sono donne che spesso amavano le ombre, i silenzi, più i libri che le persone. Donne che facevano della questione politica e letteraria una questione di vita, o di morte. E che in un profondo solco di coerenza e di autodeterminazione hanno mantenuto fede a loro stesse. Sono donne che si contano sulla punta di una mano. E, in questa mano ideale, in cui scorrono i nomi di Elsa Morante e di Natalia Ginzburg, spicca anche lei: Fausta Cialente.”

La raccontiamo oggi a Passioni, su Radio3 Rai, nella puntata monografica a lei dedicata con la curatela di Cettina Flaccavento.

Appuntamento dunque alle 14.00 con la storia di Fausta Cialente, con il mio racconto (che naturalmente parte dal mio romanzo preferito, Natalia), con le parole della stessa Fausta Cialente (merito degli sterminati archivi Rai), con la punteggiatura critica di Daniela Marcheschi e il cuore di Angela Scarparo.

Per riascoltare il podcast vai qui.

Luisa Spagnoli

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“Questo pomeriggio partiremo da una città nel cuore dell’Italia, che se ne sta racchiusa fra monti e guarda la campagna umbra, che un tempo era terra di contadini e poco altro. Questo pomeriggio racconteremo di una bambina che nacque a Perugia il 30 Ottobre 1877 da Pasquale Sargentini e Maria Conti. E che poco più che ventenne, il 27 febbraio 1889 per la precisione, sposò Annibale Spagnoli, di Assisi, di cinque anni più grande, di professione musicante. Assieme a lui rilevò una drogheria nel centro di Perugia. Questa ragazza si chiamava Luisa Sargentini, ma tutti la conosciamo come Luisa Spagnoli. Di lei si sa molto poco. O, meglio, della sua vita da bambina e da adolescente ci sono solo ricostruzioni e niente altro; i documenti sono pochi e incerti, i ricordi si sono persi come spesso accade eppure la sua vita ci indica che fosse intraprendente e creativa come fu per tutta la vita. Arthur Schopenhauer diceva che Le scene della nostra vita sono come rozzi mosaici. Guardate da vicino non producono nessun effetto, non ci si può vedere niente di bello finché non si guardano da lontano. E allora proviamo a guardare da lontano la vita di Luisa Spagnoli…”. Il mio racconto con le voci di Maria Letizia Putti, Laura Pacelli e Valerio Corvisieri andrà in onda oggi alle 14.00 su Radio3 Rai!

Per ascoltare il podcast è facilissimo: basta andare qui!

Divine, da sabato su Radio3 Rai

 

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C’è una donna che fa della preparazione della cioccolata, e ancor più della sua vendita, un’arte. Un’altra che racconta il mondo non in presa diretta, ma secondo uno sguardo levantino. E un’altra ancora che ha fatto scandire le sue giornate dall’impegno politico. E poi c’è Gertrude Stein, che è una lastra di parole e tecnica e prospettive ed è il racconto di tutto.

Esattamente settant’anni fa Gertrude Stein, fra le braccia della sua Alice Toklas, si abbandonava nell’ultima domanda. “Qual è la risposta?” chiedeva, ansimante, e al silenzio di Alice aggiungeva, secondo l’aneddoto che forse è la perfetta sintesi di tutta una vita, prima dell’ultimo respiro: “Allora, qual è la domanda?”.

Fra domande e risposte, fra racconti e testimonianze, arrivano su Radio3 Rai con il programma Passioni quattro donne che meritano di non essere dimenticate. Racconteremo di Luisa Spagnoli, che è una rivoluzione che parte nel cuore di Perugia e va all’attacco del mondo della cioccolata prima e, con una buona intuizione, anche della moda. Racconteremo di Fausta Cialente e dei suoi romanzi, purtroppo non abbastanza ricordati, che descrivono amori e bambini, ma anche scenari levantini e triestini, che si fondono nel magma della parola e nel rigore della letteratura. Racconteremo anche di Lina Merlin e della sua storia di donna che dalla provincia italiana ha imposto il terremoto all’Italia, e ci ha reso tutte più libere. E poi ci sarà lei, Gertrude Stein.

Con questo ciclo di Passioni, Divine – Donne del Novecento, andremo alla ricerca dei dettagli di quattro vite che hanno segnato la storia novecentesca. E lo hanno fatto da prospettive diverse, con intensità e capacità opposte, con determinazioni altalenanti e con quella sfrontatezza, incertezza, incrollabile convinzione che è, in fondo, essere donne.

Questo fine settimana e il prossimo arrivano le “Divine” su Radio3 Rai nel programma Passioni a cura di Cettina Flaccavento. Si tratterà di un viaggio in quattro vite misteriose e bellissime: Luisa Spagnoli, Fausta Cialente, Lina Merlin e la magnifica Gertrude Stein.