Incontri / 2

C’è quello che lavora in radio, la cameriera, quella che scrive un libro tra un articolo e un altro, la precaria in un liceo. In Italia, fare lo scrittore è un lavoro a tempo pieno per pochi, pochissimi. Se i ventenni restano a casa, studiano e spesso si appoggiano a mamma e papà, il discorso è diverso per i trentenni che, considerati giovanissimi in una società gerontocratica e gerontofila come la nostra, giovanissimi non sono. La risposta per sopravvivere diventa così una sola: ingegnarsi, modellarsi su quella flessibilità estrema propria dei lavori creativi “all’italiana”.
Flavio Soriga, per esempio, collabora con diversi giornali e ha appena concluso la sua esperienza d’autore nel programma di Mario Calabresi Hotel Patria (Rai3). Antonella Lattanzi, che l’anno scorso ha esordito con il bel Devozione (Einaudi Stile Libero, pp. 378), struggente storia d’eroina e di perdizione fra Bari e Roma, racconta: “nella mia vita cerco di leggere e scrivere con più disciplina possibile. Ciò vuol dire sicuramente trovarsi sempre in condizioni piuttosto precarie, quantomeno sul piano economico. A meno che non si abbiano altre entrate, e io non ce le ho, è davvero difficile in Italia essere uno scrittore, mangiare con la scrittura”.
È difficile, però lei ha deciso di non arrendersi e di provare a fare solo cose che le piacciono e che le servono. “Da quando ho pubblicato Devozione, cerco di accettare solo quei lavori che servono davvero a farmi crescere, come scrittrice e come persona. Di solito quindi leggo il più possibile, e scrivo. Insegno lettura creativa. Per scrivere bene bisogna imparare a leggere bene, e bisogna sapere quali libri leggere. Cerco di insegnare questo, e di mostrare agli studenti gli strumenti dell’officina dello scrittore perché possano riconoscerli e crearsene di propri, fermo restando che il talento non si può insegnare” continua. “E poi sto lavorando al mio secondo romanzo”.
A un libro in scrittura, ne corrisponde uno di fresca uscita. È Nuraghe Beach, una sorta di guida alternativa all’amatissima Sardegna, che Soriga ha appena pubblicato con Laterza. È il suo quinto libro, e dire che lui, che di anni ne ha appena fatti trentasei, sognava di fare il giornalista e ha scelto la scrittura quasi fosse un ripiego. “Ho iniziato a scrivere a venticinque anni, quando ho capito che non avrei fatto il giornalista, e che forse invece sapevo inventare storie” rivela.

Non è un caso che “Diavoli di Nuraiò” (Il Maestrale), con cui nel 2000 ha vinto il Premio Calvino, sia uscito esattamente undici anni fa. Sembra di parlare di preistoria.
“Per il prossimo libro intanto c’è tempo, ci penserò dall’autunno. Adesso mi sto concentrando su Cabudanne de sos poetas, il festival che faremo a fine agosto a Seneghe, vicino Oristano. È la settima edizione e ci abbiamo lavorato molto, parleremo del bisogno della poesia, degli spazi per farla, del suo pubblico. Daremo voce a grandi poeti e importanti pensatori, molta festa, in un paese bellissimo che si veste a festa per quattro giorni”.
E per la narrativa? Sia Soriga che Lattanzi hanno le idee molto chiare. “Mi piacciono sempre Paolo Nori, Francesco Piccolo, e tutti quelli che raccontano con onestà” spiega l’uno, mentre l’altra cita fra gli esordienti Fabio Viola (autore de Gli intervistatori, Ponte alle Grazie) e fra i preferiti di sempre Andrea Canobbio. Ai tq non appartengono, ed entrambi sono convinti che nel marasma di libri quotidianamente pubblicati in Italia del buono ci sia e che la scelta sia affidata solo ed esclusivamente al lettore. Insomma: libera scelta, in libero mercato.
Lattanzi un po’ malinconicamente rimpiange però il tempo di Calvino e di Vittorini, “un tempo in cui i Giganti promuovevano e scoprivano gli scrittori giovani sulle riviste o in apposite collane. Oggi forse c’è più invidia, più egocentrismo. Ma, io credo, i libri non sono un’Olimpiade, se scopriamo un esordiente bravissimo ci fa solo bene, il pericolo per gli scrittori affermati di venire scalzati dagli esordienti non esiste: la scrittura non è una gara con un vincitore, dovrebbe essere il mondo”. Già, dovrebbe essere il mondo.


(La seconda puntata, oggi sul Riformista)

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