Perché dovremmo essere grati al #fertilityday

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Dici #fertilityday e ti infuri. Pensi a un’epoca fascista in bianco e nero, i figli della patria, i figli con le donne a casa (donne che non hanno bisogno di assistenza, di tutele, di garanzie e che allo stesso tempo mettono in moto l’economia, come direbbe qualcuno). Dici #fertilityday e pensi alla tua amica che non può avere un figlio, che le ha provate tutte e che vedendo quelle immagini scoppia a piangere, e si sente uno schifo. Ancora peggio del solito. Dici #fertilityday e pensi: ma perché con i miei soldi questa campagna che mi offende, ed è sessista, ed è razzista ed è l’esempio che il Ministero della Salute non solo non ha rispetto per me (che figli per adesso non ne voglio avere), ma neanche per chi non riesce ad avere un bambino pur desiderandolo?

E poi ci rifletti, e trovi che sia talmente grossolana (fatta con le prime immagini trovate, con slogan ridicoli, zeppa di riferimenti scorretti) che inizi a credere che sia frutto del sabotaggio dell’agenzia di comunicazione che la ha orchestrata, frutto del sabotaggio dell’equipe del Ministro Lorenzin e tesi masochistica della stessa. Forse (o, meglio, c’è da augurarselo) sapevano tutti di star facendo una grande schifezza e l’hanno perpetrata volontariamente. L’hanno portata avanti per spirito di autolesionismo, per far scaturire una reazione. Qualsiasi cosa, purché se ne parli. Qualsiasi cosa per far vedere che sono qui, che ho qualcosa da dire, che faccio cose per la gente. Cose sbagliate, raffazzonate, improvvisate. Ma pur sempre cose.

Approvare una donna con una clessidra in mano che dice “La bellezza non ha età. La fertilità sì” e intanto si indica il pancino è non solo un affronto alla storia della pubblicità italiana, ma l’incarnazione stessa di un ministero che cerca di abortire se stesso. Ed è per questo che dovremmo essere grati al #fertilityday perché è un tentativo maldestro, basculante e ridicolo di impostare una campagna di sensibilizzazione, e lo fa con strumenti prettamente italiani (il grottesco involontario in primis).

Mettete da parte, per un attimo, che a divulgare la campagna (per ben due volte) sia stato il Ministero della Salute Italiano. Sarete d’accordo con me che il #fertilityday e chi lo ha concepito sono l’amico scemo che tutti vorremmo aver avuto al liceo: ti fanno incazzare e poi ridere, perché sai che non possono essere presi sul serio.

 

 

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Questioni di sesso. Ma non troppo.

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Istantanee dall’Italia. A Mugnano, paesone della periferia napoletana, si suicida Tiziana Cantone, 31 anni, protagonista di alcuni video osé privati diventati virali dopo essere stati postati su internet. In una discoteca vicino Rimini, una 17enne ubriaca viene violentata in bagno; le amiche riprendono la scena arrampicate sulla porta, e lo inviano a dei contatti WhatsApp.

Fra questi due fotogrammi resta compressa l’Italia degli ultimi giorni, impreparata e sconvolta da episodi che raccontano la devastante potenza della rete e obbligano tutto il Paese a confrontarsi con il “bigottismo” imperante denunciato da Roberto Saviano, l’incapacità della legge italiana di comprendere e gestire la privacy online, la percezione della sessualità delle nuove generazioni e l’utilizzo spesso incredibilmente superficiale delle nuove tecnologie.

“Ormai – commenta la giornalista Ritanna Armeni – è necessaria una norma, valida anche a livello internazionale, che garantisca non solo il diritto all’oblio, ma anche il diritto alla cancellazione di immagini che l’interessato ritenga lesive della propria dignità. Si tratta sicuramente di obiettivo difficile, ma è arrivato il momento di metterlo tra le priorità”.

La storia di Tiziana, che si è trovata intrappolata in quei video e nelle seguenti feroci critiche e prese in giro, dimostra come ci voglia poco, pochissimo, per distruggere la reputazione di una persona. “Servono proposte concrete. La mia – spiega la scrittrice Melissa Panarello – è un’ora di educazione sessuale alla settimana nelle scuole  per insegnare ai ragazzi non come fare sesso, ma a rispettare le altrui sensibilità, e a considerare la vita e il piacere come qualcosa di libero dal pregiudizio”. Anche per Cristina Obber, attivista e scrittrice, tutto passa dalla formazione dei giovani: “Propongo di organizzare nelle scuole, dalle materne all’Università, dei gruppi di ascolto e dei dibattiti che abbiano come centro gli stereotipi di genere, lo stupro, il femminicidio, il cyberbullismo e gli adescamenti online”. L’ascolto e la formazione, anche rispetto a temi apparentemente collaterali, sono parte del medesimo problema cui adesso ci troviamo a dover fornire risposte. Fra un fotogramma e l’altro, con la speranza che nulla si ripeta.

Da oggi, su Gioia.

Facciamo di Lucca la Capitale della Cultura Italiana 2020

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Vent’anni fa un gruppo di otto amici si incontrava con un sogno: portare nella loro piccola cittadina di provincia autori internazionali e non, organizzare incontri culturali, far girare le idee e la letteratura in una festa di fine estate. Trasformare la silente quiete locale in un fermento di idee e di attrazione attraverso quella cosa che non ha forma, ma grande spessore: la cultura. È stato un percorso difficile e tortuoso, che negli anni si è rivelato come il fiore più bello dei festival culturali italiani: il Festival di Mantova, che si dipana in cinque giorni di incontri con autori, reading, percorsi guidati, spettacoli, concerti e che ha portato negli anni in città 4000 autori, milioni di persone, ha fatto riaprire e riscoprire luoghi dimenticati, atmosfere perdute. E così, quello che era nato come un gioco e si era trasformato in un’ambizione, adesso è un festival di respiro internazionale che fa girare l’economia locale, arricchisce l’anima delle persone e trasforma in punto di riferimento culturale questo frammento della provincia italiana dal gusto di sbrisolona e di mostarda dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’Umanità.

Ho passato gli ultimi giorni proprio a Mantova per presentare il mio ultimo libro, ed era da molto che non trovavo un’atmosfera di così gioiosa ed entusiasta partecipazione: nei giovani studenti liceali che si sono fatti volontari, nello staff formato da centinaia di persone indaffarato nell’accogliere e nel divulgare, nella città che è divenuta un libro vivente con volumi in tutte le vetrine, e persone che parlano di libri, e affollano gli incontri (a pagamento) e vanno alle mostre e scoprono con promesse di ritornare questa città graziosa, con piccole strade e buona cucina. Il festival è la testimonianza di come la cultura possa essere un indotto felice per l’economia italiana, traino per un turismo che non si accontenta di belle chiese e buone zuppe; naturalmente, ha avuto grande peso nel fare di Mantova la capitale italiana della cultura 2016. L’anno prossimo il turno sarà di Pistoia. Per il 2018 sono in lizza 21 centri più o meno noti – da Recanati ad Altamura, da Trento ad Aquileia – e per il 2019 la prescelta è Matera, designata come capitale della cultura italiana ed europea. E allora perché non proporre Lucca per il 2020 in modo serio e globale, non improvvisando una candidatura come è accaduto per la Città della Musica? Perché non provare a fare per la nostra città che vive di frammenti – Comics, Lucca Film Festival, Summer Festival, PhotoLux, Lucca Classica, gli incontri in San Francesco, Teatro del Giglio, Settembre Lucchese e finanche Desco – un progetto pubblico e non gestito nei Palazzi che metta in fila le mille anime culturali, e proponga anche un percorso di letteratura? Abbiamo uno spazio incredibilmente bello – bello in modo decadente, e glorioso e toccante – e le risorse economiche grazie alla Fondazione Cassa di Risparmio, Fondazione Banca del Monte e alle aziende del territorio che hanno capito come la cultura sia la risorsa più importante non mancano. Abbiamo tutte le carte in regola per creare un vero polo culturale che sia all’insegna della condivisione e della creazione di una rete comune, e non della chiusura. In tempi globali come quelli che stiamo vivendo è ridicolo “farsi la guerra” quando si abita nella medesima città: siamo tutti troppo piccoli in confronto al mondo per restare aggrappati alle certezze della provincia come si poteva intendere cento, duecento, trecento anni fa. E dunque appelliamoci a tutti, dal Senatore Marcucci al Sindaco Tambellini che il progetto aveva annunciato a febbraio, per creare qualcosa che coinvolga in prima persona i cittadini. Appelliamoci alle nostre straordinarie e sotterranee risorse: creiamo un tavolo di confronto collettivo. Non perdiamo l’ennesima occasione di produrre vita, impiego e futuro attraverso la cultura per le piccinerie della politica, per la pietosità dei destini personali, e per le proprie struggenti ambizioni.

 

Frammenti dal terremoto

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Una manciata di sere fa, nel campo di Arquata del Tronto, quando la terra ha tremato violentemente, ho pensato che stava succedendo ancora. Ho pensato che dovevo restare calma, eppure le ginocchia si sono piegate e una lunga vibrazione mi ha attraversato il corpo, e allora ho avuto paura. Una paura cieca, animale, che ho dissimulato con un grande sorriso. “Trema, trema” ho detto, mentre davanti una signora guardava spaesata la telecamera, e nei suoi occhi c’era quel nulla d’istinto e di disgrazia che ci fa trovare impreparati davanti ai cataclismi.

Davanti a me non c’era niente a cui aggrapparmi. Negli occhi degli altri esisteva solo il terrore. E terrore facevano anche gli oggetti e le case: i comignoli, i tetti, i termosifoni, i mobili, i vestiti, le fotografie con le cornici d’argento e i momenti felici.

Il vomito di frantumaglia e di disperazione Arquata lo rigurgitava dal suo costone, oltre la piazza del paese e il campanile in bilico, con l’orologio fermo per sempre alle 3.36 del 24 agosto. Una parete lì accanto raccontava con un codice arancione l’intervento dei vigili del fuoco: il gas era stato spento, non erano stati trovati né vivi né feriti, ma due morti. Il linguaggio dell’emergenza è spietato. Non esistono parole di troppo.

Negli occhi avevo anche Pescara del Tronto, con le sue case schiacciate una dentro l’altra, i Vigili del Fuoco che s’arrischiano nelle macerie e che con la voce rotta ti dicono “a volte le persone vengono, trovano la casa in un modo, ritornano dopo due ore e tutto è cambiato. E allora come fai a dirglielo che anche quelle poche cose su cui facevano affidamento non le riavranno più?”.

La terra trema, e tutto cambia. Una, due, cento volte. Negli occhi il terrore diventa qualcosa di vivido: diventa una paura lunga, interminabile, che ciclica si ripresenta e la voce trema “Un’altra scossa, l’avete sentita?”.

Si parla solo di terremoto, di magnitudo, di morti. E sembra di stare in guerra con un nemico invisibile, e instancabile. Un nemico che ti sorprende quando pensi che si sia stancato, che abbia ceduto alla misericordia e alla pietà. Si vive in una trincea continua. È una guerra di posizione che fa solo vittime.

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Dopo che la terra vibra, le persone ti raccontano le loro storie: “Mia figlia era immobile nel letto, coperta di cose, sono entrata in camera, l’ho liberata e siamo scappati in strada, ma da allora non vuole più stare all’aperto di notte, e trema, trema come una figlia” e “Avevo due case, due macchine e un negozio: adesso ho solo i vestiti che porto addosso” e “I miei genitori erano di qui, ma io me ne vado e non torno; la casa la lascio ai nipoti, se vorranno la ristruttureranno loro” e “Sono uscita, e poi la casa si è sfatta come sabbia bagnata dal mare” e “dormo in macchina” – “dormo in tenda” – “dormo al piano terra, di fronte all’uscita” – “dormo a Rieti”. E così via. Il dramma di ognuno è diverso da quello dell’altro, eppure i confini combaciano e costruiscono un doloroso racconto comune che né le immagini, né le parole possono restituire. Il terremoto non crea mosaici, ma solo frammenti d’identità. Dal terremoto non ci si salva. Perché se il corpo esce illeso, la mente si crepa.

La notte è il momento peggiore, perché sotto il cielo apparecchiato di stelle arrivano i dubbi: tremerà ancora? Cosa sarà il futuro? Andarsene o restare?

Tutto è difficile in quel modo ingestibile che sono le scelte che dipendono dagli altri (la politica, le istituzioni, le assicurazioni). Il mantra è “non lasciateci soli” ma le telecamere, le parole, l’attenzione fisiologicamente scemerà: andrà al prossimo cataclisma, ai prossimi morti, alle prossime case distrutte. Andrà in altri drammi, inevitabilmente.

Intanto, le strade sono chiuse, i bar aperti una manciata e zeppi di forze dell’ordine e anziani, inizia la pioggia e il freddo. Gli allevatori si trovano con le stalle scoperchiate, le mucche all’aria aperta e il terrore di quello che sarà settembre, e poi ottobre e novembre. I bambini fanno il conto alla rovescia per le scuole, gli adolescenti si domandano che ne sarà di loro. Le poche case rimaste in piedi promettono inagibilità prolungate, e il sogno è che le tende vengano sostituite da casette in legno entro la fine del mese. Nascono intanto nuove geografie sentimentali, convivenze forzate e idee di fuga. La vita nelle tendopoli, alle spalle del disastro, alle spalle delle case fatte di ciottoli di fiume tondeggianti e tenute insieme da malte cementizie povere che con gli anni sono diventate sabbia, è un pugno di farfalle in attesa che qualcuno indichi loro la strada.

 

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I cani hanno un solo difetto

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L’estate e i cani, binomio maledetto. I cani che vengono abbandonati. I cani che muoiono per il caldo, spesso dimenticati in macchina o su terrazzi assolati.“I cani – spiega Sandra Palmucci, direttrice del canile di Pontetetto da oltre dieci anni – che volano dentro la nostra struttura, come è successo qualche settimana fa. O come quelli che sono stati recentemente sequestrati a degli stranieri che queste bestie le tenevano sì insieme a loro, peccato che vivessero dentro una macchina”. Ma anche i cani che azzannano, e non lasciano scampo come è successo a Mascalucia, dove due doghi argentini hanno ucciso il piccolo Giorgio. Cani considerati come surrogati di figli da alcuni, e cani altrettanto erroneamente immaginati da altri come macchine da guerra, trofei da esibire, declinazione di potere; cani appartenenti a razze selezionate per la caccia e il combattimento, adesso utilizzate per incutere timore, fare la guardia, attaccare. Cani affidati a chiunque, senza regole. Incidenti a dimostrazione che una legislazione serve, perché l’educazione dell’animale è cosa seria e l’indole di ogni razza merita il suo padrone.

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“Lucca – aggiunge Palmucci – dieci anni fa era un’eccellenza in fatto di canili, ma le cose stanno precipitando e succedono cose inaudite: abbandoni, violenze sugli animali, e addirittura furti”. Nonostante l’allarme – o forse solo a dimostrazione dell’emergenza nazionale che stiamo vivendo -, il canile di Pontetetto è considerato un’eccellenza a livello nazionale, tanto che Legambiente lo ha incluso nel suo V rapporto nazionale come esempio: insieme a Bolzano siamo la più brava provincia italiana a trovare casa agli animali ospitati in canile. Di contorno, non mancano i drammi come quello del bassotto Otto, che una manciata di settimane fa è stato rubato alla sua padroncina e lanciato dal finestrino di un auto in corsa a San Vito, o quello di un cane che nel 2015 vicino Gallicano è stato impietosamente ucciso a martellate dal suo padrone e da altri due complici. “E poi – continua Palmucci – ci sono anche cani che a volte vengono utilizzati per l’accattonaggio, senza che nessuno faccia niente. Si tratta di qualcosa di molto grave, perseguito per legge, che spesso non viene giustamente punito”.

Mi viene in mente che in via Santa Croce, ogni tanto, staziona a chiedere l’elemosina un ragazzo. E’ un ragazzo giovane, gli occhi azzurri e un boxer dal manto tigrato fra le gambe. Si apposta solitamente sotto casa mia, un cartello in mano dove con scrittura sbilenca spiega la sua realtà: ho fame, aiutatemi. Il cane se ne sta silenzioso al suo fianco, gli occhi grandi e buoni, la testa sconsolata; quando il ragazzo ha abbastanza soldi va in una delle botteghe tutto intorno, compra qualcosa da mangiare per lui e qualcosa ancora per il cane. Consumano i loro spuntini in silenzio, mentre la gente intorno continua a passare incurante. Cinicamente, potremmo dire che quello che ne viene fuori è un banale ritratto del nostro tempo. Contiene la filosofia di vita di chi vive senza fissa dimora, la miseria, la povertà e l’accattonaggio. Quel ragazzo, ogni volta che lo intravedo, mi fa pensare alle parole che qualche tempo fa mi ha detto Roberto Marchesini, etologo, autore di numerose pubblicazioni fra cui il long seller Dizionario Bilingue Uomo/Cane (Sonda), nonché fondatore della Scuola di Interazione Uomo-Animale (SIUA): “il moderno rapporto con il cane è come quello dei punkabbestia. Sono loro che per primi hanno cominciato a portarsi il cane sempre dietro. Negli anni Sessanta, infatti, il cane veniva tenuto in giardino, e solo negli anni Ottanta si è cominciato a farlo entrare in casa. Ma i punk erano sempre accompagnati dai loro cani, esattamente come adesso desiderano sempre più persone”. Naturalmente, l’accattonaggio è un’altra cosa. E sintetizzare il rapporto millenario che lega l’uomo al suo più fedele amico – che nei secoli è stato al centro di liriche e romanzi, di ragionamenti filosofici e di movimenti etici – è impossibile. Come è impossibile provare a trovare un’unica traccia per quei 7 milioni di cani che, secondo il Rapporto Italia 2016 di Eurispes, affollano le case degli italiani e producono un business multimilionario. Ognuno ha la sua storia, e i suoi padroni. E quando guardo negli occhi la mia Petra, cucciolo di jack russell che da un paio di mesi movimenta la mia vita, mi vengono in mente, a sintetizzare questi tempi di calura, le celebri parole del francese Elian J. Finbert: “I cani non hanno che un difetto: credono agli uomini”.

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Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica su “Il Tirreno”.