Incontri / 3

Tradotto in mezza Europa e, a volte, perfino negli Stati Uniti. Con un lavoro nel mondo dell’editoria, diviso fra l’insegnamento di scrittura creativa e l’organizzazione di festival. È questo il ritratto dello scrittore italiano di quarant’anni che viene fuori dalle interviste a tre fra i più conosciuti e apprezzati autori italiani del momento, Alessandro Bertante, Antonio Scurati e Giorgio Vasta. Nati fra il 1969 e il 1970, cresciuti in città che più diverse non potrebbero essere – a Palermo Vasta, ad Alessandria Bertante, un po’ a Napoli e un po’ a Venezia Scurati – i tre condividono più cose di quanto uno possa immaginare, a partire dal Premio Strega. Vasta con Il tempo materiale (Minimum fax, 2009) e Bertante con Nina dei Lupi (Marsilio, 2011) non sono arrivati in cinquina, ma Bertante, che gareggiava quest’anno, ha un ricordo più che nitido: “È stata un’esperienza utile, senza dubbio. Lo Strega conserva qualcosa di arcaico e rituale che colpisce memorie profonde, oltre al fatto che sono suggestionato dalla sua intima decadenza. Ma certo ci sono altri aspetti che mi sgomentano, basti pensare alla composizione umana dei votanti, che si può solo definire grottesca”.
Il più fortunato dei tre è stato però Scurati che nel 2009 ha sfiorato la vittoria con Il bambino che sognava la fine del mondo. Gli sarebbe bastato un solo voto in più per finire in parità con Tiziano Scarpa e vincere ex equo, esattamente come fece al Premio Campiello nel 2005 con Pino Roveredo. Chissà se gareggerà di nuovo quest’anno con il suo quinto romanzo, La seconda mezzanotte, in uscita per Bompiani a settembre. Del romanzo non parla, e per ora si sa solo che è ambientato nel 2092 in una Venezia completamente ricostruita dai cinesi.
Bertante e Vasta, invece, al loro nuovo romanzo stanno ancora lavorando. “Sarà ambientato a Milano, durante la torrida estate del 2003. Ma non so ancora quando uscirà” spiega Bertante, mentre Vasta non si sbilancia (“Penso che mi servirà almeno un altro anno per terminare”), e racconta che adesso è concentrato sull’organizzazione di Roland. Macchine e animali, un progetto che ha ideato e curato con Marco Peano e che, tra Pordenone e Milano, si concentrerà su scrittura, editoria e pubblico. “È l’occasione per riflettere criticamente su una serie di pratiche e di politiche, e vogliamo farlo usando come lente tutto ciò che riguarda la scrittura: che cosa viene scritto e come, che cosa viene pubblicato, come si legge”.
Se per i tre non è possibile costruire una libreria condivisa, il più deciso in fatto di novità editoriali è Scurati. “Non ho dubbi. Il fenomeno più interessante mi pare sia il ridestarsi di alcune tradizioni romanzesche europee che da tempo languivano. Su tutte, quella francese. La triade Littell, Mathias Enard, Laurent Binet segna a mio avviso una rinascita. In particolar modo mi ha entusiasmato Zona di Mathias Enard che ho segnalato via sms a tutti gli amici scrittori”. Sms quindi sì, ma facebook proprio no. Tutti e tre, infatti, non usano facebook. Anzi, lo odiano. “I social network sono una grande strumento di comunicazione e viralizzazione. Ma appunto sono uno strumento, non un fine. A livello culturale stanno diventando l’ambito privilegiato del rancore, la palestra di ardimento dei delatori anonimi che si muovono seguendo l’istinto del branco. L’orizzontalità della rete è un mito oramai caduco: non è vero che tutti pareri vanno ascoltati, che tutte le opinioni sono autorevoli, non ci può sempre improvvisare contando sull’approvazione di un piccolo miserabile pubblico” dice Bertante. Per Scurati, invece, la reticenza è frutto di una “mera idiosincrasia”. “Mi dicono, ad esempio, che c’è un mio fan club su facebook, ma non essendo io iscritto, e dunque non avendo accesso, non mi ci sono mai affacciato. Insomma, un’autentica manifestazione di asinitas, di beata ignoranza”. Effettivamente il gruppo c’è, ha 250 fan e nessun commento. Chissà se Scurati sa anche questo.

(Oggi sul Riformista il terzo incontro della serie)

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