La perversione dei social network

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Sono sempre stata, e anche con un orgoglio prossimo al parossismo, una pessima liceale. Avevo una straordinaria antipatia per quel luogo antico, decadente, che era il Liceo Classico Machiavelli di Via degli Asili. Uso l’imperfetto perché negli ultimi dieci anni non ci ho più messo piede. E mi auguro che sia migliorato, ma ne dubito.

Avevo anche una straordinaria antipatia per tutti i professori, in quel modo indistinto e furioso che si prova solo durante l’adolescenza; poi passano gli anni, i sentimenti si imparano a gestire, l’indifferenza e la noia cadono ad avvolgere ogni cosa, e un po’ si rimpiangono le vignette fatte sui banchi per la “professoressa grassona” o quelle scarabocchiate su dei fogli a righe per le “professoresse rimosso” che erano una serie di donnine dalle grandi ambizioni che si erano ritrovate, loro malgrado e secondo un copione già noto, intrappolate al liceo sognando le cattedre universitarie. Si rimpiangono anche le rivolte fatte in nome di una scuola migliore – o, meglio, in nome di quel concetto di scuola che ognuno di noi possiede e che è sempre perfettibile -, le autogestioni grottesche che non avevano alcuna anima politica o rivoluzionaria, e che anche adesso continuano a sembrarmi solo come perdite di tempo. Si rimpiange, soprattutto, quell’incredibile certezza dei quindici anni che considera il futuro come una cosa grande e meravigliosa, interminabile, dentro cui sarà possibile fare ogni cosa. Un tutto che, naturalmente, il Liceo (inteso nei suoi banchi vecchissimi, nelle sue scale centenarie, nella biblioteca polverosa e nei suoi insegnanti millenari) sconsigliava con veemenza, suggerendo al posto dello sport o della musica la tranquillità cantilenante delle materie cardine, il greco e il latino.

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La parentesi liceale – come quasi tutte le parentesi della mia vita, ma credo che sia così un po’ per ognuno di noi – alla fine si è rivelata una cosa rapida, di cui non serbo che pochissimi ricordi: il suono della campana che il custode Pietro tirava con le proprie mani, l’idea di assedio perenne, i volti stanchi di insegnanti che mi sembravano tutti il medesimo esercizio di una retorica antica, incapace di parlare e di essere nuova, soprattutto vicina. Mi sembrava, quella scuola, una carcassa abitata. Un po’ come diceva Joyce dell’Italia, eravamo il bambino che vive facendo vedere il corpo morto della nonna. Noi – anzi io, perché il noi è sempre troppo striminzito per abbracciare le ambizioni e le solitudini di venti adolescenti – speravamo di essere il bambino, ma ci trovavamo immancabilmente ad essere la carcassa. Ma questo, e lo dico a voi studenti che adesso siete convinti che la vita sia tutta lì fra le lezioni e i pomeriggi passati a studiare, è durato il tempo di un’interrogazione e, cosa decisamente più preziosa, mi ha anticipato come è fatto il mondo: un insieme, spesso insensato, di gerarchie e di giochi di potere. I medesimi che il preside esercita sugli insegnanti, che a loro volta agiscono sugli studenti. Una catena continua di un potere un po’ misero, perché è sempre misero accanirsi sui più deboli, che trova però una gloriosa pena del contrappasso nei tempi moderni.

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Qualche giorno fa (e qui vengo al perché di questo pezzo), un giovane amico, che ha frequentato la medesima scuola, mi ha fatto vedere il profilo facebook di una donna che sembrava avere novant’anni. Gli occhi erano due fosse riempite di terra, e i capelli un cumulo di polvere. “La riconosci?” mi ha domandato. No, non la riconoscevo e anche il nome mi pareva di non averlo mai sentito. Solo dopo molti scatti, e dopo aver scoperto che il nome fosse solo un’invenzione (ma facebook non proibisce l’utilizzo di generalità false?) ho capito chi fosse. E mi è sembrato triste e ingiusto che un’insegnante, al giorno d’oggi, per avere una vita sui social network fosse costretta a usare uno pseudonimo. Mi è sembrato un sinistro gioco del destino come la rivoluzione digitale abbia dunque ribaltato i ruoli, costringendo gli insegnanti a proteggere la loro privacy da studenti ed ex studenti con foto ritoccate per apparire più vecchi, e nomi inventati. Peccato, un tempo erano loro a canzonare gli studenti per i primi amori e per le folli ambizioni. Adesso chi prenderà il loro posto?

Marco la faremo ‘sta rivoluzione

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Quando sono nata, nel 1986, Marco Pannella perdeva suo padre Leonardo, ingegnere e borghese, ed era ormai membro attivo da almeno trent’anni della politica nazionale. I suoi capelli erano già bianchi, e lo sguardo aveva quell’espressione spiritata di chi riconosce le battaglie da intraprendere, nonostante il loro esito.

Anche se aveva cinquant’anni più di te, Marco Pannella lo sentivi affine. Molto più affine dei coetanei ventenni. Era il più sincero, e folle e a suo modo geniale dei politici. Lo vedevi come un oracolo, spesso incomprensibile, ma certamente instancabile. Perché era imprevedibile e ingestibile, e perché trovava sempre un modo anticonvenzionale, eccessivo, spesso con risvolti da commedia all’italiana, spesso con tratti da tragedia grottesca, per farti riflettere su vecchie e nuove battaglie, vuoi che fossero la liberalizzazione delle droghe, l’aborto, il divorzio, le unioni omosessuali.

La sua vita è stata una di quelle rare esistenze che le parole sminuiscono, perché c’era sempre qualcosa altro nei suoi gesti, nelle sue espressioni, nelle sue battaglie. C’era una libertà, anche nel dichiarare i suoi amori per uomini e donne, priva da stupide sovrastrutture. Una libertà che ha fatto innamorare la mia generazione, e quelle precedenti e successive, collocando Pannella nella casella di quelli che non sono né di destra né di sinistra, ma inseguono l’istinto, e a volte il buon senso.

Nella mia memoria Pannella più che di un politico, è l’emblema del comportamento e del coraggio radicale. Radicale come lo intendeva lui: radicale della vita, della conoscenza, della lotta. Forse è per questo che, per una strana associazione di pensiero, pensando ai suoi funerali che si terranno oggi a Roma, a piazza Navona, mi è venuto in mente uno striscione scritto da dei ragazzi anni fa, a qualche settimana di distanza dal suicidio di Mario Monicelli. Era una contestazione studentesca per la Riforma Gelmini, nel cuore di Napoli sfilavano facce adeguate: sguardi sfidanti, mascelle contrite. E a capo del corteo, fra visi di adolescenti e universitari impegnati, ecco avanzare un lungo lenzuolo bianco con su scritto, con un pennarello nero, a caratteri cubitali: Caro Mario la faremo ‘sta rivoluzione. Era il novembre 2010. Ecco, sarebbe bello che uno striscione del genere comparisse anche oggi, fra le lacrime e i sorrisi. Fra quelle battute un poco stonate dei nostri politici. Sarebbe bello, soprattutto, che poi qualcosa questa volta accadesse. Perché non c’è tempo più necessario di questo per una rivolta radicale.

 

Quello che ho imparato dai libri che (non) ho perso

Da bambina non avevo migliori amici, e neanche amici immaginari. Nella mia camera avevo un sacco di libri, zeppi di personaggi che detestavo e invidiavo, ma sarebbe una bugia dire che nei romanzi consumati furiosamente durante l’infanzia e l’adolescenza io abbia mai trovato migliori amici e amici immaginari. Ve l’ho detto: non riuscivo ad averli nella vita normale, figuriamoci nella finzione.

Leggevo molto, questo sì, e le catene musicali che le parole costruivano trovavano in me una cassa di risonanza. Sognavo appresso alle Piccole Donne (i miei genitori mi avevano regalato una brutta edizione illustrata, e io speravo di trasformarmi in Jo), mi auguravo di alzarmi una mattina ed essere per davvero D’Artagnan (ma anche mio fratello a volte credeva di esserlo, e così improvvisavamo delle lotte disperate con cuscini e spade di plastica per decidere chi stesse mentendo), altre giornate invece mi pareva di essere uscita da Spoon River e di aver preso l’anima del giudice Selah Lively: “Non pensi che sarebbe naturale / che io rendessi loro la vita difficile?”.

Fra i dieci e i diciotto anno ho letto almeno tre romanzi la settimana. Non facevo altro, con grande gioia delle mie maestre prima, e delle professoresse poi. Chissà perché nei miei ricordi la scuola è sempre un mondo femminile, fatto di profumi dolcissimi, penne stilografiche, caramelle Rossana e bacchette appuntite.

Spesso lasciavo un libro a metà, a volte leggevo solo le prime tre pagine, poi lo perdevo, lo ricompravo e dunque lo perdevo di nuovo. Negli ultimi dieci anni ho comprato per cinque volte Gli Imperdonabili di Cristina Campo (e anche adesso, se volessi rileggerlo, non saprei dove pescarlo), per tre volte ho ordinato le poesie complete di Anne Sexton e per altre tre Olga a Belgrado di Irene Brin. Il che non sarebbe strano se non fossi stata io stessa a curare la suddetta edizione, di cui l’editore mi aveva donato al momento dell’uscita cinque copie. Va poi detto che negli ultimi quattro anni ho perso svariate copie di Sylvia Plath, Mercè Rodoreda (anche Aloma, adesso che mi ricordo, penso di averlo acquistato dopo ogni trasloco), Gianna Manzini, Paola Masino e Sibilla Aleramo. Ho bisogno di essere circondata dai libri che amo, sono delle care presenze intorno a me. Ma a questo punto inizio a dubitare che la cosa sia reciproca.

Sono sempre stata distratta, innamorata del dettaglio fuori posto e dell’imperfezione; credo che sia stata l’aria di Taranto, borghese e operaia, a costruire il mio gusto. Forse anche per questo ho sempre detestato i personaggi femminili troppo deboli o troppo forti, quelle convinte del matrimonio, quelle convinte dell’essere single, quelle che credono nella parità di genere, quelle che non ci credono neanche sotto tortura, quelle in crisi d’amore e d’astinenza per quell’amore che non le rendeva felici, forse, e poi c’era il sesso, e poi, e poi… Di certo c’è una categoria di donne che non mi piacciono e non mi piaceranno mai: quelle che si nascondono, e che cercano nel pigmalione di turno protezione. Ma non le sopporto non perché usino la seduzione o l’inganno. No, soltanto perché lo (mal)celano.

Se dovessi fare una top five dei libri che mi hanno formato, non sarei in grado. Perché è una classifica che cambia ogni mattina a seconda di come mi alzo. Come accade a tutti, mi piace essere sorpresa. Trovare un nuovo sguardo sul mondo. E poi piangere. O, almeno, ridere.

Molto meglio provare a raccontare la mia formazione di lettrice, e dunque la mia formazione di persona, perché sono le letture più di ogni altra cosa quelle che hanno riempito le mie giornate, e costruito le mie aspirazioni. Apparecchierei una lunga tavola, di quelle che si allestiscono nei paesini di provincia quando si vuole preparare la pizza più lunga del mondo o un bignè da guinness dei primati.

Farei accomodare un’infinita schiera di donne, quelle donne che sono state le mamme, e le nonne e le zie putative che hanno affollato la mia vita fino ad adesso. Solo donne, perché non esclusivamente le loro parole, ma anche le loro vite mi hanno educato.

Mi hanno aiutato a capire – come racconta Elsa Morante in “Aneddoti Infantili” – che non c’è niente di male in quell’originalità che agli altri pare stranezza. Mi hanno sussurrato che la propria famiglia bisogna amarla e bisogna amare anche se stessi per quanto sia difficile e a volte incomprensibile farlo – questo me l’ha insegnato e continua a insegnarmelo Dacia Maraini, in ogni singolo libro che firma -, e poi mi hanno spiegato che l’amore a volte è una cosa folle, che ti trascina via, ma guardare nella vita e nel cuore degli altri è un peccato capitale – come toccò a Sibilla Aleramo, instancabile amata e amante, e alla mia scrittrice mito Gertrude Stein. Mi hanno mostrato, soprattutto, che la vita è un fiume e a volte capita di lasciarsi andare nelle sue acque – grazie, Virginia Woolf – e a volte è invece necessario opporsi alle convinzioni che sono la nostra eterna placenta – la mia la squarciò Lidia Ravera quando avevo quattordici anni e chiusa nel bagno lessi la storia di Rocco e Antonia – e fare la rivoluzione (o almeno provarci, o almeno allestire una ribellione domestica) come insegnano Nelly Bly e Oriana Fallaci, e come mi ricordano ogni giorno, a modo loro, Luciana Castellina, Michela Murgia, Concita De Gregorio.

Ma queste donne che sono una lunga di sequenza di scrittori e di poeti, di scrittore e di poetesse, perché sono trasversali ai generi e alle trasformazioni della lingua, mi hanno insegnato soprattutto una cosa che qualche tempo fa ho incontrato nello struggente dattiloscritto inedito di Irene Brin di cui mi sto occupando (ormai da anni). Ecco, a un certo punto Irene Brin scrive: “Nessuno ascolta mai il cuore dell’altro”. E la letteratura serve, invece, proprio a questo. A tendere l’orecchio, a sentire un poco più in là.

Questo articolo lo trovate anche su IlLibriaio.it

Depressione post-aborto: quel no-baby blues di cui nessuno vuole parlare

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Quando ho conosciuto M. sapevo che abortire in Italia fosse una cosa complicata. Avevo letto diverse inchieste e seguito alcune storie in prima persona.
Il labirinto in cui una donna decisa ad abortire precipitava mi sembrava tutto sommato banale nella sua ripetitività.

I medici obiettori che affollano gli ospedali (capolista è il Molise con il 93,3% dei medici obiettori, ma la media italiana è comunque uno sconfortante 70%), gli ospedali che non sono in regola con la 194 (in effetti è una legge che ha solo 38 anni, dunque è piuttosto logico che solo il 60% degli ospedali italiani garantisca l’Ivg), i posti letto che non sono abbastanza e che concorrono a rendere ancora più difficile agire entro i termini di legge (tre mesi), l’aborto che è una questione medica che continua ad essere tratta come una questione morale (come ha ben raccontato la bioeticista Chiara Lalli).

Quando ho conosciuto M., quasi tre anni fa, il decreto legislativo del 15 gennaio 2016 che prevedeva la depenalizzazione dell’aborto clandestino per aumentarne di 200 volte la sanzione (da 51 euro a 5/10mila) era impensabile.
E impensabile (ma forse prevedibile) era anche che la politica avrebbe del tutto ignorato le rivolte popolari, perché forse per farsi ascoltare né la piazza tradizionale né la piazza di twitter hanno peso per #obiettarelasanzione.

Quando ho conosciuto M., dicevo, non sapevo quello che segue un aborto. Conoscevo la pratica ospedaliera – sia attraverso aspirazione che raschiamento, che tramite Ru486 – ma non quello che ne seguiva, e che è angoscia e disperazione e malinconia.

Parliamo spesso di baby blues, la depressione post-partum, che affligge circa l’8-12% delle neomamme. Ma nessuno parla di no-baby blues. È come se l’aborto – nonostante le rivoluzioni, e il tempo che stiamo vivendo – continui a essere un tema tabù.

Un tabù dannoso soprattutto per le donne, che in una società sempre più femminista e contemporaneamente sessista, pagano il dazio più grande. Una violenza psicologica che forma una cicatrice indelebile fra le loro gambe, e nel loro cuore.
Ne ho parlato allora con la Prof.ssa Donatella Marazziti, psichiatra e responsabile ricerche della Fondazione BRF Onlus – Istituto per la ricerca in Psichiatria e Neuroscienze – per cercare di fare un po’ di luce in quella notte che travolge le donne, e le risucchia via. Quel vuoto di cui nessuno vuole parlare.

“L’interruzione volontaria di gravidanza – spiega Donatella Marazziti – è caratterizzata dalla solitudine psicologica della donna che si trova di fronte a problematiche che coinvolgono non solo la soppressione di un figlio potenziale, ma anche la sua sessualità, il suo ruolo, il rapporto col partner, il futuro della relazione. Ovviamente è importante anche il significato che la donna dà alla gravidanza, intanto se è voluta o frutto di violenza, se viene considerata un ostacolo alla realizzazione personale o un completamento della donna stessa e della relazione, e di come l’ambiente percepisce l’evento”.

Al momento non esistono degli studi specifici in grado di ricostruire questo argomento che ben si presta a interpretazioni e manipolazioni ideologiche (solo negli USA si stanno sviluppando delle ricerche relative alle condizioni di depressione e ansia in donne che hanno scelto l’aborto, o lo hanno praticato per questioni terapeutiche).

“L’interruzione volontaria di gravidanza è quasi sempre un momento drammatico nella vita di una donna che la espone a uno stress non indifferente, sia che sia tratti di una scelta consapevole o inevitabile e quindi possa all’inizio dare addirittura sollievo” spiega Marazziti.

“Molte donne – continua Marazziti – infatti presentano successivamente una serie di sintomi riferibili a un disturbo post-traumatico da stress come ruminazioni continue sull’evento, flashback dolorosi, insonnia, irritabilità e una sorta di anestesia affettiva e distacco emozionali dagli altri e dal mondo circostante. Le forme cliniche possono essere da lievi a gravi e insorgere da subito dopo ad alcuni anni. In certi casi può svilupparsi una vera e propria depressione”.

Una depressione di cui nessuno vuole parlare aldilà delle interpretazioni morali che ruotano intorno all’aborto che continua a essere intrappolato, almeno nel nostro Paese, fra due estremi. Due estremi che non permettono sfumature. E ascoltando la Prof.ssa Marazziti, le parole di M. mi tornano nelle orecchie come poesie.

“Volevo abortire. Non volevo un figlio. Ma dopo che ho abortito, nonostante tutto, sono stata male. L’operazione per me è stato un trauma, vedevo intorno a me solo persone che criticavano quello che avevo fatto. Una piccola morte mi è esplosa nel cuore”.

Una morte che troppo spesso, fra la legislazione e delle assurde posizioni dogmatiche che non permettono alternative, dimentichiamo. Perché a volte e proprio vero che “il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”.

Pitti Taste:

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Domenica sono stata a Taste, rassegna enogastronomica promossa da Pitti che proseguirà fino al 16 marzo con gli eventi collaterali di Fuori di Taste. È a Firenze, alla stazione Leopolda, in un marasma di buoni sapori e di gastro-retorica italiana.

“Essere italiani è una cultura, uno stile di vita. È voglia di raccontare la semplicità di una tradizione fatta di cose buone, di sapore e soprattutto di fantasia, fantasia da mangiare, all’italiana, italiana vera”.

Lo slogan di una delle aziende presenti fra gli stand, che produce sughi in provincia di Salerno, è la sintesi perfetta e il manifesto involontario dell’iniziativa, che rispetto al 2015 non ha comunque alcuna vera novità (gli stand, addirittura, erano sempre nei medesimi posti).

Passeggiare fra i 340 produttori – messi l’uno accanto all’altro, in un carnaio di sapori, odori, chiacchiere di piacere e di business – è comunque piacevole perché, anche se in tre giorni passano per i corridoi circa 14mila persone (i numeri sono del 2015), capita di imbattersi nel buyer straniero (l’anno scorso sono stati 4500) alla ricerca della delizia da rivendere in Cina o in America, capita di parlare con il produttore di Zolla14, che vive sperduto nella Marca Trevigiana e qui coltiva in modo biodinamico 11 ettari di terreno con 8 varietà di meli per fare succhi limpidi che vengono proposti in bottiglie da vini pregiati e che sono stati indicati dal Gambero Rosso come i migliori d’Italia.

Buoni – e involontariamente comici, visto che la confezione li professa vegan al 100% e poco dopo consiglia di gustarli “con affettati e formaggi” – i biscotti di farro della Biscotteria Bettina, che propone salatini e dolcetti dagli accostamenti inediti (uno su tutti curry e semi di papavero). Naturalmente, è tutto fatto a mano. Condizione fondamentale per tutti i gastromaniaci moderni (dentro cui mi inserisco a pieno titolo).

Sempre nella traccia del “fatto come una volta” ci sono i pomodori della Masseria Dauna che va all’insegna del less is more. Dunque solo pomodoro, acqua e sale. Fra l’olio de Il Cavallino che propone un extravergine che mi ha fatto ricordare gli oli della mia infanzia, quando la merenda era pane-olio-e-pomodoro – e quello dei croati di Mate che presentava, in graziosi bicchierini, gelato alla crema affogato in olio extravergine dai nomi improbabili come bianca bellezza, trasparenza marina, timbro istriano.

Se per i non vegani era tutto un fiorire di formaggi (bellissimi quelli rivestiti di fiori e paglia), e per i non vegetariani c’era da assaggiare una lunghissima sfilza di salumi (improponibile la fila davanti alla ventricina di Fracassa, anche per i vegani c’erano diverse proposte aspettando Natural-mente che si terrà, a Montecatini, il prossimo fine settimana.

Vegan, belli, buoni e senza conservanti i prodotti dell’azienda agricola La Baita & Galleano che non ha un sito internet, ma ospita i clienti nei due ettari di frutteti e orti a picco sul Mar Ligure e propone marmellate, olio, olive, canditi e dei graziosi pacchetti di erbe aromatiche. Composte di frutta e succhi – rigorosamente biologici e made in Alto Adige – sono i prodotti di Alpe Pragas, che fa anche gelatine, mostarde, frutta sciroppata e sciroppi. Come Besio & Chinotto di Savona, che hanno portato in fiera quel sapore agrodolce del chinotto, declinato in canditi, marmellate, mostarde e amaretti (assaggiatelo: non è un sapore per tutti). C’è anche la F%nderia del Cacao, che produce fra l’altro barrette e cioccolatini vegan con latte di soya; non sono poi male, basta dimenticare il sapore del cioccolato al latte.

In Umbria, a San Vito in Monte, c’è invece Casa Cornelli che da oltre due secoli fa della semplicità il filo conduttore della produzione di zuppe (ottima quella di cipolle) e legumi lessati (come le locali cicherchie); un po’ cari, ma saporiti. Il must? Notissima e apprezzata in tutto il mondo, è probabilmente la Tortapistocchi di Firenze che è un concentrato di gusto – e di calorie – fatto solo di cioccolato e arancia (privo di latte, burro e uova).

 

Di giovane talento, e aspirazioni

L’Italia del 2016 non è più terra di poeti, artisti ed eroi. È, piuttosto, casa di aspiranti cuochi, scrittori e stilisti. La moda e il suo celeberrimo made in Italy in questi anni di social network e apparenza si stanno rivelando come una miniera d’argento che promette, da un momento all’altro, di trasformarsi per pochi fortunati in oro (vedi box). Insieme ai desideri di moda, fioriscono scuole e accademie, siti che giurano visibilità, reality show, manifestazioni, premi e naturalmente finanziamenti alle imprese.

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Tracciare l’identikit dello stilista emergente d’oggi però non è affatto semplice. Solitamente ha un cuore green – tanto per un aumento della coscienza ambientalista personale, quanto per la possibilità di andare a intercettare quella nicchia di mercato che secondo le stime è formata dall’8% degli italiani -, parte con un capitale minimo e il più delle volte personale.

Una sintesi perfetta è quella rappresentata da Andrea Cilli, 27 anni, uno dei fondatori di Sunboo che produce occhiali da sole con materiali sostenibili. Il punto di partenza è nel 2012, con solo cinquemila euro. Giusto il minimo per costituire la società e iniziare a produrre la prima collezione con la fiducia degli artigiani. “Siamo partiti dal bamboo – racconta Cilli – perché era un prodotto che conoscevo bene, e che avevo più volte incontrato nel mondo in cui lavoravo prima: gli skate. Io e Andrea Bolfo, il mio socio, abbiamo messo a punto l’idea per un anno e mezzo, progettandone tutti gli aspetti, dal design alla presentazione. Il riscontro è arrivato subito. Nel primo anno abbiamo venduto un migliaio di pezzi”.

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Intelligentemente, i due soci hanno deciso di non adottare un unico distributore per tutto il territorio italiano, ma di selezionare degli agenti e di costruire in modo indipendente la loro rete commerciale. Scegliendo a uno a uno i negozi in cui venire presentati, preferendo quelli con prodotti di alta moda e di design, hanno fatto centro. “Aver lavorato per anni nel negozio di famiglia – continua Cilli -, mi è stato molto utile. Adesso con la nostra collezione di 50 varianti (quando una collezione di moda ne conta in media 200, ndr) vendiamo 5000 pezzi, ma quest’anno puntiamo ai 6000. Adesso vogliamo innovare con l’acetato, utilizzando solventi totalmente naturali”. Gli occhiali, che sono disegnati dai fondatori con il supporto di un team di fattibilità, vengono prodotti a Belluno; quelli in bamboo invece sono realizzati in Cina e in Giappone, in piccoli laboratori conosciuti attraverso il web e con viaggi sul posto. In soli quattro anni, questa piccola start up nata in sordina, adesso è l’occupazione ufficiale per sette persone e conta un indotto di diverse decine di artigiani in giro per il mondo. Magia dell’ecosostenibile, che è anche la chiave del successo della trentenne Marta Antonelli di Ligneah.

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