Quello che ho imparato dai libri che (non) ho perso

Da bambina non avevo migliori amici, e neanche amici immaginari. Nella mia camera avevo un sacco di libri, zeppi di personaggi che detestavo e invidiavo, ma sarebbe una bugia dire che nei romanzi consumati furiosamente durante l’infanzia e l’adolescenza io abbia mai trovato migliori amici e amici immaginari. Ve l’ho detto: non riuscivo ad averli nella vita normale, figuriamoci nella finzione.

Leggevo molto, questo sì, e le catene musicali che le parole costruivano trovavano in me una cassa di risonanza. Sognavo appresso alle Piccole Donne (i miei genitori mi avevano regalato una brutta edizione illustrata, e io speravo di trasformarmi in Jo), mi auguravo di alzarmi una mattina ed essere per davvero D’Artagnan (ma anche mio fratello a volte credeva di esserlo, e così improvvisavamo delle lotte disperate con cuscini e spade di plastica per decidere chi stesse mentendo), altre giornate invece mi pareva di essere uscita da Spoon River e di aver preso l’anima del giudice Selah Lively: “Non pensi che sarebbe naturale / che io rendessi loro la vita difficile?”.

Fra i dieci e i diciotto anno ho letto almeno tre romanzi la settimana. Non facevo altro, con grande gioia delle mie maestre prima, e delle professoresse poi. Chissà perché nei miei ricordi la scuola è sempre un mondo femminile, fatto di profumi dolcissimi, penne stilografiche, caramelle Rossana e bacchette appuntite.

Spesso lasciavo un libro a metà, a volte leggevo solo le prime tre pagine, poi lo perdevo, lo ricompravo e dunque lo perdevo di nuovo. Negli ultimi dieci anni ho comprato per cinque volte Gli Imperdonabili di Cristina Campo (e anche adesso, se volessi rileggerlo, non saprei dove pescarlo), per tre volte ho ordinato le poesie complete di Anne Sexton e per altre tre Olga a Belgrado di Irene Brin. Il che non sarebbe strano se non fossi stata io stessa a curare la suddetta edizione, di cui l’editore mi aveva donato al momento dell’uscita cinque copie. Va poi detto che negli ultimi quattro anni ho perso svariate copie di Sylvia Plath, Mercè Rodoreda (anche Aloma, adesso che mi ricordo, penso di averlo acquistato dopo ogni trasloco), Gianna Manzini, Paola Masino e Sibilla Aleramo. Ho bisogno di essere circondata dai libri che amo, sono delle care presenze intorno a me. Ma a questo punto inizio a dubitare che la cosa sia reciproca.

Sono sempre stata distratta, innamorata del dettaglio fuori posto e dell’imperfezione; credo che sia stata l’aria di Taranto, borghese e operaia, a costruire il mio gusto. Forse anche per questo ho sempre detestato i personaggi femminili troppo deboli o troppo forti, quelle convinte del matrimonio, quelle convinte dell’essere single, quelle che credono nella parità di genere, quelle che non ci credono neanche sotto tortura, quelle in crisi d’amore e d’astinenza per quell’amore che non le rendeva felici, forse, e poi c’era il sesso, e poi, e poi… Di certo c’è una categoria di donne che non mi piacciono e non mi piaceranno mai: quelle che si nascondono, e che cercano nel pigmalione di turno protezione. Ma non le sopporto non perché usino la seduzione o l’inganno. No, soltanto perché lo (mal)celano.

Se dovessi fare una top five dei libri che mi hanno formato, non sarei in grado. Perché è una classifica che cambia ogni mattina a seconda di come mi alzo. Come accade a tutti, mi piace essere sorpresa. Trovare un nuovo sguardo sul mondo. E poi piangere. O, almeno, ridere.

Molto meglio provare a raccontare la mia formazione di lettrice, e dunque la mia formazione di persona, perché sono le letture più di ogni altra cosa quelle che hanno riempito le mie giornate, e costruito le mie aspirazioni. Apparecchierei una lunga tavola, di quelle che si allestiscono nei paesini di provincia quando si vuole preparare la pizza più lunga del mondo o un bignè da guinness dei primati.

Farei accomodare un’infinita schiera di donne, quelle donne che sono state le mamme, e le nonne e le zie putative che hanno affollato la mia vita fino ad adesso. Solo donne, perché non esclusivamente le loro parole, ma anche le loro vite mi hanno educato.

Mi hanno aiutato a capire – come racconta Elsa Morante in “Aneddoti Infantili” – che non c’è niente di male in quell’originalità che agli altri pare stranezza. Mi hanno sussurrato che la propria famiglia bisogna amarla e bisogna amare anche se stessi per quanto sia difficile e a volte incomprensibile farlo – questo me l’ha insegnato e continua a insegnarmelo Dacia Maraini, in ogni singolo libro che firma -, e poi mi hanno spiegato che l’amore a volte è una cosa folle, che ti trascina via, ma guardare nella vita e nel cuore degli altri è un peccato capitale – come toccò a Sibilla Aleramo, instancabile amata e amante, e alla mia scrittrice mito Gertrude Stein. Mi hanno mostrato, soprattutto, che la vita è un fiume e a volte capita di lasciarsi andare nelle sue acque – grazie, Virginia Woolf – e a volte è invece necessario opporsi alle convinzioni che sono la nostra eterna placenta – la mia la squarciò Lidia Ravera quando avevo quattordici anni e chiusa nel bagno lessi la storia di Rocco e Antonia – e fare la rivoluzione (o almeno provarci, o almeno allestire una ribellione domestica) come insegnano Nelly Bly e Oriana Fallaci, e come mi ricordano ogni giorno, a modo loro, Luciana Castellina, Michela Murgia, Concita De Gregorio.

Ma queste donne che sono una lunga di sequenza di scrittori e di poeti, di scrittore e di poetesse, perché sono trasversali ai generi e alle trasformazioni della lingua, mi hanno insegnato soprattutto una cosa che qualche tempo fa ho incontrato nello struggente dattiloscritto inedito di Irene Brin di cui mi sto occupando (ormai da anni). Ecco, a un certo punto Irene Brin scrive: “Nessuno ascolta mai il cuore dell’altro”. E la letteratura serve, invece, proprio a questo. A tendere l’orecchio, a sentire un poco più in là.

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Depressione post-aborto: quel no-baby blues di cui nessuno vuole parlare

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Quando ho conosciuto M. sapevo che abortire in Italia fosse una cosa complicata. Avevo letto diverse inchieste e seguito alcune storie in prima persona.
Il labirinto in cui una donna decisa ad abortire precipitava mi sembrava tutto sommato banale nella sua ripetitività.

I medici obiettori che affollano gli ospedali (capolista è il Molise con il 93,3% dei medici obiettori, ma la media italiana è comunque uno sconfortante 70%), gli ospedali che non sono in regola con la 194 (in effetti è una legge che ha solo 38 anni, dunque è piuttosto logico che solo il 60% degli ospedali italiani garantisca l’Ivg), i posti letto che non sono abbastanza e che concorrono a rendere ancora più difficile agire entro i termini di legge (tre mesi), l’aborto che è una questione medica che continua ad essere tratta come una questione morale (come ha ben raccontato la bioeticista Chiara Lalli).

Quando ho conosciuto M., quasi tre anni fa, il decreto legislativo del 15 gennaio 2016 che prevedeva la depenalizzazione dell’aborto clandestino per aumentarne di 200 volte la sanzione (da 51 euro a 5/10mila) era impensabile.
E impensabile (ma forse prevedibile) era anche che la politica avrebbe del tutto ignorato le rivolte popolari, perché forse per farsi ascoltare né la piazza tradizionale né la piazza di twitter hanno peso per #obiettarelasanzione.

Quando ho conosciuto M., dicevo, non sapevo quello che segue un aborto. Conoscevo la pratica ospedaliera – sia attraverso aspirazione che raschiamento, che tramite Ru486 – ma non quello che ne seguiva, e che è angoscia e disperazione e malinconia.

Parliamo spesso di baby blues, la depressione post-partum, che affligge circa l’8-12% delle neomamme. Ma nessuno parla di no-baby blues. È come se l’aborto – nonostante le rivoluzioni, e il tempo che stiamo vivendo – continui a essere un tema tabù.

Un tabù dannoso soprattutto per le donne, che in una società sempre più femminista e contemporaneamente sessista, pagano il dazio più grande. Una violenza psicologica che forma una cicatrice indelebile fra le loro gambe, e nel loro cuore.
Ne ho parlato allora con la Prof.ssa Donatella Marazziti, psichiatra e responsabile ricerche della Fondazione BRF Onlus – Istituto per la ricerca in Psichiatria e Neuroscienze – per cercare di fare un po’ di luce in quella notte che travolge le donne, e le risucchia via. Quel vuoto di cui nessuno vuole parlare.

“L’interruzione volontaria di gravidanza – spiega Donatella Marazziti – è caratterizzata dalla solitudine psicologica della donna che si trova di fronte a problematiche che coinvolgono non solo la soppressione di un figlio potenziale, ma anche la sua sessualità, il suo ruolo, il rapporto col partner, il futuro della relazione. Ovviamente è importante anche il significato che la donna dà alla gravidanza, intanto se è voluta o frutto di violenza, se viene considerata un ostacolo alla realizzazione personale o un completamento della donna stessa e della relazione, e di come l’ambiente percepisce l’evento”.

Al momento non esistono degli studi specifici in grado di ricostruire questo argomento che ben si presta a interpretazioni e manipolazioni ideologiche (solo negli USA si stanno sviluppando delle ricerche relative alle condizioni di depressione e ansia in donne che hanno scelto l’aborto, o lo hanno praticato per questioni terapeutiche).

“L’interruzione volontaria di gravidanza è quasi sempre un momento drammatico nella vita di una donna che la espone a uno stress non indifferente, sia che sia tratti di una scelta consapevole o inevitabile e quindi possa all’inizio dare addirittura sollievo” spiega Marazziti.

“Molte donne – continua Marazziti – infatti presentano successivamente una serie di sintomi riferibili a un disturbo post-traumatico da stress come ruminazioni continue sull’evento, flashback dolorosi, insonnia, irritabilità e una sorta di anestesia affettiva e distacco emozionali dagli altri e dal mondo circostante. Le forme cliniche possono essere da lievi a gravi e insorgere da subito dopo ad alcuni anni. In certi casi può svilupparsi una vera e propria depressione”.

Una depressione di cui nessuno vuole parlare aldilà delle interpretazioni morali che ruotano intorno all’aborto che continua a essere intrappolato, almeno nel nostro Paese, fra due estremi. Due estremi che non permettono sfumature. E ascoltando la Prof.ssa Marazziti, le parole di M. mi tornano nelle orecchie come poesie.

“Volevo abortire. Non volevo un figlio. Ma dopo che ho abortito, nonostante tutto, sono stata male. L’operazione per me è stato un trauma, vedevo intorno a me solo persone che criticavano quello che avevo fatto. Una piccola morte mi è esplosa nel cuore”.

Una morte che troppo spesso, fra la legislazione e delle assurde posizioni dogmatiche che non permettono alternative, dimentichiamo. Perché a volte e proprio vero che “il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”.

Pitti Taste:

taste

 

Domenica sono stata a Taste, rassegna enogastronomica promossa da Pitti che proseguirà fino al 16 marzo con gli eventi collaterali di Fuori di Taste. È a Firenze, alla stazione Leopolda, in un marasma di buoni sapori e di gastro-retorica italiana.

“Essere italiani è una cultura, uno stile di vita. È voglia di raccontare la semplicità di una tradizione fatta di cose buone, di sapore e soprattutto di fantasia, fantasia da mangiare, all’italiana, italiana vera”.

Lo slogan di una delle aziende presenti fra gli stand, che produce sughi in provincia di Salerno, è la sintesi perfetta e il manifesto involontario dell’iniziativa, che rispetto al 2015 non ha comunque alcuna vera novità (gli stand, addirittura, erano sempre nei medesimi posti).

Passeggiare fra i 340 produttori – messi l’uno accanto all’altro, in un carnaio di sapori, odori, chiacchiere di piacere e di business – è comunque piacevole perché, anche se in tre giorni passano per i corridoi circa 14mila persone (i numeri sono del 2015), capita di imbattersi nel buyer straniero (l’anno scorso sono stati 4500) alla ricerca della delizia da rivendere in Cina o in America, capita di parlare con il produttore di Zolla14, che vive sperduto nella Marca Trevigiana e qui coltiva in modo biodinamico 11 ettari di terreno con 8 varietà di meli per fare succhi limpidi che vengono proposti in bottiglie da vini pregiati e che sono stati indicati dal Gambero Rosso come i migliori d’Italia.

Buoni – e involontariamente comici, visto che la confezione li professa vegan al 100% e poco dopo consiglia di gustarli “con affettati e formaggi” – i biscotti di farro della Biscotteria Bettina, che propone salatini e dolcetti dagli accostamenti inediti (uno su tutti curry e semi di papavero). Naturalmente, è tutto fatto a mano. Condizione fondamentale per tutti i gastromaniaci moderni (dentro cui mi inserisco a pieno titolo).

Sempre nella traccia del “fatto come una volta” ci sono i pomodori della Masseria Dauna che va all’insegna del less is more. Dunque solo pomodoro, acqua e sale. Fra l’olio de Il Cavallino che propone un extravergine che mi ha fatto ricordare gli oli della mia infanzia, quando la merenda era pane-olio-e-pomodoro – e quello dei croati di Mate che presentava, in graziosi bicchierini, gelato alla crema affogato in olio extravergine dai nomi improbabili come bianca bellezza, trasparenza marina, timbro istriano.

Se per i non vegani era tutto un fiorire di formaggi (bellissimi quelli rivestiti di fiori e paglia), e per i non vegetariani c’era da assaggiare una lunghissima sfilza di salumi (improponibile la fila davanti alla ventricina di Fracassa, anche per i vegani c’erano diverse proposte aspettando Natural-mente che si terrà, a Montecatini, il prossimo fine settimana.

Vegan, belli, buoni e senza conservanti i prodotti dell’azienda agricola La Baita & Galleano che non ha un sito internet, ma ospita i clienti nei due ettari di frutteti e orti a picco sul Mar Ligure e propone marmellate, olio, olive, canditi e dei graziosi pacchetti di erbe aromatiche. Composte di frutta e succhi – rigorosamente biologici e made in Alto Adige – sono i prodotti di Alpe Pragas, che fa anche gelatine, mostarde, frutta sciroppata e sciroppi. Come Besio & Chinotto di Savona, che hanno portato in fiera quel sapore agrodolce del chinotto, declinato in canditi, marmellate, mostarde e amaretti (assaggiatelo: non è un sapore per tutti). C’è anche la F%nderia del Cacao, che produce fra l’altro barrette e cioccolatini vegan con latte di soya; non sono poi male, basta dimenticare il sapore del cioccolato al latte.

In Umbria, a San Vito in Monte, c’è invece Casa Cornelli che da oltre due secoli fa della semplicità il filo conduttore della produzione di zuppe (ottima quella di cipolle) e legumi lessati (come le locali cicherchie); un po’ cari, ma saporiti. Il must? Notissima e apprezzata in tutto il mondo, è probabilmente la Tortapistocchi di Firenze che è un concentrato di gusto – e di calorie – fatto solo di cioccolato e arancia (privo di latte, burro e uova).

 

Di giovane talento, e aspirazioni

L’Italia del 2016 non è più terra di poeti, artisti ed eroi. È, piuttosto, casa di aspiranti cuochi, scrittori e stilisti. La moda e il suo celeberrimo made in Italy in questi anni di social network e apparenza si stanno rivelando come una miniera d’argento che promette, da un momento all’altro, di trasformarsi per pochi fortunati in oro (vedi box). Insieme ai desideri di moda, fioriscono scuole e accademie, siti che giurano visibilità, reality show, manifestazioni, premi e naturalmente finanziamenti alle imprese.

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Tracciare l’identikit dello stilista emergente d’oggi però non è affatto semplice. Solitamente ha un cuore green – tanto per un aumento della coscienza ambientalista personale, quanto per la possibilità di andare a intercettare quella nicchia di mercato che secondo le stime è formata dall’8% degli italiani -, parte con un capitale minimo e il più delle volte personale.

Una sintesi perfetta è quella rappresentata da Andrea Cilli, 27 anni, uno dei fondatori di Sunboo che produce occhiali da sole con materiali sostenibili. Il punto di partenza è nel 2012, con solo cinquemila euro. Giusto il minimo per costituire la società e iniziare a produrre la prima collezione con la fiducia degli artigiani. “Siamo partiti dal bamboo – racconta Cilli – perché era un prodotto che conoscevo bene, e che avevo più volte incontrato nel mondo in cui lavoravo prima: gli skate. Io e Andrea Bolfo, il mio socio, abbiamo messo a punto l’idea per un anno e mezzo, progettandone tutti gli aspetti, dal design alla presentazione. Il riscontro è arrivato subito. Nel primo anno abbiamo venduto un migliaio di pezzi”.

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Intelligentemente, i due soci hanno deciso di non adottare un unico distributore per tutto il territorio italiano, ma di selezionare degli agenti e di costruire in modo indipendente la loro rete commerciale. Scegliendo a uno a uno i negozi in cui venire presentati, preferendo quelli con prodotti di alta moda e di design, hanno fatto centro. “Aver lavorato per anni nel negozio di famiglia – continua Cilli -, mi è stato molto utile. Adesso con la nostra collezione di 50 varianti (quando una collezione di moda ne conta in media 200, ndr) vendiamo 5000 pezzi, ma quest’anno puntiamo ai 6000. Adesso vogliamo innovare con l’acetato, utilizzando solventi totalmente naturali”. Gli occhiali, che sono disegnati dai fondatori con il supporto di un team di fattibilità, vengono prodotti a Belluno; quelli in bamboo invece sono realizzati in Cina e in Giappone, in piccoli laboratori conosciuti attraverso il web e con viaggi sul posto. In soli quattro anni, questa piccola start up nata in sordina, adesso è l’occupazione ufficiale per sette persone e conta un indotto di diverse decine di artigiani in giro per il mondo. Magia dell’ecosostenibile, che è anche la chiave del successo della trentenne Marta Antonelli di Ligneah.

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Per l’8 marzo regaliamo un fiore di origami

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Oggi provate a regalare non mimose, ma fiori carta. Regalate origami, fatti con fogli di giornale e magari di libri. Sui social network non pubblicate foto di cene con le amiche, o di aperitivi in minigonna. Non soltanto almeno. Se l’otto marzo nasce per ricordare le conquiste sociali e politiche delle donne, continuiamo allora a gioire per quello che è stato ottenuto, ma non dimentichiamo quanto c’è ancora da fare. Una strada la suggerisce Amnesty International che lancia la campagna #maipiùsposebambine: un hashtag sul web, e dei fiori di carta da consegnare all’ambasciata italiana del Burkina Faso il 15 aprile. Per l’occasione sono arrivate in Italia Hortence Lougué, attivista per i diritti delle donne in Burkina Faso. Lougué conduce progetti per sostenere l’istruzione delle ragazze che affrontano il matrimonio precoce e forzato anche in giovanissima età, e lotta contro la pratica delle mutilazioni genitali femminili. Un sorriso gentile e occhi scuri, impenetrabili, mi racconta con il suo francese delicato, abituato a ingentilire l’orrore, il dramma taciuto delle spose bambine: “Sposarsi a sette, otto, nove anni. Fare un figlio a dieci, con un uomo venti, trent’anni più grande. E’ questo il destino delle bimbe del Burkina Faso, che sono costrette a diventare presto grandi, e non conoscono né l’odore delle mimose, né tantomeno il potere dei loro diritti”.

Il loro destino è comune a 13,5 milioni di ragazze che, ogni anno, sono costrette a sposarsi prima dei 18 anni con uomini più vecchi di loro. 37 mila bambine ogni giorno. Più o meno quante quelle di un comune mediamente popoloso della nostra Toscana. I numeri non sono le storie, ma le storie raccontano. Perché in questi numeri c’è la storia di chi, come Maria, a 13 anni è stata costretta a sposare un uomo di 70 anni che aveva già cinque mogli. Quando ha provato a rifiutarsi, si è sentita dire dal proprio padre: Se non ti congiungi a tuo marito, ti uccido. “Maria allora è scappata. Ha camminato per oltre tre giorni da sola. Ha messo fra lei e la sua famiglia quasi 200 km, e ha cercato aiuto in un centro per adolescenti. Sembrano storie folli, ma sono le vicende che ogni giorno viviamo e a cui proviamo a dare un finale felice” continua Kiswendsida Noelie Kouragio, coordinatrice nazionale dell’attivismo giovanile per Amnesty International Burkina Faso.

In questo Paese nel cuore dell’Africa Occidentale, il matrimonio forzato è la regola, soprattutto nelle campagne. Secondo l’Unicef oltre il 52% delle donne è costretta a sposarsi prima dei 18 anni. Di queste oltre il 10% è obbligata a convolare a nozze forzate prima dei 15 anni. La differenza media di età fra i coniugi è di 35 anni, con picchi anche di cinquanta. “In Burkina Faso, i mariti hanno potere assoluto sulle donne – conclude Hortence Lougué -. Decidono quanti figli devono avere, e le utilizzano come delle domestiche. La violenza sessuale e la violenza fisica sono all’ordine del giorno. Le donne non studiano, tanto è vero che solo sei ragazze su dieci hanno accesso all’istruzione. Le donne hanno una vita ben definita davanti: a 19 anni la maggior parte è sposata, e più della metà ha già dei figli. Per far cambiare le cose, deve cambiare la mentalità della gente. Deve arrivare la cultura, l’idea che ogni donna è uguale all’uomo”.

Questo pezzo è stato pubblicato oggi su Il Tirreno.

 

 

Di cosa parliamo, quando parliamo di diventare vegani

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Quando ho deciso di cambiare repentinamente il mio stile di vita da onnivoro a vegano, pensavo che il problema più grande sarebbe stato quello di resistere alle consuete abitudini (il cornetto e il cappuccino la mattina in primis) e alle massicce dosi di comfort food che mi autosomministravo. Temevo anche di essere troppo pigra per leggere gli ingredienti di ogni cosa (provateci: è uno strazio), ma questa è un’altra storia. A sorpresa, però, il tradimento è arrivato dal mio microbiota intestinale, che non si è dimostrato all’altezza della situazione. Per capire qualcosa di più ho pensato di fare qualche domanda a Tiziana Stallone, biologa nutrizionista e presidentessa dell’ENPAB, perché non è stato affatto facile. E non essere preparata ha complicato (non poco) le cose.

Cosa cambia nel proprio corpo con una trasformazione radicale della propria alimentazione da onnivora a vegana? Tutto varia dall’alimentazione di partenza. A livello dell’intestino è frequente, se la persona onnivora non era abituata ad assumere un adeguato apporto di fibre vegetali, flatulenza e gonfiore. L’incremento dell’apporto di frutta e verdura, piuttosto che di legumi, può non trovare una flora batterica intestinale pronta ad accogliere questi alimenti. Il microbiota intestinale si adatta agli alimenti che vengono primariamente inseriti, pertanto è necessario tempo. Se l’individuo non assumeva poi un quantitativo sufficiente di fibre vegetali, con l’incrementato apporto dovuto al veganesimo, potrebbe vedere regolarizzarsi il suo transito intestinale. Tuttavia, se non si assume durante il cambio di alimentazione un adeguato apporto di acqua (almeno 2 litri al giorno), potrebbe verificarsi il fenomeno opposto, e quindi stipsi.

Come mai? Per due motivi: il primo perché l’alimentazione vegana è naturalmente povera di grassi e i grassi lubrificano il tratto intestinale, favorendo la progressione delle feci. Il secondo motivo è legato alla natura stessa della fibra insolubile, perché se non è sufficientemente idratata, può agire da “tappo”. Un altro rischio è la riduzione della massa cellulare. Se non ben bilanciata, o se l’apporto proteico è in netta discrepanza con quello dell’alimentazione onnivora, un vegano potrebbe andare incontro a una diminuzione della massa magra cellulare, con conseguente blanda riduzione della muscolatura.

Quali sono invece i primi riscontri positivi? Il miglioramento della luminosità del volto e della qualità della pelle. Nei fumatori piuttosto che nei pigri consumatori di frutta e verdura, l’incremento di alimenti vegetali con il carico di antiossidanti a essi connessi (in particolare vitamina C) migliora l’aspetto e la reale salute della pelle. La vitamina C è, infatti, un prezioso coenzima che favorisce la produzione di nuovo collagene.

Qualora si optasse per un passaggio graduale, quali sono i primi alimenti che è preferibile eliminare? E gli ultimi? Chi compie una scelta vegana lo fa per etica, e quindi dall’oggi al domani potrebbe sembrare impensabile alimentarsi di cibi animali e derivati. Laddove la logica fosse di altro tipo, e il veganesimo si realizzasse in maniera graduale e progressiva, consiglierei di togliere prima latte e derivati e carne. Di fatto, i latticini possono assieme all’incremento di vegetali favorire flatulenza e colite. La carne trova degli eccellenti sostituti in pesce e uova. Proseguirei con uova e infine con il pesce, del quale è bene giovare fino all’ultimo delle proprietà infiammatorie e degli omega tre. Tuttavia, più che della rimozione o integrazione, chi sceglie un’alimentazione vegana, deve porre particolare attenzione al bilanciamento dei nutrienti e dei micronutrienti.

 

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