D’Annunzio, la vita e la moda

Facendo delle ricerche, ho trovato un bellissimo articolo su Repubblica Firenze del 9 luglio 1988. Era uscito a pagina 24 della cronaca, io non avevo neppure due anni. La Giacomoni, che racconta con invidiabile empatia una ricerca nel guardaroba e nella vita del Vate, s’addentra (guidata dalla Andreoli) in un percorso pericoloso, a metà fra gli elenchi e la compulsiva ossessione al collezionismo di mutande e calze di seta. Invidiabile, per una seconda volta. Nonostante siano passati 22 anni.

FIRENZE L’ anima inquieta di Gabriele D’ Annunzio può avere finalmente pace. Uno dei suoi ultimi desideri si avvera: gli abiti che ha lasciato in eredità agli italiani perchè ne stupissero e godessero sono usciti dagli armadi del Vittoriale, si sono scossi la polvere di dosso e hanno preso bellamente posto nella sale dell’ Andito degli Angiolini a Palazzo Pitti per la mostra Il guardaroba di Gabriele D’ Annunzio. Conformismo e trasgressione. Questa sera ci sarà festa grande per l’ inaugurazione riservata al popolo della moda mentre nei giardini di Boboli si proietterà Cabiria e si pranzerà su tovaglie che riproducono scritte autografe del poeta. Purché non piova, dice Luigi Settembrini che ha ideato la mostra per Pitti Uomo Italia. Scruta il cielo e ride: Era alto 1.62, D’ Annunzio, come me. Solo un po’ più stretto di spalle e più largo di sedere; un po’ più lungo di braccia, anche. Sai, quando Artale faceva le fotografie per il catalogo, la tentazione è stata irresistibile. La cosa che mi sta meglio è una divisa da ussaro della morte. Adesso te la faccio vedere. Entriamo nelle sale dell’ esposizione, dribbliamo una diplomata della Domus Academy che, inginocchiata a terra, estrae da uno scatolone dozzine di calze di seta con baguette traforate; salutiamo la signora che stira la cinquantesima camicia da notte di seta écru con collo tondo piatto, passiamo lungo una sfilata di stivaletti di vitello e scamosciati: bianchi, marroni, neri, di colori, con ghette di feltro, di capretto… di tanto in tanto Settembrini richiama la mia attenzione su un oggetto: la mantella inglese di gomma nera portata alla beffa di Bucari, i mocassini con un fallo disegnato sulla tomaia, lo spolverino di lino indossato in tante occasioni aviatorie, una camicia da notte che ha un buco sagomato all’ altezza dell’ inguine. Finché soprendiamo Gherardo Frassa, il realizzatore della mostra, che sta annodando una cravatta nera al manichino con faccia del poeta modellata da Mathias Mucchi. Frassa è spettinato, porta un fazzoletto rosso al collo e fa un bel contrasto con il vate azzimato cui dà gli ultimi tocchi. Lo riconosci? chiede è il completo che D’ Annunzio indossa nel ritratto che gli ha fatto Romainh Brooks nel ‘ 12. Se non sai chi era la Brooks fattelo spiegare dall’ Andreoli. Io ho da fare. Dobbiamo agganciare il Vate per le caviglie e il collo altrimenti cade. La pelliccia d’ orso Anna Maria Andreoli, ordinario di letteratura italiana all’ università di Roma, sta osservando la pelliccia di orso con collo di volpe. Romainh Brooks? Era una pittrice americana, una lesbica internazionale. Ha avuto una relazione importante con D’ Annunzio. Gliel’ ha presentata Robert de Montesquiou a Parigi, quando ci è arrivato per fuggire i creditori. Ma forse è meglio se ci sediamo. Negli assolati giardini di Boboli, la curatrice della mostra dà fondo alle cose che gli studiosi di D’ Annunzio sanno ma non scrivono mai. Cose scandalose, naturalmente. De Montesquiou era il dandy omosessuale che è stato preso a modello da Proust, Huysman, Oscar Wilde per i loro personaggi più famosi. Ha amato follemente D’ Annunzio che, sadico, lo attizzava. Per averne la complicità quello gli presentava donne pericolose come la danzatrice Ida Rubinstein, o Roaminh Brooks. D’ Annunzio aveva 47 anni. Prima di lasciare l’ Italia aveva scritto cose molto toccanti sull’ invecchiamento ma a Parigi, con quelle relazioni, supera la crisi di mezza età e non se ne lascia più riprendere. D’ altra parte gli erano sempre piaciuti gli amori con due donne. Anche la Duse era lesbica; questa è la verità, se vuole lo può scrivere. E’ sicuro anche che ha consumato, almeno una volta, con de Montesquiou. La professoressa Andreoli si accende una sigaretta. Se, 50 anni dopo la sua morte, si è deciso che è lecito frugare nel guardaroba del poeta e studiare di quale seta sono fatte le sue belle mutande, ce ne sono di cose da raccontare! La vera, torbida storia del suo primo matrimonio con Maria Harduin di Gallese, per esempio. In quella casa D’ Annunzio era entrato a 18 anni come compagno di studi del duchino che era un po’ svogliato. E subito divenne amante di mamma e figlia. La madre, Natalia, aveva 37 anni ed incoraggiò poi il matrimonio dell’ amante con la figlia Maria che peraltro ebbe presto una relazione con il principe Sciarra. Sono di Sciarra i tre figli di D’ Annunzio; forse Gabriellino no, ma insomma … altrimenti come si spiega l’ assunzione di D’ Annunzio alla Tribuna, che era il giornale di Sciarra? E perché si sarebbe licenziato D’ Annunzio nell’ 88, quando era pieno di debiti? Descrivere il Piacere? Figuriamoci! Lì c’ è una torbida storia: contemporaneamente al licenziamento di D’ Annunzio, sua moglie si getta dal terzo piano. Andreoli schiaccia il mozzicone col tacco. Scrivere una biografia? No è troppo difficile, ci sono ancora tanti misteri. C’ è un figlio in più che non si sa da dove venga. Per questo sono stata sorpresa, davanti al suo guardaroba: mi aspettavo stravaganze, deviazioni, che usasse combinare, trasgredire. E invece dai suoi armadi esce una gran tendenza al perbenismo: stoffe inglesi, cappelli di rito. D’ Annunzio vestiva come richiedeva la società mondana del suo tempo. Avevano ragione gli intellettuali francesi, quando dicevano che recitava sé stesso, che si comportava come un impresario in cerca di committenti. Trasgrediva solo nei piccoli particolari o nell’ eccesso. Tra moda e letteratura Annamaria Andreoli è incerta se proseguire, se mescolare fino in fondo letteratura e moda. Poi si decide: Aveva migliaia di mutande identiche, migliaia di cravatte tutte uguali. Era un maniaco, un collezionista. Si comportava con gli abiti come con le parole. Era una macchina che produce a cottimo, riusciva a scrivere anche tremila versi al mese. Riusciva a farlo perché aveva trovato un sistema. Ricorda la pioggia nel pineto piove sulle tamerici, sui mirti, sulle ginestre, sulle nostre mani, le nostre fronti, i nostri volti? Poteva andare avanti all’ infinito, con i suoi elenchi di parole, come con l’ acquisto di fazzoletti. Era bravo, era furbo: sapeva sfruttare i vocabolari. Se lei prende il Vocabolario marino e militare dell’ abate Guglielmotti alla voce Onda ci trova la poesia L’ onda di Gabriele D’ Annunzio. Gli occhi di Andreoli brillano; sta per dirci qualcos’ altro di sorprendente: Ho trovato un altro legame, tra lo stile di D’ Annunzio ed il suo gusto nel vestire. Riguarda i romanzi. Lui le donne non le descrive come il Fogazzaro, per cui una signora al massimo ha un abito scuro di lana. No! Lui aveva fatto il cronista mondano, aveva una conoscenza tecnica della moda, parla di tarlantane, di raglan, di panno carmelite, impazzisce per i primi velluti, per i primi paletot che vengono da Parigi! Le donne che si erano vestite in modo che lui potesse descriverle sulla Tribuna furono le prime appassionate lettrici dei suoi romanzi. – dal nostro inviato SILVIA GIACOMONI

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1988/07/09/ma-quel-vate-vestiva-conformista.html

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