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L’Incontro

Un gruppo di esploratori marcia veloce per la foresta. Gli uomini non si fermano a guardare le piante, né gli animali, né il corso del fiume che si muove lì accanto, ma procedono svelti. Devono avanzare e conquistare più terra possibile, lasciarsi alle spalle quello che gli occhi già possono scorgere per nuovi panorami. Dietro, a fatica, gli indigeni, che dovrebbero fare da guida, arrancano; poggiano le mani ai tronchi dei secolari alberi, fissano negli occhi le scimmie. Si fermano.

Gli esploratori continuano a camminare, sempre più veloce, quasi corrono, e poi uno di loro si accorge che sono soli, che la squadra che doveva affiancarli è sparita. Tutti insieme, contemporaneamente, si voltano e scoprono che le guide sono lontane, accampate sotto un banano. Gli uomini bianchi si osservano stupiti, pensano che sia una questione di soldi e così tornano indietro, sventolando rumorosamente mazzi di banconote. “Perché vi siete fermati?” domanda il più vecchio degli europei, un inglese alto e supponente, fumando un mozzicone di sigaretta. Gli indigeni sorridono e poi il più piccolo, un ragazzino con gli occhi azzurri e i denti bianchi, schiarisce la voce. “Stiamo andando così veloci che abbiamo perso le nostre anime. Loro sono dietro di noi, stanno faticando per raggiungerci” dice.

Sta faticando urlò Lorenzo e la sua voce squarciò la penombra della vecchia camera da letto. Si alzò a fatica, corse in bagno, si lavò la faccia e le mani. Andò frettolosamente in camera da letto, ma non c’era niente. Non c’era la jungla, né la scimmia, né il nero bambino che parlava come un vecchio e i cui occhi erano azzurri come il mare di primavera, a Zante, quando passeggiava sulla riva con Martina. I cui occhi erano blu come le ali della farfalla che si era posata sulle mani di lei, prima di scappare. Non c’era niente. Solo il rumore della televisione, ancora accesa in sala da pranzo. Lorenzo si allacciò i pantaloni e andò dalla madre. Giulietta teneva la lattina di birra in mano e un fazzoletto nell’altra; sembrava non essersi accorta di niente.

“Non hai sentito?” domandò, ma questa fa spallucce e poi guardò l’orologio. “Fra poco dobbiamo andare” disse e lui annuì, tornò in camera da letto e si sedette sulle lenzuola. Prese le scarpe e cominciò a infilarle. Sono dieci anni che non faccio questo incubo rifletté, e poi si asciugò la fronte fredda e sudata.

Da “L’Incontro” di Lorenzo Sarti

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