Il Femminicidio è culturale

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Siamo cresciute convinte che la parità fra uomo e donna fosse una cosa non solo dovuta, ma naturale. Siamo cresciute – noi ragazze nate negli anni Ottanta, e venute su nel periodo della prosperità assoluta, con genitori a loro volta bambini negli anni del boom economico – certe che gli uomini non fossero né migliori né peggiori di noi, ma uguali. Sottili segnali si propagavano però già dall’infanzia a instillare il dubbio: perché i maschi possono giocare a calcio e a noi tocca il cucito? Perché i maschi se dicono le parolacce sono dispettosi e burloni, e le bambine di cattiva famiglia? E poi la banalità che si avviluppa (per la stessa cosa) fra il maschio sciupafemmine e la donna di facili costumi, e ancora i divieti spesso assurdi: non sederti per terra, non giocare troppo sfrenata (che cosa voglia dire me lo chiedo ancora adesso), non giocare con i maschi, non fare il maschiaccio (la frase più ricorrente di tutta la mia infanzia), non gridare, non alzare la voce, non… E poi, il delitto passionale. La più grande, stratosferica, bugia che ci hanno fatto abitare per decenni. Come se l’amore passasse dal possesso. E la passione fosse un tassello fondamentale di quel legame a doppia mandata che per tante donne si è trasformato in un nodo scorsoio attaccato alla gola. Ma anche in una coltellata nel petto, in proiettile in mezzo alla fronte, in un corpo bruciato, in una bottiglia di acido scagliato al centro del viso.

Siamo cresciute, dicevamo, fingendo che andasse tutto bene. Leccandoci le ferite in silenzio. Pensando: si calmerà. Pensando: forse è colpa mia. Credendo, insomma, di essere sempre noi quelle sbagliate. Sbagliate per cosa? Sbagliate, soprattutto, per chi?

Qualche tempo fa, discutendo di quel tema che fa arricciare il naso alla maggior parte degli uomini, la scrittrice Laura Lepetitt mi ha detto: “noi femministe abbiamo sbagliato tutto, abbiamo sbagliato a non trasmettere alle ragazze il senso di lotta e di piazza”. E sono queste le parole che mi tornano in mente adesso, mentre migliaia di donne si preparano domani ad affollare le strade e le piazze di Roma e di Milano, con un semplice motivo: farsi ascoltare. Dire no alla violenza. A quella lunga scia di sangue che colonizza la nostra storia di donne, e che comincia quando siamo bambine e crediamo che il nostro futuro sarà come quello degli uomini. Si tratta di una stratosferica bugia. Forse la prima vera bugia a cui crediamo, prima ancora di Babbo Natale e che tutte le famiglie al mondo siano felici. Ma te ne rendi conto troppo tardi – magari quando hai trent’anni e scopri che le barriere fra i sessi sono così numerose, ingannevoli, dissimili nella loro ripetitività da avere i confini dell’incubo. Questa della parità è la più grande menzogna che ci raccontano, e che ci raccontiamo ogni giorno. Abbiamo bisogno delle pari opportunità per essere come gli uomini. Abbiamo bisogno di giornate internazionali per l’eliminazione della violenza che viene praticata sui nostri corpi, e sulle nostre menti. Abbiamo paura di andare per strada al buio, da sole. Abbiamo paura di dire “no, non ci sto con te” e di dire “me ne vado” e di reagire quando la voce si alza, quando arriva il primo schiaffo, quando ne arriva anche un’altro. Ci hanno insegnato a fare le brave bambine, a non creare problemi, ad accettare le cose. Ci hanno spiegato che essere indisponenti è un peccato capitale, ed è un peccato capitale anche essere violente o ambiziose: perché violenti e ambiziosi possono essere solo gli uomini. Ma la vita non è più come quando mia nonna aveva dieci anni. La vita è adesso. La vita può essere solo all’insegna della battaglia e dalla parità. Giornate come questa ci obbligano fortunatamente a ricordare. Ci fanno ricordare come eravamo da bambine, e come erano le nostre madri e le nostre nonne. Ci obbligano a pensare come vorremmo le nostre figlie. E ci fanno riflettere su quella inesauribile scia di sangue che attraversa la Puglia, e che ha lo sguardo di Mariagrazia Cutrone, lavoratrice e madre di tre figli, uccisa a inizio novembre a Bitonto dal marito tunisino disoccupato e di dieci anni più grande, o il sorriso buono di Federica De Luca, anche lei di appena trent’anni, ammazzata dal marito medico che aveva poi ucciso il figlio e se stesso, questa estate a Taranto. Giornate come questa ci devono far sentire unite. Ci devono ricordare come il femminicidio non sia esclusivamente la violenza fisica operata a carico delle donne, ma anche quella psicologica. Femminicidio non è solo sangue, e botte e morte. Femminicidio è dire: no, non riguarda me, e voltare lo sguardo altrove. Femminicidio è non educare le proprie figlie al rispetto, i propri figli al rispetto. Femmicidio è aspettare che le cose cambino da sole. Femminicidio è non reagire.

 

 

Questo articolo è uscito oggi su Repubblica Bari.

Pinocchio, Marcheschi e Maier

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“Mi sono trovato a camminare in un mare di fango sotto una pioggia fine e ho pensato, caspita, devi essere matto come dicono altrimenti perché continueresti a camminare in questo fango?”. Scriveva così Charles Bukowski in Sotto un sole di sigarette e cetrioli. E queste parole mi tornano in mente ogni mattina, quando fuori piove e via Santa Croce è un ammasso di cartoni e di buste martoriate dalla pioggia, e bisogna camminare rapidi, schiacciandosi ai muri, sperando che gli scrosci intermittenti delle grondaie non arrivino così, all’improvviso, a organizzare una doccia a sorpresa. Ormai è ufficiale: la stagione delle piogge lucchesi è definitivamente iniziata. Per sopravvivere, insieme a una certa dose di autoironia e a degli ottimi anticorpi, tocca ingegnarsi. O, quantomeno, provare a sopravvivere assecondando gli ammonimenti di letiziana memoria: pratici stivali di pioggia, impermeabili alla caviglia, diffidenza nei confronti delle previsione meteo. Una volta assecondati gli aspetti pratici – e in questi tempi di Desco è bene anche ragionare su sostanziose zuppe calde, accompagnate da salumi e formaggi locali -, bisogna dunque assicurarsi di fare della giornata che si vivendo, la giornata più bella della propria vita (almeno secondo l’utopico motto di Mark Twain).

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Per farlo, un buon inizio può essere procurarsi l’interessante rilettura di Pinocchio che Daniela Marcheschi – critico e docente di Letteratura italiana e Antropologia delle arte, lucchese e senza dubbio più importante studioso di Carlo Collodi al mondo – consegna alle stampe con “Il naso corto” appena pubblicato da Edizioni Dehoniane (EDB Lampi, pp.81, € 8). Il libro continua idealmente l’opera iniziata da Marcheschi nel 1995, quando aveva curato il meridiano Mondadori delle Opere di Carlo Lorenzini, e proseguita l’anno scorso con la curatela del volume di Renato Bertocchini Le fate e il burattino. Carlo Collodi e l’avventura dell’educazione (sempre per EDB). Se, come me, avete trascorso l’infanzia leggendo e rileggendo Pinocchio – ricordo ancora il libro dalla copertina azzurra, le pagine grigie, il dito che correva sotto le lettere lento e titubante -, l’intervento di Marcheschi diventa imprescindibile: è la guida in profondità nello sguardo di Collodi, che comprende “il suo innato senso delle responsabilità morali e civili, il totale disincanto con cui guardava all’aristocrazia e alla borghesia italiana” che “non solo lo avevano preservato da ogni sorta d’ideologismo consolatorio, ma (che) hanno anche restituito nel tempo originale profondità ed energia alle sue osservazioni”. Perché Pinocchio – ed è bello scoprirlo con la maturità degli anni, accompagnati per mano grazie a Marcheschi – è un viaggio attraverso i temi cari allo scrittore: “la miseria e la fame, lo sfruttamento dei bambini, la piaga dell’ignoranza, della violenza malavitosa, ma anche l’idea del lavoro come mezzo per trasformare il mondo”.

Bisogna saper guardare. E bisogna saper guardare anche per la mostra che il PhotoLux 2016 dedica a Vivian Maier. Perché gli scatti della Maier incantano, come la sua storia. Maier era nata a New York nel 1926, e per tutta la vita non era stata altro che una tata delle famiglie bene di Chicago. Aveva vissuto tutta la sua esistenza nella convinzione di non essere altro, fino a quando sulla sua strada non si era intromesso John Maloof, figlio di un rigattiere, che a un’asta aveva comprato un box zeppo di oggetti: scontrini, cappelli e centinaia di negativi. Erano i negativi della Maier che, una volta sviluppati, avevano svelato la sensibilità, lo sguardo, l’immediatezza di una vera fotografa. Un frammento di street photo da salvare dall’oblio del tempo.

Sono scatti bellissimi, gloriosi, istantanee di un tempo universale: Stati Uniti, Nordamerica, Francia, e poi il giro del mondo nel 1960, e ancora foto e foto e foto. Nel 1987, Maier aveva 200 casse zeppe di immagini: il suo archivio personale che ha conquistato prima la comunità online e poi tutto il mondo. Frammenti di un tempo che consegnano Maier (morta nel 2009, all’oscuro di tutto) all’immortalità. E che adesso arrivano a Lucca.

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Queste foto sono di Vivian Maier. Questo articolo è uscito oggi nella mia rubrica su Il Tirreno.

I giorni dopo, un assaggio

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Ho passato le ultime due settimane con il fango fino alle ginocchia. E se non era fango, erano macerie. E se non erano macerie era la disperazione, la solitudine, la paura di chi avevo intorno. Disperazione, solitudine e paura che coincideva con la mia. Perché la terra fra Marche e Umbria non smette di tremare, e quando vibra non c’è niente a cui aggrapparsi. I propri punti fermi crollano, collassano gli uni sugli altri, diventano macerie interiori, mattoni frantumati su altri mattoni. Resta, come unica opzione cui aggrapparsi, quella di aspettare. Un’attesa interminabile, anche se sono solo secondi. Il tempo, quando il pavimento trema, non ha più dimensione. “Il terremoto – mi ha detto a Camerino una ragazza greca, lunghi capelli rossi, occhi verdi e spauriti – è una voragine: ha il rumore delle cose che finiscono, e porta tutto con sé. Ora io non ho una casa, non ho più i libri, gli sciacalli mi sono entrati in camera e mi hanno anche rubato i documenti e i pochi soldi che avevo”. Storie così – ma anche storie molto più drammatiche, di gente che ha perso tutto e che adesso possiede solo i vestiti indossati, di gente che aveva due case e ora dorme per strada, di anziani che non comprendono come sia potuto succedere e ripetono solo, in trance e per mille volte: è finita – ne trovi a decine. E ti si riempiono ogni volta gli occhi di lacrime, e pensi: e se succedesse a me? E se succedesse a me di alzarmi una mattina e di non avere più niente? E se succedesse a me di dover correre fuori di casa nel cuore della notte, in pigiama, arraffando solo la coperta? Al dolore della perdita, si somma quello dello smarrimento della comunità: i simboli cadono, si frantumano e vengono inghiottiti nelle zone rosse. A Camerino il paese è chiuso: sbarrato, si dice, per i prossimi vent’anni. Lo stesso a Tolentino, dove ho visitato una Chiesa cinquecentesca la cui volta era crollata: un cumulo di macerie, solo macerie, calcinacci e chiodi; alla parete un enorme quadro dell’annunciazione, forse a opera di Caravaggio. Sempre a Tolentino, sulle scale del Comune (inagibile), mi sono sentita chiedere: “Ma di dove sei?”. Era un vigile del fuoco, Giordano Serafini, capelli scuri e occhi verdi. “Di Lucca, perché?”. E lui allora è scoppiato a ridere: “Anche io!”. E di Lucca, per inciso, era anche il fonico Marco Buti che della nostra città realizzò anni fa un prezioso documentario, e che adesso vive in Emilia Romagna. “Faccio il vigile del fuoco – mi ha spiegato – da 13 anni, e questa non è la prima emergenza post-terremoto dove presto servizio. Nel 1997, in Umbria, ero militare nei vigili del fuoco. E poi sono stato nel 2004 Brescia, nel 2009 Aquila, nel 2012 in Emilia. Sono otto giorni che sono qui. Le persone qui sono fiere, accoglienti, purtroppo disperate”. Disperato come chi non ha nulla, oltre se stesso. La situazione è così ovunque: a Castelluccio, dove si arriva solo in elicottero, la vita è ferma e isolata. A Norcia si va in zona rossa come in una zona di guerra: ovunque macerie, e la terra che si scuote tutta. Ma non finisce qui. Perché poi ci sono Visso, Muccia, Matelica… Nomi che sembrano quelli di un rosario, e snocciolarli è vedere crollare il cuore artistico dell’Italia, e dell’Europa. A una manciata di chilometri da Spoleto, sempre con le telecamere a seguito (per un documentario che andrà in onda mercoledì sera su Rai1), siamo entrati nel caveau super segreto dove le opere recuperate dalle Chiese e dai palazzi crollati trovano rifugio (e probabilmente anche restauro). E lì, guardando delle meravigliose Madonne lignee, e dipinti rinascimentali, e pale d’altare alte sei metri ho trovato racchiuso il senso di questo terremoto, di quello che stiamo perdendo, della poca forza
che stiamo mettendo per difendere ciò che in prestito ci è stato dato, e che invece intatto dovremo restituire: la bellezza della nostra arte, che non è bellezza estetica, ma bellezza di senso, di radici, di profondità. La bellezza che racchiude il potere della storia. Di quello che siamo stati. Di quello che forse, se impareremo da questi errori, saremo.

Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno nella mia rubrica “A proposito di Lucca”. Il documentario I giorni dopo, andrà in onda mercoledì sera alle 23 su Rai1.

 

 

 

Lucca Capitale della Cultura 2020

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Lucca Capitale della Cultura 2020. Quella che era apparsa su questa rubrica un paio di settimane fa poteva sembrare una provocazione. Ma tanto provocazione non era, e ancora meno oggi è. Era ed è piuttosto un’idea – una suggestione mirabolante, un desiderio silenzioso, la passione che muove le cose del mondo di hegeliana memoria – sbocciata dall’aspirazione di costruire un programma basato sulla cultura per il futuro della città attraverso una rete inclusiva e aperta a tutti.

Una rete con maglie così grandi da comprendere chiunque sia mosso da spirito propositivo e di interesse collettivo, e allo stesso tempo così selettive da allontanare chi crede esclusivamente ai propri interessi, a dispetto di quelli comuni, e resta insensibile al fatto che per sopravvivere alle sfide e alle pretese del mondo moderno sia necessario costruire insieme, guidati da un progetto che trascenda il singolo (l’io) in nome della collettività (la città).

Non è una grande scoperta, che la cultura sia motore dell’economia. Fatevi un giro in città in questi giorni: passeggiate fra gli stand e i cosplayer, frequentate i bar e domandate agli albergatori; entrate nei negozi, e ammirate cosa hanno costruito i Lucca Comics&Games. E poi prendete i dati. I numeri che formano la nostra cultura, e che ci raccontano come mentre dal 2011 al 2015 l’economia italiana decresceva, la cultura declinata nei musei e nel design e nel cinema e nella letteratura e naturalmente nei festival produceva 248,8 miliardi. Il 17% del nostro Pil. Il rapporto Io sono cultura, promosso dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, racconta esattamente questo: svela come ogni euro investito in cultura equivalga a 1,8 euro attivati altrove. Puntare sulla cultura produce un investimento a catena che tocca finanza, assicurazioni, sanità, costruzioni, metallurgia e meccanica. E in questi ultimi cinque anni ben 1,49 milioni di lavoratori sono stati occupati grazie a un circolo virtuoso nato non da super opere, ma da opere che costruiscono l’anima e fanno dell’essere umano ciò che è: idee, passioni, futuro.

Oggi, la cultura italiana è un mondo fatto da 412.521 imprese. Milioni di persone. E fra queste spiccano le industrie culturali come l’audiovisivo e l’editoria, che producono 33 miliardi di euro, circa il 36,6% delle ricchezze del sistema produttivo e creativo nel nostro Paese: lavoro per 487 mila persone. Nel 2015 nella classifica delle star della cultura, dopo Milano, Roma, Torino compaiono Siena, Arezzo, Firenze. Tre città toscane. Presto auguriamoci che toccherà anche Lucca.

Questa potrebbe essere l’occasione.

Grazie al prezioso supporto della Fondazione Banca del Monte che per prima ha raccolto questa provocazione che provocazione non vuole essere, nelle ultime settimane ho riflettuto senza sosta su Lucca Capitale 2020 (titolo che vale un milione di euro stanziato dal Governo). E ho adottato come mantra – per un progetto inclusivo e aperto a tutti, bisognoso del supporto di tutti – le bellissime parole di Oriana Fallaci, sul mio comodino in questi giorni insieme all’inquietante libro della coreana Han Kang, La Vegetariana, pubblicato da Adelphi. Oriana Fallaci, in uno stralcio di un articolo del 26 ottobre 2002 apparso sul Corriere della Sera, scrive “Per non assuefarsi, non rassegnarsi, non arrendersi, ci vuole passione. Per vivere ci vuole passione”. E Lucca Capitale della Cultura 2020 è l’occasione per non assuefarsi alla routine della città. Per non rassegnarsi che le cose vanno in un modo (quelle negative, naturalmente) e così andranno sempre. Per non arrendersi alla vita, che spesso castiga i destini all’immediatezza e non al progetto. Lucca Capitale della Cultura 2020 è la passione di una collettività che si mette insieme per un progetto comune. “Per vivere ci vuole passione”. E determinazione. E anche un po’ di follia. Sentimenti che nelle prossime settimane torneranno ciclicamente, in questa rubrica e su queste pagine, per raccontare di un progetto ambizioso e concreto che ha bisogno della partecipazione della città. Delle Istituzioni, delle realtà economiche e produttive, degli studenti e dei cittadini. Che ha bisogno di tutti noi. E soprattutto della nostra passione.

Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica su Il Tirreno.

Perché dovremmo essere grati al #fertilityday

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Dici #fertilityday e ti infuri. Pensi a un’epoca fascista in bianco e nero, i figli della patria, i figli con le donne a casa (donne che non hanno bisogno di assistenza, di tutele, di garanzie e che allo stesso tempo mettono in moto l’economia, come direbbe qualcuno). Dici #fertilityday e pensi alla tua amica che non può avere un figlio, che le ha provate tutte e che vedendo quelle immagini scoppia a piangere, e si sente uno schifo. Ancora peggio del solito. Dici #fertilityday e pensi: ma perché con i miei soldi questa campagna che mi offende, ed è sessista, ed è razzista ed è l’esempio che il Ministero della Salute non solo non ha rispetto per me (che figli per adesso non ne voglio avere), ma neanche per chi non riesce ad avere un bambino pur desiderandolo?

E poi ci rifletti, e trovi che sia talmente grossolana (fatta con le prime immagini trovate, con slogan ridicoli, zeppa di riferimenti scorretti) che inizi a credere che sia frutto del sabotaggio dell’agenzia di comunicazione che la ha orchestrata, frutto del sabotaggio dell’equipe del Ministro Lorenzin e tesi masochistica della stessa. Forse (o, meglio, c’è da augurarselo) sapevano tutti di star facendo una grande schifezza e l’hanno perpetrata volontariamente. L’hanno portata avanti per spirito di autolesionismo, per far scaturire una reazione. Qualsiasi cosa, purché se ne parli. Qualsiasi cosa per far vedere che sono qui, che ho qualcosa da dire, che faccio cose per la gente. Cose sbagliate, raffazzonate, improvvisate. Ma pur sempre cose.

Approvare una donna con una clessidra in mano che dice “La bellezza non ha età. La fertilità sì” e intanto si indica il pancino è non solo un affronto alla storia della pubblicità italiana, ma l’incarnazione stessa di un ministero che cerca di abortire se stesso. Ed è per questo che dovremmo essere grati al #fertilityday perché è un tentativo maldestro, basculante e ridicolo di impostare una campagna di sensibilizzazione, e lo fa con strumenti prettamente italiani (il grottesco involontario in primis).

Mettete da parte, per un attimo, che a divulgare la campagna (per ben due volte) sia stato il Ministero della Salute Italiano. Sarete d’accordo con me che il #fertilityday e chi lo ha concepito sono l’amico scemo che tutti vorremmo aver avuto al liceo: ti fanno incazzare e poi ridere, perché sai che non possono essere presi sul serio.

 

 

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Questioni di sesso. Ma non troppo.

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Istantanee dall’Italia. A Mugnano, paesone della periferia napoletana, si suicida Tiziana Cantone, 31 anni, protagonista di alcuni video osé privati diventati virali dopo essere stati postati su internet. In una discoteca vicino Rimini, una 17enne ubriaca viene violentata in bagno; le amiche riprendono la scena arrampicate sulla porta, e lo inviano a dei contatti WhatsApp.

Fra questi due fotogrammi resta compressa l’Italia degli ultimi giorni, impreparata e sconvolta da episodi che raccontano la devastante potenza della rete e obbligano tutto il Paese a confrontarsi con il “bigottismo” imperante denunciato da Roberto Saviano, l’incapacità della legge italiana di comprendere e gestire la privacy online, la percezione della sessualità delle nuove generazioni e l’utilizzo spesso incredibilmente superficiale delle nuove tecnologie.

“Ormai – commenta la giornalista Ritanna Armeni – è necessaria una norma, valida anche a livello internazionale, che garantisca non solo il diritto all’oblio, ma anche il diritto alla cancellazione di immagini che l’interessato ritenga lesive della propria dignità. Si tratta sicuramente di obiettivo difficile, ma è arrivato il momento di metterlo tra le priorità”.

La storia di Tiziana, che si è trovata intrappolata in quei video e nelle seguenti feroci critiche e prese in giro, dimostra come ci voglia poco, pochissimo, per distruggere la reputazione di una persona. “Servono proposte concrete. La mia – spiega la scrittrice Melissa Panarello – è un’ora di educazione sessuale alla settimana nelle scuole  per insegnare ai ragazzi non come fare sesso, ma a rispettare le altrui sensibilità, e a considerare la vita e il piacere come qualcosa di libero dal pregiudizio”. Anche per Cristina Obber, attivista e scrittrice, tutto passa dalla formazione dei giovani: “Propongo di organizzare nelle scuole, dalle materne all’Università, dei gruppi di ascolto e dei dibattiti che abbiano come centro gli stereotipi di genere, lo stupro, il femminicidio, il cyberbullismo e gli adescamenti online”. L’ascolto e la formazione, anche rispetto a temi apparentemente collaterali, sono parte del medesimo problema cui adesso ci troviamo a dover fornire risposte. Fra un fotogramma e l’altro, con la speranza che nulla si ripeta.

Da oggi, su Gioia.

Facciamo di Lucca la Capitale della Cultura Italiana 2020

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Vent’anni fa un gruppo di otto amici si incontrava con un sogno: portare nella loro piccola cittadina di provincia autori internazionali e non, organizzare incontri culturali, far girare le idee e la letteratura in una festa di fine estate. Trasformare la silente quiete locale in un fermento di idee e di attrazione attraverso quella cosa che non ha forma, ma grande spessore: la cultura. È stato un percorso difficile e tortuoso, che negli anni si è rivelato come il fiore più bello dei festival culturali italiani: il Festival di Mantova, che si dipana in cinque giorni di incontri con autori, reading, percorsi guidati, spettacoli, concerti e che ha portato negli anni in città 4000 autori, milioni di persone, ha fatto riaprire e riscoprire luoghi dimenticati, atmosfere perdute. E così, quello che era nato come un gioco e si era trasformato in un’ambizione, adesso è un festival di respiro internazionale che fa girare l’economia locale, arricchisce l’anima delle persone e trasforma in punto di riferimento culturale questo frammento della provincia italiana dal gusto di sbrisolona e di mostarda dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’Umanità.

Ho passato gli ultimi giorni proprio a Mantova per presentare il mio ultimo libro, ed era da molto che non trovavo un’atmosfera di così gioiosa ed entusiasta partecipazione: nei giovani studenti liceali che si sono fatti volontari, nello staff formato da centinaia di persone indaffarato nell’accogliere e nel divulgare, nella città che è divenuta un libro vivente con volumi in tutte le vetrine, e persone che parlano di libri, e affollano gli incontri (a pagamento) e vanno alle mostre e scoprono con promesse di ritornare questa città graziosa, con piccole strade e buona cucina. Il festival è la testimonianza di come la cultura possa essere un indotto felice per l’economia italiana, traino per un turismo che non si accontenta di belle chiese e buone zuppe; naturalmente, ha avuto grande peso nel fare di Mantova la capitale italiana della cultura 2016. L’anno prossimo il turno sarà di Pistoia. Per il 2018 sono in lizza 21 centri più o meno noti – da Recanati ad Altamura, da Trento ad Aquileia – e per il 2019 la prescelta è Matera, designata come capitale della cultura italiana ed europea. E allora perché non proporre Lucca per il 2020 in modo serio e globale, non improvvisando una candidatura come è accaduto per la Città della Musica? Perché non provare a fare per la nostra città che vive di frammenti – Comics, Lucca Film Festival, Summer Festival, PhotoLux, Lucca Classica, gli incontri in San Francesco, Teatro del Giglio, Settembre Lucchese e finanche Desco – un progetto pubblico e non gestito nei Palazzi che metta in fila le mille anime culturali, e proponga anche un percorso di letteratura? Abbiamo uno spazio incredibilmente bello – bello in modo decadente, e glorioso e toccante – e le risorse economiche grazie alla Fondazione Cassa di Risparmio, Fondazione Banca del Monte e alle aziende del territorio che hanno capito come la cultura sia la risorsa più importante non mancano. Abbiamo tutte le carte in regola per creare un vero polo culturale che sia all’insegna della condivisione e della creazione di una rete comune, e non della chiusura. In tempi globali come quelli che stiamo vivendo è ridicolo “farsi la guerra” quando si abita nella medesima città: siamo tutti troppo piccoli in confronto al mondo per restare aggrappati alle certezze della provincia come si poteva intendere cento, duecento, trecento anni fa. E dunque appelliamoci a tutti, dal Senatore Marcucci al Sindaco Tambellini che il progetto aveva annunciato a febbraio, per creare qualcosa che coinvolga in prima persona i cittadini. Appelliamoci alle nostre straordinarie e sotterranee risorse: creiamo un tavolo di confronto collettivo. Non perdiamo l’ennesima occasione di produrre vita, impiego e futuro attraverso la cultura per le piccinerie della politica, per la pietosità dei destini personali, e per le proprie struggenti ambizioni.