Polvere

Frammenti

Il primo giorno di scuola è appena finito. Lorenzo sta tornando lento a casa per la lunga strada di cemento rovinato che, come un serpente affamato con un topolino, s’avvolge per il centro di Matelica. Sente dei passi che si avvicinano veloce, neanche il tempo di girarsi e un duro, freddo, violento colpo alla testa lo fa barcollare; cade, si copre la faccia con le mani, una suola di scarpa bagnata con appiccicata una foglia gli fracassa le dita contro il naso e la bocca, poi ancora un calcio dentro la pancia, uno nuovo al ginocchio destro, una mano che gli afferra i capelli. Buio. Silenzio. Quindi una voce che nitida oltrepassa i confini della paura, e netta, violenta, isterica, deforme, leggermente balbuziente, si impone. “Smetti di parlarle. Lasciala in pace. Hai capito? Lei è mia e tu non ti devi azzardare a farle i compiti, a scriverle poesie, neanche a dirle ciao. Hai capito?”. Quello del Piatti è un ammonimento, che in realtà è una minaccia, e vale più dei complimenti della professoressa d’italiano, delle coccole della mamma davanti alla televisione la sera, degli abbracci della nonna dopo il pranzo della domenica. È un taglio netto e insuturabile, uno strappo che taglia l’età di bambino da quella di adulto e non permette, mai più, contatti. 
Ancora più dolorose delle botte, nella memoria, gli risulta però il suo comportamento. Mentre il Piatti mena, Lorenzo non dice niente. Si contorce per il dolore come un verme tormentato dal bastone di un bambino sadico. Ha paura. E ora, nonostante gli anni, continua a pentirsi della sua fragilità; non accetta di essere stato vigliacco, non accetta di non essersi difeso. Non riesce a farlo neanche con se stesso, neppure quando è solo e quel ricordo lo fa avvampare e gli strizza lo stomaco e il cuore con morse simultanee e mostruose. Neppure quando è al bar, come ora, davanti a lui sconosciuti, ubriachi quanto lui, è in grado di dire la verità.

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