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L’arte e il talento per la vita di Irene Brin

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Erano gli anni Cinquanta, fra Piazza di Spagna e Piazza del Popolo era sublimato il fermento di un intero Paese. A cavalcarlo con ciabattine che lasciavano il tallone scoperto, rossetto rosso e un profumo che sapeva di cipria e di essenze tropicali, era Irene Brin, nom de plume di Maria Vittoria Rossi, genovese di nascita e cosmopolita per ambizione. Considerata come una delle donne più misteriose e incomprensibili del Novecento italiano, Brin – secondo lo pseudonimo che coniò per lei Leo Longanesi all’esordio sulla storica rivista Omnibus – nella sua vita fu giornalista e scrittrice, gallerista d’arte ed esperta di moda, instancabile traduttrice e fustigatrice di costumi. Elegantissima e poliglotta, ebbe oltre cento pseudonimi – il più celebre, oltre Irene Brin, resta Contessa Clara: autrice del Galateo più letto nel Dopoguerra – e si costruì con talento una allure leggendaria. Si dice infatti che ogni giorno, distesa fra lenzuola in lino nel suo letto a baldacchino all’ultimo piano di Palazzo Torlonia, leggesse almeno un libro per intero e scrivesse tre articoli a macchina. Insieme a poche elette, come la cara amica Maria Bellonci e la bellissima Palma Bucarelli, animò il mondo capitolino della cultura, dell’arte e della moda, ondeggiando fra vernici e atelier. Di casa dalle Sorelle Fontana, come da Roberto Capucci, fu la più grande sostenitrice di Pitti e del made in Italy (che all’epoca ancora non si chiamava così), e con un abito Fabiani stregò perfino Diana Vreeland che, notandola a Central Park con un tailleur rosso, l’aveva immediatamente scelta come Rome Editor per la prestigiosa rivista di cui era direttrice: Harper’s Bazaar. Il legame con l’arte ruotava invece intorno a via Sistina 146, dove il 23 novembre del 1946 aveva inaugurato con una mostra di Giorgio Morandi, allora sconosciuto, la galleria l’Obelisco. Vi aveva investito tutta l’eredità ricevuta dal padre generale, e qualche soldo del marito, Gaspero del Corso, a sua volta militare. I due si erano conosciuti nel 1935 a un ballo della cavalleria all’Hotel Excelsior di Roma, dove il mito suggerisce avessero parlato tutta la sera della Recherche di Proust. L’Obelisco, la cui immagine era stata disegnata da Giorgio de Chirico, rapidamente divenne ritrovo di artisti e scrittori; la coppia Brin-Del Corso, che secondo i maligni dell’epoca si dimostrò solida e felice grazie all’omosessualità di entrambi i coniugi, scoprì e diede successo ad artisti come Vespignani, Caruso, Burri, Dalì, Campigli, Klee, Kandisky. Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini ed Ennio Flaiano erano di casa. “Di Roma – ricorda il nipote Vincent Torre – adorava la casina Valladier. Mi consigliava sempre di andare ad ascoltare Carmelo Bene, e poi scendevamo insieme Trinità dei Monti che lei amava particolarmente. A Palazzo Torlonia abitava in un appartamento immenso, dove vivevano anche il suo autista e la sua cameriera. La casa era una sequenza di libri e d’arte. La somma dell’eleganza e della cultura di cui era maestra”.

Questo articolo è uscito oggi su Repubblica Roma.

 

E oggi… Partendo da “Il Mondo” (Atlantide Edizioni, pp.320 € 30) questo pomeriggio alle 18.00 presso la Galleria Nazionale, dove è conservato il Fondo Irene Brin, Gaspero del Corso e l’Obelisco, si racconterà Irene Brin. Interverranno Andrea Lupo Lanzara, vicepresidente Accademia Costume & Moda che ospita il Premio Irene Brin, la prof.ssa Bonizza Giordani, Accademia Costume & Moda, Claudia Palma, Direttrice del fondo bioiconografico della Galleria Nazionale, la giornalista Sofia Gnoli, e la scrittrice Flavia Piccinni, curatrice del volume. A scandire l’appuntamento ci saranno le letture dell’attrice Eliana Miglio. L’incontro è gratuito e aperto al pubblico.

 

 

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Il Mondo di Irene Brin: a Roma, il 16 febbraio

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Il Mondo di Irene Brin:
l’arte, la moda, la scrittura

Venerdì 16 febbraio 2018
ore 18, Sala delle Colonne
Ingresso libero

Intervengono
Andrea Lupo Lanzara, vicepresidente Accademia Costume & Moda
Bonizza Giordani, accademia Costume & Moda
Claudia Palma, direttrice Fondo Bioiconografico Galleria Nazionale
Sofia Gnoli, giornalista de La Repubblica
Flavia Piccinni, scrittrice
Letture dell’attrice Eliana Miglio

“C’è una Irene Brin bionda, diafana e trasparente come una guaina di cellofan e ce n’è un’altra bruna, compatta e notturna come un’ala di corvo. Ce n’è una classicheggiante, rotonda e compiuta come una quaglia; e ce n’è un’altra gotica, sottile e ritorta come un serpente. La Irene bionda parla, si veste e perfino pensa in maniera molto diversa dalla Irene bruna; la Irene rotonda si muove, si pettina e perfino scrive in maniera molto diversa da quella sottile” notava Indro Montanelli, raccontando il misterioso camaleontismo dell’autrice di origini liguri.
Negli anni, decine di artisti e di scrittori hanno provato a svelare l’indole inafferrabile e misteriosa di Irene Brin, protagonista del Novecento poi inspiegabilmente dimenticata.
Adesso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, che ospita il Fondo Irene Brin, Gaspero del Corso e l’Obelisco, dedica alla scrittrice e giornalista un pomeriggio per svelarne il poliedrico talento.
Nel corso della sua vita, Irene Brin fu infatti giornalista, scrittrice, gallerista, esperta di buone maniere e di pessime abitudini. Meglio di chiunque altro seppe raccontare con spietatezza e ironia il nostro Paese nel dopoguerra, spiegando agli italiani l’educazione, il gusto e lo stile. Incantò Leo Longanesi e Luigi Pirandello, scoprì Renzo Vespignani e Giacomo Balla, fu madrina del primo Pitti nel 1951 e divenne la prima corrispondente italiana per Harper’s Bazaar. Proprio per illustrarne la straordinaria complessità, figure apparentemente diverse si ritrovano per restituire luce al mosaico della sua incredibile esistenza. Al centro dell’incontro ci sarà la raccolta Il Mondo, recentemente pubblicata da Atlantide Edizioni, che per la prima volta raccoglie in un unico volume una selezione degli scritti firmati da Irene Brin nel corso della sua intera vita.

L’incontro: un pomeriggio con Irene Brin
All’incontro interverrà Andrea Lupo Lanzara, vicepresidente Accademia Costume & Moda che ospita il Premio Irene Brin, per raccontare il legame della giornalista con la moda e Bonizza Giordani, Accademia Costume & Moda, che ne svelerà il talento poliedrico. Claudia Palma, Direttrice del fondo bioiconografico della Galleria Nazionale, si concentrerà sul fondo Irene Brin, Gaspero del Corso e l’Obelisco per svelarne il legame con l’arte. Sofia Gnoli, giornalista de La Repubblica, affronterà il suo talento di giornalista di costume, mentre Flavia Piccinni, scrittrice e curatrice de Il Mondo, si concentrerà sul suo talento di narratrice. A scandire l’appuntamento ci saranno le letture della nota attrice Eliana Miglio, che per l’occasione interpreterà anche un brano inedito di Irene Brin.

Il libro: Il Mondo di Irene Brin (Atlantide Edizioni)
Da Coco Chanel a Greta Garbo, da James Joyce ai principi Mdivani, passando per luoghi culto come il Florida di Roma o le Giubbe Rosse di Firenze, e per attività perdute quali la Casa Line o la Cas Pas, Irene Brin ne Il Mondo (Atlantide, 2017) si mostra non solo la brillante autrice de Il Galateo e del suo dizionario, assunto come classico da migliaia di lettrici e appassionate, ma anche un’autrice dalla prosa raffinata ed elegante.
L’ampia scelta di racconti e articoli suggerita dalla scrittrice e giornalista Flavia Piccinni attraverso le prime edizioni di Usi e CostumiCose Viste, Le Visite e Il Galateo confermano come Irene Brin, ingiustamente dimenticata dopo la sua morte, non sia una semplice giornalista di costume, ma l’attenta interprete e protagonista di un preciso periodo storico. Una grande scrittrice che per la prima volta si svela attraverso un ritratto complesso, delicato e struggente, che ne mostra l’originale e moderno sguardo impietoso.

Hanno scritto del libro:

“Un libro che andrebbe studiato nelle scuole”
Natalia Aspesi, La Repubblica

“Lo sanno in pochi, ma gran parte dell’italiano migliore
che ancora oggi si scrive si deve a lei: Irene Brin”
Antonio D’Orrico, Sette, Corriere della Sera

Tutto, niente

Nella trappola di uno psicopatico

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Nel corso della loro vita secondo l’Istat tre donne su dieci hanno subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Si tratta di una violenza che corre sul corpo e sulla mente, lasciando dei segni devastanti che difficilmente si traducono in cicatrici. La violenza è una ferita aperta, che sanguina ogni giorno: ci fa sentire fragili, ci convince di non essere all’altezza, ci fa temere di essere costantemente vittime dell’insincerità e della derisione altrui. Mina le basi della nostra sicurezza, e disintegra il potenziale rapporto di fiducia e di scambio reciproco che potremmo costruire con gli altri. Guardate bene nel vostro passato e chiedetevi se anche voi – che magari sembrate così sicure, così determinate, così poco inclini a trasformarvi in nome degli altri – siete state vittime di un uomo manipolatore, capace di governare la vostra esistenza in base ai suoi cambi d’umore, alle sue necessità, ai suoi desideri. Io lo ammetto senza vergogna, a me è capitato ed è stato straordinariamente devastante perché il manipolatore si insinua nella vita e la fa sua. Ed è proprio una storia di manipolazione psicologica quella al centro di “Nella trappola di uno psicopatico” appena pubblicato da Sonda Editore (pp. 132, € 15) e firmato da Cinzia Mammoliti, criminologa ed esperta di psicologia criminale. L’autrice, nota per il long seller “I serial killer dell’anima” (Sonda, 2012), guida il lettore nella storia che ha forma di diario dell’insegnante Francesca. Un giorno Francesca, ormai abituata alla noiosa routine sentimentale con Giorgio, incontra Maurizio: lui è bello, affascinante, sensuale. La fa sentire unica, e con un tira e molla costruito ad arte la imprigiona, trascina in una relazione distruttiva che la annulla completamente. Alla storia di Francesca, viene poi affiancata una porzione finale più rigorosa, che fornisce al lettore gli strumenti per riconoscere le relazioni malate e le loro declinazioni. Mammoliti illustra con una scrittura semplice e comprensibile gli strumenti che distruggono l’animo. Chi è lo psicopatico? Come si comporta in amore? Quali sono i danni che produce nelle sue vittime? Queste sono solo alcune delle domande che ci pone, e a cui è necessario imparare a rispondere perché tutti, prima o poi, incontriamo i “vampiri dell’anima” e per salvarsi è necessario saperli riconoscere.

Questa recensione è su Il Tirreno nella mia rubrica del lunedì dedicata alle novità editoriali, Testi Tosti.

Tutto, niente

Clara Nubile, un’intervista

La prosa di Clara Nubile, scrittrice di origine brindisina, girovaga nell’animo e nella scrittura, è un equilibrio perpetuo fra vita e morte. Nubile ha vissuto a Bologna (dove si è laureata in Traduzione), dunque a Ravenna e Bombay dove, fra il 2001 e il 2003, ha trascorso 2 anni presso l’Università per un progetto di ricerca sulla scrittura femminile in India (The danger of gender, Sarup and Sons, New Delhi, 2003). Negli anni ha pubblicato diversi romanzi, fra cui lo splendido “Io ti attacco nel sangue” (Lain, 2005) e adesso sublima la sua scrittura di salsedine ne “Le Febbri” appena pubblicato da Besa Editore, una raccolta di racconti che profumano di drammi e d’India, al centro di una scrittura lucida e tagliente. Esattamente come lei, che “in questi giorni sono a Bangkok, città di cui ti innamori piano, lentamente. Molto diversa dalla caotica, polverosa, esplosiva Bombay che ti stritola sin da subito. Presto mi sposterò verso il nord della Tailandia. Poi si vedrà” mostra il suo talento di narratrice controcorrente, intrisa di Puglia e di Oriente, devota alla libertà, priva di compromessi e di orpelli”.

 

Cominciamo dall’inizio. Come è nato “Le Febbri”? Si tratta di un libro molto diverso dai tuoi precedenti. Penso per esempio a “Lupo” o a “Tu come tutto quello che tocchi”. Due libri densissimi, ma narrativamente per molti versi opposti. 

In viaggio, in ripetuti soggiorni in India e durante i viaggi all’interno del viaggio. In particolare, durante una decina di giorni ad Agonda, Goa, sul mare in una capannina di bambù. Un apparente paradiso, un idillio, dove però accadeva di tutto: omicidi, sparizioni, giri di mafia droga e prostituzione. Mi colpì in particolare la prima storia (“L’impiccato”) che apre Le febbri. Quella di Stephen, un turista inglese che scese da un treno in corsa tra Goa e Mumbai e trovò la morte in un anonimo villaggio, impiccato a un albero di mango. Una storia oscura, che nascondeva scheletri, segreti, brutti giri. E poi tutte le persone frequentate a lungo a Bombay, o incontrate per caso e per pochissimo tempo, ma tutte mi hanno lasciato il guscio di una storia, un racconto che chiedeva di essere scritto.

Esattamente come accade con l’India.

L’India ti si appiccica addosso, poi lentamente svapora, ma ti lascia qualcosa, sempre. A me ogni tanto lascia parole, poesie, racconti. Storie che cogli ovunque, per strada, nel movimento. E poi, una volta ferma, le suggestioni, gli accenni di storie prendono forma nella quiete.

Che cosa è India oggi?

Non esiste una sola India. Esistono tante piccole grandi Indie. Come non esiste una sola Bombay per me (non riesco a chiamarla Mumbai, come alcuni indiani sono nostalgica e odio i fascisti nazionalisti) ma tante città, come una sorta di ventaglio.

Ecco, l’India è un ventaglio che si apre e si chiude, a seconda del vento che tira.

Per certi versi un posto scarnito, spoglio di valori. Per altri, incredibilmente ricco interiormente e a livello umano. Un luogo confusionario, allucinante, dove tutto si mescola, a volte cozzando, a volte in armonia. E forse in preda a una latente crisi d’identità: una tensione verso l’occidente che non sempre si realizza nel mondo giusto, un’implosione nel passato più oltranzista e cieco. Però, in qualche modo funziona, con le sue brutture che ho imparato a vedere solo col tempo. Proprio come in una lunga relazione, lentamente saltano fuori le ombre, gli aspetti meno gradevoli.

Cosa vuol dire conoscere l’India?

Mutare, trasmutare, cambiare occhi, orizzonti, prospettive. Scendere a compromessi con la propria essenza occidentale, capire che non si diventerà mai orientali, lottare per trovare un equilibrio in un Paese dove, nel bene e nel male, sarai ai margini, mai pienamente integrato anche se sempre molto amato, ben accolto, trattato bene.

Squamare la pelle del pesce, ecco cos’è conoscere l’India. Costa molta fatica, soprattutto per una donna.

Perché allora India?

Come tutte le storie d’amore, cominciò per caso con un lungo viaggio sparpagliato e romantico durante un monsone, con lo zaino in spalla. Un viaggio indimenticabile, e poi il periodo di ricerca all’Università (University of Mumbai) di due anni (progetto di ricerca su gender e letteratura) che ha cementato i miei legami anche lavorativi con al città, l’esperienza dell’insegnamento d’italiano agli indiani, la mia vita part-time in India… diciamo così, una parte di me vive sempre lì, anche quando è altrove. E poi ho sempre amato tutto ciò che è diverso, lontano, apparentemente irraggiungibile.

Non credo nella reincarnazione, ma qualcuno dice che se si continua a tornare in India, è perché ci si è già stati nelle vite precedenti. Chissà.

Per me è un ampio respiro, lontano dalla provinciale Italia che mi sta sempre più stretta e mi sembra così estranea. Per chi vive di letteratura, poesia, libri, l’India è un posto che offre ispirazione, nutre un grande rispetto per l’arte, ti dona possibilità di conoscere altri scrittori, partecipare costruttivamente e in modo attivo a festival letterari, progetti. Ed è un posto che ti costringe a espandere, andare al di là degli steccati, anche a livello professionale, non solo umano. Mi sono spessa ritrovata davanti ai miei limiti, ai miei aspetti peggiori. Lì, messi a nudo. Difficile, ma istruttivo. Insegnare, ad esempio, che mai altrove avrei fatto. E finché l’India mi donerà un respiro così ampio, per me avrà un perché. Sempre.

Questa intervista è uscita su “Gli Stati Generali

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Ignazio Del Punta

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“Lucca nel Duecento era una delle più grandi città commerciali d’Europa. Anche se numericamente non era grandissima, si stima che oltre ventimila persone vivessero tra la città e i borghi. Era un centro sulla via Francigena, ed era meta stessa di pellegrinaggio per il Volto Santo. Era una città importante, lo sai?”. Parla con disinvoltura, come se stesse raccontando del meteo o di un fatto di cronaca noto a tutti, Ignazio Del Punta. Parla con un accento vagamente lucchese, gli occhi scuri in movimento, le mani che disegnano spazi e passato raccontando della città che lui – nato a Oxford da madre inglese e padre italiano – ha eletto a sua dimora del cuore. “Ho scelto Lucca – sottolinea – perché in fondo, nonostante tutti i problemi di provincialità e di traffico, nonostante i tanti interessi contrastanti che la coinvolgono, ne sono innamorato. L’ho conosciuta da piccolo, perché quando avevo quattro anni mio padre, professore di filosofia antica e medioevale, uno dei massimi specialisti della tradizione di Aristotele nel Medioevo, vinse un posto all’Università di Pisa. E così, nel 1978 ci trasferimmo in Toscana. O, meglio, nella campagna lucchese perché mio nonno aveva origini in queste zone. Io ho frequentato il liceo classico a Pisa, e poi ho studiato storia con Marco Tangheroni, professore stimato a livello internazionale”. Dopo la laurea a 23 anni, Del Punta vince un dottorato a Cagliari. Prima però deve fare il servizio civile, a Porcari, dunque comincia la sua carriera di studioso che prosegue fra borse di studi e molto impegno. “Alla fine sono entrato alla Scuola di Studi Storici all’Università di San Marino, dove ho fatto una specializzazione in storia, occupandomi sempre di storia medioevale. La mia materia prediletta è, fin dai tempi della tesi, la storia economica. Mi interessa da sempre capire il commercio, la banca e, a Lucca, la seta”. Il binomio fra la nostra città e il più prezioso dei tessuti è infatti un piccolo mondo, cui Del Punta ha dedicato, insieme a Maria Ludovica Rosati, il libro “Lucca una città di seta” (Maria Pacini Fazzi) che sarà presentato venerdì a Palazzo Mansi (alle ore 17). Un volume interessante e ben documentato, che si presenta come una sorta di esplorazione fra la storia e l’arte di quel mondo complesso che, fra il Duecento e il Trecento, fece di Lucca la prima città del mondo occidentale capace di competere nella produzione di tessuti di lusso con le tradizionali stoffe orientali, e ancor di più di creare un modello commerciale poi esportato in altre città italiane.

“L’antica economia lucchese – puntualizza Del Punta –  si è evoluta come un’economia di élite perché ha visto una parte importante della società nel Basso Medioevo dedicarsi ai commerci, e alle attività manifatturiere. Da un mondo prevalentemente rurale, quello dell’Alto Medioevo, ma anche dell’XI secolo, quando l’economia era dominata dalla produzione e dallo scambio di prodotti agricoli, si passa ad un tipo di economia diverso perché incentrato sullo scambio di merci esotiche, di prodotti di lusso e manifatturieri. Le spezie, per esempio, ma soprattutto la seta greggia e i tessuti semilavorati, ma anche tessuti di lana e di lino, nonché le armi, vendute a piccola-media distanza: da Genova a Firenze. Non bisogna dimenticare che i mercanti e banchieri lucchesi avevano un business non solo locale, ma europeo”. La storia restituisce il nome della famiglia Ricciardi, piccola dal punto di vista numerico però molto potente, ma anche di famiglie dalle origini nobiliari come i Guidiccioni, che hanno prodotto vescovi e cardinali, e Di Poggio che aveva al suo interno notai, giudici, cavalieri e faceva parte di svariate società bancarie. “Nel Trecento – continua Del Punta – compaiono poi i Guinigi, ma anche i Forte Guerra e i Rapondi. Si tratta però di un secolo tormentato, perché con la morte di Castruccio Castracani, Lucca è sotto il dominio di varie signorie e dopo si diffonde la grande pestilenza del 1347/1348 che si calcola sterminò più di un terzo della popolazione. Nonostante tutto, e grazie alla seta e alla relativa specializzazione, l’economia lucchese mantiene sempre un livello alto, pur subendo la concorrenza di città vicine che dal punto di vista economico diventano più potenti”. Segue un lungo declino fra alti e bassi: nel Cinquecento si vedono le grandi famiglie di mercanti lucchesi a Bruges, ad Anversa, a Lione e a Londra. Poi il Seicento è un lungo declino, dovuto all’emergere a livello europeo degli stati nazionali. “Le città stato italiane – sospira Del Punta – sono troppo piccole per poter competere con dei nuovi protagonisti, dove le economie mercantili vengono sostenute in modo molto più massiccio”. Il sogno di Lucca viene inglobato prima, dunque annullato, dai meccanismi della storia dei grandi Paesi. Resta però una traccia a ricordare una grandezza mai sopita. “La storia – conclude Del Punta – che è quella cosa che dovrebbe essere una scienza esatta, anche se poi non lo è. Più la studi, più ti rendi conto che è un racconto dei fatti soggettivo, e dunque bisogna sempre avere un’attitudine critica e costruttiva. La storia ti insegna a non prendere per oro colato quello che dicono o scrivono gli altri”. Ti insegna a scavare fra i documenti, cercando qualcosa di simile alla verità. Un filo nel passato. Magari, un filo setato.

Questa intervista-racconto è uscita oggi su “Il Tirreno” nella mia rubrica “Vite Lucchesi”.