Nicola Borrelli, e il Lucca Film Festival

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Nel 1975 Stanley Kubrick gira fra Germania, la Gran Bretagna e l’Irlanda uno dei suoi capolavori. Esattamente vent’anni dopo, un pomeriggio d’autunno, un dodicenne boicotta il videogioco del momento per guardare la videocassetta di un film nel salotto della casa a due piani, a pochi passi dalle Mura, dove vive con i genitori.

Quel dodicenne non lo sa ancora, ma quella pellicola ambientata nel Settecento che è tutta estetica, lunghissimi campi e orizzonti sconfinati, trasformerà la sua visione del mondo. O, quantomeno, influenzerà tutta la sua vita.

Il film in questione si chiama Barry Lyndon, e il dodicenne protagonista di questa storia è Nicola Borrelli, 34 anni, instancabile Presidente del Lucca Film Festival e dell’Europa Cinema. Lo incontro davanti a un the in un bar dalle grandi vetrate che affacciano su Piazza del Giglio; fuori c’è un sole che suggerisce tepori primaverili, e vestiti leggeri. Un sole che suggerisce l’imminente messa in moto di quella macchina che lui dirige, e che è fatta di ospiti di rilievo internazionale – quest’anno sono attesi Oliver Stone, Willem Dafoe, Oliver Assayas e Aki Kaurismaki -, anteprime e mostre. “Partiremo il due aprile” mi spiega Borrelli, capelli scuri tirati all’indietro che nascondono fili d’argento, occhi grandi e scuri, indecifrabili. “E dire – continua – che è iniziato tutto per una scommessa. O quasi”. Si ferma, si sistema la cravatta verde bosco e alza un po’ il sopracciglio sinistro, una mossa che ripeterà più volte nel corso della nostra conversazione. “Abitavo a Bologna, dove studiavo cinema al Dams. Per me, che avevo fatto il Nottolini per assecondare i desideri della mia famiglia e che avevo un futuro da architetto, tutto era nuovo. Finalmente potevo dare sostanza alla mia passione. Quelli sono stati gli anni della vera formazione, perché un conto è essere affascinati, estasiati, innamorati del cinema e un conto è studiarne la storia, approfondire le arti che vanno a comporlo, le varie discipline che lo animano. Ricordo settimane e settimane passate a guardare di tutto. Vivevo in uno stato di isolamento, ma è grazie a quelle immersioni che ho maturato una passione così trasversale. E proprio in quegli anni ho capito che, per me, il cinema è immagini in movimento. Anche per questo con il Festival abbiamo eliminato tutte le etichette, tutte le classificazioni”. Ormai prossimo alla fine degli studi, Borrelli si interroga sul futuro. “Chiacchierando con degli amici di Lucca, fra cui Alessandro de Francesco, che da bambino condivideva con me la smodata passione per il cinema, ci siamo detti che forse avremmo potuto provare qualcosa di folle, che a Lucca mancava”. Quel qualcosa di folle nasce nel 2005 e va a battesimo come Lucca Film Festival.  “Volevo che fosse a Lucca perché qui sono cresciuto, e perché Lucca ha il cinema nel DNA. Una testimonianza sono i due circoli dedicati al grande schermo, seguiti da decine di appassionati. Speravamo di trovare terreno fertile”. E il terreno fertile sorprende Borrelli, complice la situazione felice che la città attraversa. “Eravamo un gruppo di ragazzi appena ventenni e forse questo, forse la nostra ingenua passione, deve aver spinto interlocutori importanti a darci fiducia”. Borrelli trova aiuto da parte delle Istituzioni e un prezioso sostegno da Marcello Bertocchini, già allora Presidente del Circolo del Cinema di Lucca. “Fu una sorta di battesimo, che ha avuto conferma nel 2013 quando Bertocchini, in qualità di Direttore della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, ha voluto scommettere su di noi con un aumento di budget”. Il risultato è duplice: il festival trova maggiori forze per investire in progetti di livello internazionale, e aumentano gli investitori allettati dalla garanzia che il contributo della Fondazione suggerisce. Arrivano anche successi come la vittoria al prestigioso bando Funder35 promosso dalla Fondazione Cariplo, insieme ad altre 17 Fondazioni di rilievo nazionale, e riservato alle migliori imprese culturali giovanili italiane. “In questo modo – aggiunge Borrelli, che nel tempo libero collabora con altri Festival in giro per il mondo, e insegna storia del Cinema in strutture pubbliche e private  – avremo la possibilità di dare stabilità a dei collaboratori del Festival”. Ormai il LFF – che l’anno scorso ha portato in città 60mila turisti – coinvolge stabilmente 10 persone, ma durante i giorni della manifestazione il team supera le cento. Solo la squadra della sezione Effetto Cinema Notte, la cui direzione artistica è affidata a Stefano Giuntini e Cristina Puccinelli, è formata da 37 membri che organizzano in giro per la città 50 eventi.

“Una delle novità di quest’anno – svela Borrelli – è la nascita di una giuria popolare creata in collaborazione con i due circoli del cinema cittadini. Era una richiesta del territorio, il risultato sarà una menzione d’onore. Il mio sogno continua ad essere quello di riuscire a fare con il festival la tripletta, ovvero creare la condizione perché a Lucca si possa creare un film, girarlo e farlo vedere”. Borrelli sorride, si accende una sigaretta. “A volte ripenso a Kubrick. Nel mio immaginario è restato per anni, insieme alla poesia incredibile che il regista e sceneggiatore sovietico Tarkovskij riusciva a mettere nei suoi lavori”. Senza volerlo, siamo tornati a Barry Lyndon, e al suo regista che sempre ripeteva: “Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato”. E, dunque, visto. Magari su un divano da bambini. Magari su uno schermo da ragazzi. Magari in concorso al Lucca Film Festival.

 

Aprile: i nuovi libri di ATLANTIDE

Scarica qui le schede del mese di aprile

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Oltre i Sogni
Autobiografia di un outsider
Colin Wilson 

“Tutti noi, sotto la superficie della nostra mente,
possediamo uno strato di felicità.
Il problema è riuscire ad accedervi”. 

Come si diventa liberi? E’ l’interrogativo che porta il giovane Colin Wilson a scrivere L’Outsider, uno dei libri più coraggiosi e influenti del secondo Novecento inglese, pubblicato con successo da Atlantide nel 2016.
Oltre i Sogni è la storia esaltante, comica, drammatica, e a ogni pagina ricca di suggestioni illuminanti di un ragazzo di una famiglia proletaria inglese, ma è anche è soprattutto la storia di un uomo che riesce a fare della propria vita il suo unico possibile destino. Un’opera capace di ispirare il lettore a superare i propri limiti per riconoscere chi si è davvero e, forse, chi si può diventare.

“The Outsider: uno dei migliori saggi del 2016”
Dario Olivero, La Repubblica

Un classico della controcultura e della filosofia underground, ancora capace di allargare le prospettive e di suscitare ulteriori domande. Più di questo, cosa si può chiedere a un saggio?“.
Emanuele Trevi, La Lettura – Corriere della Sera

Viviamo in un’epoca che neutralizza, mettendola a profitto, ogni forma di irregolarità. L’Outsider racconta dell’eccezione
Nicola Lagioia, La Repubblica

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L’Inferno
Henri Barbusse

Un giovane uomo arriva a Parigi e prende alloggio in una pensione borghese. Una sera, per caso, scopre che c’è una piccola fessura nel muro da cui può vedere cosa succede nella stanza accanto… Pubblicato per la prima volta nel 1908, L’Inferno – firmato dallo scrittore più caratteristico e influente della cultura francese dei primi decenni del Novecento, torna in libreria  con una nuova traduzione di Manuela Maddama.

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Filosofi Moderni
Adriano Tilgher 

Una scelta di saggi scritti tra gli anni Venti e i primi Quaranta sulla filosofia moderna e contemporanea, che costruiscono una visione ricca di stimoli e intuizioni sorprendenti sul pensiero occidentale moderno e la civiltà contemporanea firmata da Adriano Tilgher, originalissimo studioso di filosofia e autore di numerosi libri di estetica, etica, filosofia politica, critica teatrale e letteraria, inviso al fascismo e in odore di scomunica religiosa. 

Francesca Caminoli, un ritratto d’interni

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Francesca Caminoli vive in un appartamento che è costruzione di memoria attraverso gli oggetti. Ci sono libri, quadri, tappeti, due gatte sorelle, l’odore delle sigarette che fuma con lentezza e dedizione, e poi: fotografie. Molte, moltissime fotografie.

L’appartamento – che è vicino a Porta Elisa, ha un giardino meraviglioso che lei definisce troppo ordinato per i miei gusti, grandi finestre da cui si scorge l’umanità varia che popola le Mura – parla per lei. Parla per lei, per quanto Francesca Caminoli non voglia. “Mi trasferirò, voglio tornare in campagna” mi spiega appena mi accoglie, e mi guarda con grandi occhi nocciola che si sciolgono in sfumature verdi, il visto segnato da rughe profonde, i capelli bianchi e arruffati, la frangetta luminosa, senza età. Nata a Lecco nel 1948, figlia di un imprenditore – che scoprirò essere alquanto rigoroso e rigido, nonché grande camminatore –, Caminoli vive a Milano fino a trentaquattro anni.  “Facevo la giornalista. Per alcuni anni ho lavorato al Corriere dell’Informazione con Ferruccio De Bortoli, Vittorio Feltri, Gian Antonio Stella. Con Carla Giagnoni e Serena Zoli curavamo la Pagina della Donna. Poi cambiò direttore, la pagina fu chiusa perché reputata un ghetto. Ma un ghetto, francamente, non era. Scovavamo cose belle, ci divertivamo come matte” ricorda. La voce è roca, del fumatore e di chi nella vita non si è mai risparmiato. L’accento vagamente del Nord, qui e lì ha qualche consonante che vibra in lucchese. “Lavoravo – continua, mentre mi offre un caffè, che berremo con latte e senza zucchero, tutto d’un sorso, in cucina – dalle cinque la mattina fino all’ora di pranzo. Poi andavo a casa, stavo con i bambini, la sera c’erano sempre collettivi, progetti, ambizioni. Non c’era tempo di sentirsi stanchi, si era parte di qualcosa. Di un fermento incredibile”. Eppure Caminoli a 34 anni cambia vita. Decide di trasferirsi a Massaciuccoli con il marito, che lì aveva una casa. “I giornali stavano cambiando, e l’immagine conquistava sempre più importanza rispetto al contenuto. Collaborai per un paio d’anni con alcune testate, poi smisi. Vivevamo in campagna, facevamo i contadini, avevamo un ufficio stampa, scrivere forse non mi interessavano poi tanto”. Mi tornano in mente delle parole della scrittrice spagnola Mercè Rodoreda, che scovo anche nella libreria di Caminoli con un romanzo bellissimo: La piazza del diamante (nella recente edizione de La nuova frontiera); interrogata sul perché per anni non avesse scritto niente, lei rispose: perché ero troppo occupata a vivere. Ecco. La vita. La vita che esplode, e che nel caso di Caminoli la guida a mettere insieme il suo primo libro. “Abitavo a Torre, e con mio marito ospitavamo una donna bosniaca con il figlio. Il giorno in cui lui lui le rispose in italiano, lei capì che doveva tornare a Sarajevo. Alla prima tregua partì. Non voleva vivere come una profuga. Continuammo a sentirci, e quando due anni dopo fu firmata la pace andai a trovarla. Trovai la distruzione. Era un cumulo di macerie. Durante la festa musulmana di Bajram, alcuni abitanti di Sarajevo varcano la frontiera per andare a rendere omaggio alle tombe dei loro parenti, ma il pullman viene assalito da un gruppo di serbi e quattro persone vennero uccise. Il giorno dopo i giornali italiani non ne parlavano che in poche righe. Decisi di scriverne”. È il 1999. Francesca Caminoli intreccia una relazione editoriale con la casa editrice Jaca Book, che prosegue ancora oggi. Il battesimo di questo sodalizio è proprio Il giorno di Najram, che prende spunto da quel tragico fatto di sangue. Seguono nel 2003 La neve di Ahmed, e poi da altri tre libri che partono sempre da frammenti di cronaca e da un impegno civile mai ottuso, sempre sincero. “Adesso non voglio più cambiare il mondo. Per me il vero  impegno civile è poter migliorare la vita anche solo di una persona”. E dire che con il suo ultimo libro, Perché non mi dai un bacio?, di persone ne ha aiutate molte. Moltissime. “Nel 2000 sono andata per la prima volta in Nicaragua con il progetto Los Quinchos, un’associazione laica che accoglie circa 250 bambini. Sono rimasta tre mesi, e ho creato un giornalino con i ragazzi di strada. Quando poi è morto mio figlio, ho venduto delle sue stampe e ho comprato una piccola casa per loro. E sempre per loro saranno i diritti del mio ultimo libro, che racconta la storia di Zelinda Roccia, la fondatrice del progetto. Attraverso questa casa, Guido adesso vive anche quaggiù. Dimenticare è far morire davvero”. La guardo. Gli occhi sono altrove. Penso al suo libro più struggente, Viaggio in Requiem, che racconta il suo viaggio verso la Puglia e verso Otranto, sulle tracce del figlio artista Guido, suicida a 30 anni; ogni parola è un confronto con se stessi, con l’essere madre e persona. Fuori dai capitoli passano i luoghi, le sensazioni che questi trasmettono, ma nel cuore resta la sofferenza, l’amore, un mazzo di girasoli. “Dopo che ho perso mio figlio, le priorità sono cambiate. La mia scrittura è rimasta semplice, forse perché vengo dal giornalismo. A Lucca per un periodo ho partecipato alla vita cittadina, negli anni Novanta sono anche stata Consigliere Comunale, ma adesso mi interesso pochissimo delle cose della città. Tocca alle nuove generazioni, a chi ha idee nuove”. La voce però è altrove. Ferma, ma altrove. A Guida, probabilmente. Lei è una roccia, scherzo per smorzare la tensione. Lei sorride: “Vorrei essere friabile. Ti possono fare di tutto, quando credono che tu sia una roccia. Ma non è così. Adesso faccio una vita solitaria. Abito in città, ma è come se stessi in cima a un monte. Non ho mai fatto parte di nessun salotto, di nessun circolo, molti mi amici mi dicevano che avrei dovuto per la mia carriera. Eppure non l’ho mai fatto, e non mi sono mai pentita”.

 

Questa intervista è uscita oggi su Il Tirreno nella mia rubrica A proposito di Lucca.

 

 

 

 

Fashion in flight

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Nel 1961 Barbie diventò assistente di volo. Aveva una graziosa divisa celeste con gonna scampanata al ginocchio, giacca adente, candida camicetta bianca a mezze maniche, leziose scarpine dal tacco nero in tinta con una borsa a cartella, cappellino e guanti avorio. Sorrideva in quel modo sgradevole cui siamo abituati, e aveva i capelli biondi a caschetto. Era una dipendente della compagnia statunitense, l’American Airlines, anche se nel 1966 (forse per mobilità) avrebbe indossato la divisa di Pan Am (abito blu scuro e capelli neri tragicamente cotonati) e solo nel 1973 sarebbe ritornata definitivamente alla casa madre. La Barbie Stewardess, che poi sarebbe diventata flight attendant, era il terzo esempio in casa Mattel di una bambola lavoratrice. Prima, Barbie era stata solo ballerina e infermiera. Improvvisamente grazie a lei l’immaginario delle bambine occidentali si ampliava, includendo un sottinteso significativo: le ambizioni delle loro madri. Nonostante gli incidenti aerei – come quello in cui morì a 22 anni Nelly Diener, la prima air hostess europea -, un posto da assistente di volo era ambitissimo. Considerate come l’emblema (truccato dal sessismo imperante) del successo femminile, apparivano giovani, bellissime, filiformi, vincenti e cosmopolite. L’interesse nei loro confronti era esploso fin dall’esordio, tanto che quando nel 1930 la Transcontinentale and Western Airlines aveva pubblicato un annuncio per 43 assunzioni, si erano presentate in duemila. I canoni di selezione erano molto rigidi, e basati esclusivamente su parametri estetici. Le candidate dovevano essere magre, alte, giovani, single ma non vedove, senza figli e con vista perfetta.

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Non è poi cambiato molto. In Cina le assistenti di volo sono reclutate da agenzie di modelle fra le giovani studentesse con “voce dolce, e alcuna vergogna a esporre parti di pelle” e la compagnia Emirates Airlines, come ha riportato il New York Post, obbliga le sue dipendenti a rispettare rigidamente numerosi canoni estetici, fornendo indicazioni sul trucco e obbligando le dipendenti a non ingrassare (chi sgarra viene spedito in palestra e presso un centro di nutrizione). Forse è anche per questo che le hostess di Emirate sono considerate le più belle, almeno secondo lo Scott Schuman delle cabin crew: Jay, americano a Dubai, che ha abdicato al lavoro da giornalista per diventare assistente di prima classe , ma soprattutto blogger e instagrammer con lo pseudonimo di Fly Guy. A confermarlo è stata anche la competizione proposta dal sito di viaggio Trippy. Per rispondere a una domanda che assilla il mondo intero – Quale sono le hostess più calde (hottest)? – Trippy con l’ausilio di un software ha creato un volto-tipo per ogni compagnia con la fusione di numerosi scatti fatti al personale. Emirates Airlines ha trionfato con un rating di 7.17, all’ultimo posto Frontier Airlines con 5.48. Alitalia non classificata. E dire che la nostra compagnia di bandiera è ormai alla ricerca, nel momento di crisi totale che attraversa, di una sublimazione nella moda: a dicembre, nel corso dell’Alitalia Day, ha presentato in una sfilata le nuove divise firmate da Ettore Bilotta. Le uniformi che arrivano dopo 25 anni di medesimo look – firmato da Mondrian nel 1998 e prodotto dal gruppo Nadini di Vignola al costo complessivo di 9 miliardi di lire – hanno numerosi riferimenti al passato: l’eleganza delle forme, l’uso del rosso per il personale in volo (grigio antracite per gli uomini), e del verde per chi resta a terra (e anche dei criticatissimi collant). Barbie, che nel 2011 aveva celebrato Alitalia, presentando le quindici divise ufficiali delle hostess disegnate dai più celebri stilisti del mondo, dovrà aggiornare la collezione. A ricordare per sempre l’eleganza delle assistenti di volo nostrane resteranno il tailleur elegantissimo delle Sorelle Fontana (1950), il completo lineare di Delia Biagiotti (1960), la minigonna con spolverino verde firmato da Mila Schön (1969 e 1972), le gonne e camicette bianche dalle spalle squadrate di Renato Balestra (1986) e il doppiopetto grigio creato da Giorgio Armani (1991).

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Puro lusso in confronto a ciò a cui sono state costrette le americane. Alla loro nascita, negli anni Trenta, indossavano tailleur dai toni pallidi, gonne al ginocchio e capelli ondulati nascosti sotto graziose cloche; dovevano suggerire il lusso e l’eleganza del jet-set, annullando ogni sentore della vigente depressione economica. Con gli anni Quaranta l’uniforme si fece più scura, comparì il rossetto rosso e i capelli vennero legati: l’ispirazione arrivava da Hollywood, e le hostess dovevano imitarne il look per avvenenza e classe. Negli anni Cinquanta Pan Am ebbe l’intuizione di sfruttare l’allure delle assistenti di volo per trasformarne il look in qualcosa di iconico. Nacque così la storica divisa blu aderente, la camicia bianca, il cappellino vezzoso portato sui capelli acconciati con cura (poi ripresa da Barbie). Negli anni Sessanta arrivò anche ad alta quota la moda. I biglietti più economici permettevano a un crescente numero di persone di utilizzare gli aerei, e così la libertà dello stile venne declinata in USA con osceni stivali bianchi al ginocchio, calze arancioni, mini abiti rossi e gialli con cappellino e cappa rossi. Negli anni Settanta si fece largo la bombetta, la gonna sopra il ginocchio, il gilet e la camicia colorata, mentre gli anni Ottanta furono il momento di trucco abbondante, vestiti colorati e blazer. I maxi spallini e le giacche over size segnarono gli anni Novanta, in accoppiata a calze trasparenti e mezzo tacco. Era l’ultimo grido di stile prima degli anni Duemila, quando la definitiva affermazione delle compagnie low cost ha suggerito look più dinamici, ma soprattutto economici. Tanto che le hostess di American Airlines hanno recentemente rifiutato di indossare le nuove divise a causa dei problemi dermatologici che le stoffe (scadenti) avevano dato a 1600 dipendenti. Il caso di Zac Posen, messo a lavoro per modernizzare gli abiti del personale di Delta Airlines (anche questi rossi), resta isolato e sono lontani i tempi del fashion in flight, che è diventato una mostra omonima all’Aviation Museum di San Francisco (fino al 10 settembre).

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Se la moda è sempre di più qualcosa di collaterale alle hostess, il volo si appropria di interesse. Nel marzo 2016 Finnair ha ospitato una sfilata all’aeroporto di Helsinki, United Airlines ha lanciato una campagna social in collaborazione con Banana Republic, Lufthansa ha organizzato un fashion show su un boeing Francoforte/NY per lo stilista Rubin Singer: la prima sfilata a 30mila piedi d’altezza. Etihad Airways – che ha quote di minoranza anche in Alitalia, Jet Airways, airberlin – ha fatto ancora di più: arrivando a diventare partner delle Fashion Week internazionali, e presentandosi come sponsor ufficiale a 17 eventi annuali in tutto il mondo, da NY a Londra, da Milano a Mumbai. Ne è nato Runway to Runway, un nuovo member club che offre benefici alla comunità fashion internazionale. L’idea alla base è decisamente semplice: incanalare i globetrotter, e sfruttare il mondo della moda nel suo lato glamour, ma anche nella sua capacità di produrre desiderio attraverso la continua connessione globale. Alle hostess, fra uno sciopero e un atterraggio, non resta che il ricordo di un andato, mondo dorato.

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Questo articolo è stato pubblicato ieri su Pagina99, e lo trovate in edicola per tutta la settimana.

Dopamine Dressing?

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Se nel vostro armadio, accanto a una collezione di abiti funerari, è spuntata una gonna giallo canarino o un pullover turchese probabilmente siete anche voi vittime di La La Land. O, più semplicemente, siete inconsapevoli cultori del dopamine dressing, ultima strategia di automedicamento secondo cui indossare abiti divertenti e variopinti riesce a migliorare l’umore.

Archiviata la psicologia del colore – strategicamente usata nel marketing da anni, e fautrice di solidi legami fra sfumature cromatiche e applicazioni al fine di modellare gli impulsi del possibile acquirente –, la moda adesso è una colata arcobaleno di brillantezza che non lascia immuni neanche i grandi stilisti.

Armani fa di uno sgargiante arancione dai richiami orientali il suo colore feticcio per la primavera/estate 2017, e lo declina in preziose giacche in pelle, fluttuanti gonne in organza, vestiti trasparenti e orecchini oversize. Giambattista Valli opta per il rosa in tulle e per opulenti ricami floreali, mentre Maison Margiela alterna al total black, voluttuosi rossi. Gucci sceglie un labirinto di sfumature, lo stesso fanno Pucci e Versace. Anche la pelletteria non si rivela indenne da questo trend. La borsa del momento è firmata Loewe, ed è un elefantino multicolore diventato il vero protagonista delle fashion week internazionali; non meno attenzione, in termini di stampa e di vendite, hanno riscosso le borse con un paio di occhi di Anya Hindmarch e quella a strisce verticali di Sophie Hulme.

Naturalmente il dopamine dressing – portato a battesimo da Grazia UK, e divenuto oggetto di ampio dibattito sul The Guardian – è stato massicciamente adottato, più o meno consapevolmente, da attrici e trendsetter. I casi più eclatanti? Gwyneth Paltrow, che si è fatta fotografare con la green jumpsuit della designer inglese Emilia Wickstead, e Anna dello Russo che ha optato in un unico outfit per una borsa arcobaleno, cappotto broccato celeste, felpa rosa che indica il giorno della settimana di Alberta Ferretti (Monday, per la precisione).

Il buon umore a tutti i costi, come se non bastasse nella vita reale, ha attaccato anche i capi cheap. Ed ecco spuntare le Converse riadattate secondo Comme des Garçons, i jeans di House of Holland tempestati di cuori colorati, il wrap dress smanicato con cintura in tessuto color pesca riproposto da Mango e decisamente simile a quello inossato da Emma Stone nella pellicola di Damien Chazelle, l’abito giallo di Topshop Unique in lustrini già decretato capo cult di stagione.

E dire che al momento non esistono sostegni scientifici alla teoria. Come unico baluardo resta un articolo in grado di evidenziare il ruolo dell’abbigliamento nei processi cognitivi (Enclothed Cognition) pubblicato dal Journal of Experimental Social Psychology nel 2012 con la firma di Hajo Adam e di Adam Galinsky.

“Per quanto non sia ancora riscontrabile una dimostrazione scientifica, da tempo si è a conoscenza che certi colori migliorino l’umore” spiega la psichiatra Donatella Marazziti dell’Università di Pisa. “Con buona probabilità dal punto di vista cognitivo l’autocondizionamento può giocare un ruolo importante. Ovvero: mi sento meglio, o peggio, a seconda del colore che indosso. Si tratta di una suggestione che potrebbe rivelarsi come una sorta di incentivo, una vera e propria motivazione, capace di innescare l’aumento della dopamina, ovvero il neurotrasmettitore che sottende la gratificazione e il piacere”. Tutto rientra dunque nel campo dell’autopercezione, che per antonomasia non è replicabile o misurabile. Costantino della Gherardesca, conduttore televisivo e radiofonico, non ha dubbi e suggerisce anzi un’ulteriore passaggio: “Pratico da tempo il dopamine dressing. Anche se per me a fare la differenza non sono i colori, ma il taglio e le proporzioni degli abiti. La manica raglan, ad esempio, blocca la dopamina. Un calzino corto sarebbe praticamente un neurolettico. Per quanto mi riguarda, dopamine dressing è semplicemente vestirsi in modo decente. Paradossalmente, quando mi vesto comodo durante la giornata provo una sensazione di forte disagio. Se mi sento vestito male mi deprimo, se invece sono in giacca e cravatta sono decisamente più allegro. Siccome disprezzo gli uomini che si conciano male è corretto da parte mia, eticamente, odiarmi quando prediligo capi pratici”. Contorto, ma comprensibile e apprezzabile. “I vestiti in sé – sostiene Marina Savarese, autrice di Sfashion (Morellini Editore, pp. 200) e insegnante di fashion management al Polimoda di Firenze –  non possono renderti più felice. Sicuramente, però, esistono abiti che ti fanno stare bene e non sono necessariamente quelli che vanno di moda. Non esiste un codice estetico universale. Personalmente preferisco vestirmi in modo colorato, soprattutto quando la giornata è grigia, e a volte scelgo talmente tanti colori contemporaneamente da sembrare un arcobaleno. Così quando mi guardo allo specchio mi faccio allegria da sola. E chi mi incontra sorride. Merito anche dei miei capelli che ora sono rosa”.

Dopamine hair. Un fenomeno ancora da studiare, che forse potrebbe dare un senso al proliferare di decolorazioni presenti a vantaggio di colori pastello e del blorange – capelli biondi con riflessi arancioni, come un tramonto – considerato, a seconda del punto di vista, come l’ultima follia beauty, o il supremo trend.

Se pensate di essere immuni al dopamine dressing, iniziate a dubitare. La moda del colore, da sempre apprezzata in salsa pacchiana e celebrata iconicamente da serie televisive nostrane come Il boss delle cerimonie o Lucky Ladies sulle napoletane upper class, trova il modo di reinventarsi a seconda del soggetto, come racconta Matteo B. Bianchi, scrittore e autore televisivo. Da poco in libreria con una nuova edizione del suo primo successo, Generations of Love (Fandango, pp. 284), Bianchi non esita: “Nel mio armadio ci sono esclusivamente camicie dai colori simili, sui toni del blu e dell’azzurro. Detesto comprare vestiti, devo sforzarmi per farlo. Tempo fa durante i saldi ho acquistato un paio camicie e arrivato a casa ho scoperto che una l’avevo già: stesso modello, stesso colore. Questo la dice lunga sulla monotonia del mio abbigliamento. A volte invidio l’esuberanza dei capi altrui, ma non me li vedrei mai addosso. La verità è che sono un abitudinario, e tendo a scegliermi una sorta di divisa nella quale mi sento a mio agio. D’inverno camicie a scacchi, d’estate felpa su t-shirt. Le mie esagerazioni sono t-shirt rosso acceso, o giallo squillante. Le metto quando sono nel mood giusto. Mi sembra di indossare qualcosa di vagamente provocatorio. Non è insomma roba per tutti i giorni”. Evidentemente La La Land e il colore, l’ultimo antidepressivo made in fashion, non lo hanno ancora contagiato.

 

 

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Questo articolo è uscito ieri su Pagina99. Lo trovate in edicola per tutta la settimana. 

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La passione sospesa: Marguerite Duras

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Leopoldina Pallotta della Torre ha un nome altisonante, da contessa quale effettivamente è, grandi occhi di un nocciola dorato, che si posano sulle cose con una delicatezza stupita. Quando parla le labbra, che tinge sempre di borgogna, accompagnano i ricordi quasi fossero sospiri. La sua lingua gode di inflessioni bolognesi, francesi poiché a Parigi ha vissuto a lungo anche se in modo altalenante, e si ritrova – a cercar bene – anche qualcosa di toscano. Di lucchese, per la precisione.

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Leopoldina infatti a Lucca, seguendo il destino suggeritole della madre proprietaria della tenuta di Carignano, è arrivata quasi 13 anni fa accompagnata dal marito e dalle figlie. “Adesso di figlie ne ho tre” mi racconta. “A Lucca la mia vita è cambiata. Per fortuna avevo ricominciato spesso da zero. Qui mi sono ritrovata a fare la manager, mentre prima…”. La voce si sospende. E sarà fatta soprattutto di sospensioni, di vuoti e di sottintesi la nostra conversazione. Sarà costruita in onore a Marguerite Duras, scrittrice feticcio di molti lettori, e naturalmente anche la mia. A Marguerite Duras: l’autrice de L’Amante, l’autrice de L’Amante della Cina del Nord, l’autrice di decine di romanzi, di sceneggiature di successo come Hiroshima Mon Amour, ma anche di gloriosi, provocatori, mirabolanti articoli e di una vita che pare un’opera d’arte. Proprio a Marguerite Duras, forse la più grande scrittrice francese del Novecento, Leopoldina ha dedicato un meraviglioso libro, adesso introvabile, che si chiama appunto “La passione sospesa” (Archinto, pp. 171). Si tratta di un libro che è una conversazione a due voci, fra una Duras provata dalla malattia e dall’età, e una Pallotta dalla Torre di venticinque anni, ossessionata dalla Duras stessa, che a sua volta rivede in lei la gioventù perduta, la speranza, la bellezza. “Non volevo fare un libro intervista – continua Leopoldina –. Gli incontri con Duras sono durati tre anni. Ero immersa nel suo mondo. Quando la andai a trovare per la prima volta, vidi i suoi occhi che erano blu: brillavano, e la voce roca, avvolgente, carnivora, non poteva non conquistare”. Leopoldina si ferma. Si accomoda sulla poltroncina verde davanti a me, si sistema i capelli lunghi e di un castano che gode dei medesimi riflessi, un poco più chiari, dello sguardo. Una maglietta colorata, nella quale predomina il verde, le fascia il corpo magro. È una bella donna, che s’avvolge di uno charme annunciato nel sangue: il padre conte, la moglie italiana nata a Londra dalla cultura cosmopolita.

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“Incontrare Duras – riprende – mi ha lasciato un alone sulla vita, anche sulla vita amorosa. L’amore era il suo tema. E lei era una seduttrice nata. Aveva un lato intellettuale, e uno selvatico. Aveva un lato perverso, e poi restava un’idealista. Ogni tanto mi guardava, e mi faceva delle domande: era curiosissima. Forse proiettava in me qualcosa che non era mai stata, o quella spensieratezza che mai aveva posseduto. Quando eravamo insieme non potevo prendere appunti, né registrare. Gli appunti la infastidivano, e così dopo le nostre chiacchierate nel suo studio, chiacchierate in cui lei mangiava caramelle alla menta che non mi offriva mai, uscivo fuori di corsa dal suo palazzo e scrivevo tutto. Quanti appunti presi nella metropolitana!”. Il libro, che verrà presto ripubblicato in Francia, fu un successo: 20 mila copie vendute, 13 traduzioni, centinaia di recensioni. “Firmai il contratto a Forte dei Marmi. La Toscana è un tema ricorrente della mia vita”. Una vita fatta di traslochi, di spostamenti, di richiami ascoltati e negati. “Ho iniziato – aggiunge Leopoldina – a Bologna, nella redazione neonata di Repubblica. Poi mi sono trasferita a Milano, dove scrivevo di cultura e società. La mia maestra era Natalia Aspesi. A 28 anni una sorta di crisi mistica. Il lavoro andava bene, avevo ricevuto un’offerta importante, ma ho rifiutato. Sono tornata a Bologna, ho cominciato a fare la freelance, ho fondato un festival di musica contemporanea, ANGELICA, che esiste ancora e ha 26 anni”. Tutto sembra aver riacquisito una normalità, poi il telefono suona. E la vita cambia. Di nuovo. “Chiamavano da Berlino. Un regista ebreo tedesco di grande spessore, Peter Zadek, aveva appena preso la direzione artistica del Berliner Ensemble, il teatro fondato da Bertolt Brecht, e voleva mettere in scena Miracolo a Milano. Lascio tutto, e mi trasferisco a Berlino Est. È un lavoro duro, fatto di ricostruzioni, di sofferenza e di meraviglia. Non avevo neanche il telefono di casa. Lo spettacolo fu un successo. Diventai l’assistente personale di Zadek, e dopo quattro anni a Berlino incontrai mio marito Sebastian che lavorava per la TV tedesca”. Arriva il matrimonio, e poi 12 anni a Francoforte e dunque Lucca. L’arte torna a dominare la vita di Leopoldina, che organizza tre mostre nella tenuta di Carignano in collaborazione con Ludovico Pratesi. Ma Duras resta nell’aria. “Quando lessi L’Amante, rimasi folgorata. E mi dissi: io devo assolutamente conoscere la persona che ha vissuto queste cose. Mi ero innamorata del mondo Duras. Lei era un’incantatrice. Era perversa e innocente” sussurra, mentre le parole si sciolgono in un sorriso. Ed è esattamente quello che è accaduto a me. Dopo aver letto Duras, hai bisogno di conoscere qualcuno che l’ha conosciuta. Che ha guardato i suoi occhi, visto le sue labbra muoversi, le sue mani agitarsi. Ed ha qualcosa di miracoloso – ma anche di molto lucchese, perché in nessun posto come a Lucca gli artisti sono ai margini della narrazione cittadina – che quel qualcuno sia qui, affacciato su via Fillungo, con occhi nocciola e capelli che possiedono i riflessi del sole.

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Questo articolo è uscito oggi in A proposito di Lucca, la mia rubrica domenicale su Il Tirreno.

Odio dunque sono

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Avere un’opinione su internet è molto semplice. Ancor prima di avere un’idea, basta possedere l’invettiva. L’invettiva di questi tempi è tutto, in particolar modo se viene supportata da uno smartphone e da una buona connessione internet.

Ci si scaglia contro la ragazza che è stata ripresa in momenti di intimità, così come con la sopravvissuta alla valanga di Rigopiano. Si scarica la propria rabbia in un vomito inarrestabile di parole, convinti che queste non abbiano un peso e un’essenza. Convinti, soprattutto, che i commenti online siano senza conseguenze, e futuro.

Della violenza delle parole ce ne ricordiamo ogni manciata di mesi. A settembre, dopo il suicidio della giovane e bella 31enne campana protagonista di quattro video pornografici amatoriali diventati virali che l’avevano resa oggetto di scherno sul web, avevamo guardato unanimemente alla rete e ai social network come a dei mostri, dimenticando che ogni singola particella di quella prepotenza erano persone come noi: i nostri vicini di casa, i nostri colleghi, noi stessi.

Fra amnesie e prese di coscienza rispetto alla sotterranea potenza distruttiva del web, e alla colata di odio che sa riversare giornalmente contro il malcapitato di turno, risuonano ultime le parole pronunciate la settimana scorsa da Laura Bordini. Il Presidente della Camera ha attaccato Facebook per aver bloccato per 24 ore l’account dell’informatica Arianna Drago, che aveva denunciato pubblicamente numerosi gruppi chiusi di stupro virtuale sulla piattaforma creata da Mark Zuckeberg.

Di queste ore è la valanga verbale rivolta a Giorgia Galassi, sopravvissuta alla tragedia di Rigopiano, mandata alla gogna a causa di un post sul proprio profilo Facebook in cui ringraziava “tutte le persone che si sono preoccupate per me in questi giorni”. La sua colpa? Secondo migliaia di utenti è stata quella non aver provato empatia per chi si trovava ancora sotto le macerie dell’hotel, di non aver ringraziato Dio, di non essersi ritenuta abbastanza fortunata. A leggere i commenti c’è da rabbrividire per la quantità di parole inutili e non richieste messe a offendere chi è appena scampato a una tragedia.

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Da moderata quale mi sono sempre considerata, pensavo che non avrei mai provato sulla mia pelle lo sgradevole sentimento di fastidio continuato – un fastidio simile a un pizzicotto dall’entità sopportabile, ma allo stesso modo inesauribile – che genera la valanga del web. L’hate speech – letteralmente l’incitamento all’odio – mi ha invece investito da domenica pomeriggio, quando ho pubblicato su Huffington Post (una testata online del Gruppo L’Espresso, per la quale ho un blog) un post provocazione – un po’ semplicistico e sintetico, a essere sinceri – sul burqa. La sintesi è piuttosto banale: dopo averlo provato a Kuwait City, riflettevo sull’annullamento del corpo indossandone uno. Le reazioni prodotte sono state la strumentalizzazione da parte di due quotidiani che hanno fatto un taglia-incolla un po’ becero costruendo un trattato di pessimo giornalismo sulle mie parole (ma di ottimo giornalismo scandalistico, a dirla tutta), due interviste radiofoniche, migliaia di condivisioni, migliaia di commenti, decine di messaggi privati e di email a dimostrazione che le offese possono essere decisamente ripetitive, e piuttosto noiose. Letta una, lette tutte.

La cosa che ho imparato, però, è stato come non sia possibile passare indenni dal fuoco del web, che si scaglia come un serpente contro la sua preda e la distrugge con insulti, infamie, strumentalizzazioni. La parola diventa un modo per espellere la rabbia silente.

Ma è una parola troppo violenta per essere rivolta veramente contro il malcapitato di turno. Siamo diventati tutti bombe a mano pronte a esplodere, e utilizziamo la tastiera per fare del male. Utilizziamo la tastiera per rigurgitare rabbia, per essere notati, per dire la nostra, per aggredire, per uccidere. Odiare è l’io esisto degli anni Duemila.

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Quello sul burqa, per tornare alla mia questione personale, era il post di un blog e dunque non di un trattato di sociologia, né un bignami di femminismo applicato all’Islam. Avrei potuto argomentare meglio ed evitare di liquidare un tema così spinoso in una manciata di righe, ma l’idea era di applicare il tema a un’esperienza personale: il divieto a Kuwait City di girare per strada con le spalle e le gambe scoperte.

Quello che ho imparato negli ultimi tre giorni, però, è più prezioso di ogni saggio di antropologia che io abbia mai letto. Di ogni trattato sulla banalità del male che abbia mai studiato. Di ogni libro sul web, e sulla sua forza che sia mai capitato sulla mia scrivania.

Rem tene, verba sequentur dicevano i latini per ammonire a conoscere gli eventi, poiché le parole sono seguenti. Il motto dei tempi moderni, e ne ho le prove, è invece un altro: trova le parole, possibilmente di offesa e di giudizio gratuito, i concetti seguiranno. Forse. Perché, alla fine, i concetti non sono poi così importanti.

Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno.