Un giorno per ricordare

Il Nuovo Macello Comunale di Mafredonia. Il vecchio mulino e pastificio Pagano a Gioia del Colle. Le case coloniche dell’isola di San Domenico nelle Tremiti. L’ex scuola Tecnico-Agraria F. Gigante ad Alberobello. Sono questi i campi di internamento in Puglia.
Isolati, spesso dimenticati, rivelano quella recente storia di razzismo e di guerra che ha inizio nel 1938. Quando, fra settembre e novembre, mentre in Germania si scatenava la violenza contro gli ebrei, in Italia venivano emanate le prime leggi razziali. Arrivavano dopo un censimento speciale effettuato nell’agosto 1938 che mirava a censire gli ebrei non in base alla religione professata, ma al sangue. Interessati erano tutti quelli che avevano un genitore ebreo o ex ebreo. In Italia ne furono individuati 47000, di cui quasi 10000 stranieri. La percentuale sull’intera popolazione era dell’1,1 per mille. In Puglia però, come in tutta l’Italia meridionale, la presenza ebraica era ancor più limitata.
“Le motivazioni sono storiche. La Puglia era stata un centro di aggregazione di primo piano nel Medioevo. Un punto da cui la cultura ebraica, da centri come Bari e Trani, si era diffusa al resto dell’Italia. A minare queste antiche radici furono però le grandi espulsioni del Quattrocento e dell’inizio del Cinquecento, quando gli ebrei pugliesi furono costretti ad abbandonare la loro terra” spiega Anna Foa, docente di storia moderna all’Università di Roma La Sapienza e autrice di “Diaspora” (Laterza).
“Nel 1940 in Puglia non esistevano delle vere e proprie comunità, ma solo singoli individui o ristretti nuclei famigliari. A Bari viveva, per esempio, la famiglia Levi. Erano quattro persone, il padre si chiamava Alberto” continua Foa. Se nessuno della famiglia Levi perse la vita nella Shoah, tutti subirono le dolorose conseguenze delle leggi del 1938. Allora, gli ebrei furono espulsi dalle scuole di ogni ordine e grado, venne vietato il matrimonio “del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza”, serie limitazioni furono perfino stabilite per quanto riguardava le cure mediche. “Anche le norme secondarie che vennero imposte erano altrettanto umilianti. Gli ebrei non potevano possedere apparecchi radio, frequentare luoghi di villeggiatura o avere a servizio personale ariano” aggiunge Foa. Dal 1940 venne poi disposto l’internamento in appositi campi. Erano baracche o edifici riadattati che venivano utilizzati per vigilare su ebrei italiani e stranieri, oppositori politici e omosessuali. Per sorvegliare chiunque avesse manifestato il suo disaccordo con il regime.
“Gli internati rimasero in questi campi fino alla liberazione del 1943. In alcuni casi, però, la situazione non era rigida e i campi di internamento divennero una sorta di semi confino. Alcuni ebrei riuscirono perfino, vivendo in famiglia, a prendere delle case in affitto nelle vicinanze” sottolinea Foa. Era dunque un internamento più leggero rispetto a quello praticato al Centro e Nord Italia. Non aveva niente da spartire con gli esiti dolorosi e mortali dei campi di concentramento. “Fortunatamente, gli ebrei stranieri internati nel Sud Italia vennero liberati da una disposizione del governo Badoglio del 10 settembre 1943. Prima che l’ordine raggiungesse i campi, gli internati erano comunque già fuggiti, spesso con l’aiuto delle autorità locali. I campi stessi erano stati raggiunti dagli angloamericani. Ed è proprio così che gli ebrei del Sud, riuscirono a salvarsi” aggiunge Foa.
Una volta riacquisita la libertà, il sogno restava sempre quello di partire, di imbarcarsi per tornare in Palestina. E così Bari ebbe un ruolo fondamentale dopo la liberazione. “Si riempì di profughi ebrei sia italiani che stranieri. Arrivavano dai campi di internamento che avevano costellato il Sud. Iniziava così l’esodo” sottolinea Foa.
Da allora sono passati quasi sett’anni anni. In pochi rammentano i campi di internamento di Manfredonia e Gioia del Colle, ma la giornata della memoria serve anche a questo: a non dimenticare. “A trasformare la memoria individuale in memoria collettiva, a perpetuarla e a farne una sorta di rito civico. La Shoah è stata un elemento talmente determinante della nostra storia che non possiamo non affrontarla” conclude Foa. Proprio come sta succedendo in Puglia, dove è stata attivata una fase di recupero. Una fase di riflessione sulla storia delle espulsioni, delle conversioni, della perdite. Perché tutto è utile per non dimenticare.

Oggi su Repubblica Bari.

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