Ieri, in Tram

Due uomini in giacca e cravatta sono seduti vicino a me. Uno porge all’altro un libro. “Guarda” dice. L’altro, i capelli rasati e una tunica nera, deve essere un prete, lo afferra e resta qualche secondo immobile a guardare la copertina. “Hai ricominciato a giocare?” chiede.
L’uomo fa un cenno del capo. E’ alto, le mani grandi e una spessa fede d’oro gialla. Avrà cinquant’anni, gli occhi verdi e i capelli tagliati da bravo ragazzo. “Ho ripreso, c’è un bel circolo a Magliana” sospira. Scrolla le spalle, forse avverte i mio sguardo. “E tu?” domanda.
L’altro fa spallucce. “Io non gioco più da tanti anni” ammette. “Sarei un disastro” aggiunge, sfogliando lentamente il libro sulle aperture storiche.
L’amico allora trattiene un sorriso. “Chi gioca a scacchi non dimentica mai” dice e io, appoggiata al vetro, mentre il tram attraversa il Tevere e inizia a fare buio non posso negarlo.
Chi gioca a scacchi, è vero, non può dimenticare.

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