L’Aquila, oggi

Non ci sono odori; né la spazzatura che cuoce al sole settembrino, né quello del ragù della domenica, neppure un pezzo di carta che brucia.

Non ci sono rumori. Le macchine sono silenziose e i bambini si tirano la palla piano, gentili, come se non fossero bambini ma adulti, vecchi e senza voce. Forse pensano che anche il più impercettibile sospiro possa far crollare ogni cosa.

Oggi tutto, a L’Aquila, è silenzioso e asettico. Intorno alla vita ci sono le macerie, i militari che imbracciano minacciosi i fucili, le macchine color oliva con le ruote grandi, la fontana di due ragazzi che si abbracciano, l’acqua che zampilla ovunque, che copre ogni cosa, che s’appiccica alla pelle e s’attacca al vento, per farsi trascinare per il centro, lungo le stade sbarrate, dentro le case che tremano ancora, e dentro di loro i quadri, i libri, i frigoriferi spalancati con dentro il cibo marcito nei mesi, le penne, le pentole, i lampadari, i quaderni dei bambini che giocano nelle piazze muti, a palla, con i passaggi corti, i sorrisi che sono sempre imbronciati e sperano che qualcosa possa cambiare, perché le cose sono fatte per cambiare; perché restare sempre uguali, adesso, significherebbe morire.

E’ la prima volta che vado a l’Aquila. C’ero stata da bambina, ma i miei ricordi partono dalla prima adolescenza e allora non posso sapere di che colore erano le insegne, il rumore dei passi per il corso dritto, l’odore di cucinato dalle finestre.

Oggi, un anno e mezzo dopo, mentre cammino, intorno a me le case sono ingabbiate in pantaloni di cemento, delle maglie eterne destinate a contenere la fragilità altrui, per far scappar via solo il dolore, e mi sembra di essere in una voragine profonda come un canyon. Dentro c’è tutto: quello che si è salvato e quello che è sprofondato, le lacrime che tutti abbiamo pianto per quelle morti, per svegliarsi una mattina senza niente, senza una persona e senza una cosa. Senza la lampadina sopra il comodino, senza la sveglia, senza una casa, senza una moglie, senza un bambino. Senza niente. Senza tutto.

L’odore oggi, a L’Aquila, è come il rumore. Non si distingue perché è ovunque. Sopra ogni cosa, come polvere e come aria. Come l’acqua della fontana dei due ragazzi abbracciati che mi bagna le labbra, ed è salata; sembrano lacrime.

Intorno al centro, per le vie delle campagne, con le case squarciate, i tetti crollati, i pali della luce distesi sulle strade e intorno il niente, c’è un dolore come solo le tragedie sanno provocare. Andando via per l’autostrada, perfino a un estraneo, se ne resta appiccicato un inconsueto senso di appartenenza e la consapevolezza che questo canyon chiamato L’Aquila non è stato scavato dal corso di un fiume, ma dalla colpa dell’uomo.

4 settembre 2010
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