Tutto, niente

Incontri / 4

“I quarant’anni sono la vecchiaia della giovinezza, ma i cinquant’anni sono la giovinezza della vecchiaia” ripeteva Victor Hugo. Chissà che cosa ne pensano due scrittori come Raul Montanari e Aurelio Picca, rispettivamente classe 1959 e 1957, che i quarant’anni li hanno superati da un pezzo. Nonostante le differenze – tanto l’animo di Picca è quello di un poeta prestato alla narrativa, quanto quello di Montanari è caratterizzato da atmosfere noir e poliziesche -, i due condividono l’esperienza, frutto di una carriera pluridecennale nell’editoria, e i primi libri pubblicati all’inizio degli anni Novanta. Sono quindi dei perfetti testimoni per raccontare i cambiamenti del mondo editoriale benché Picca si domandi se, forse, a cambiare non siano stati più gli scrittori che gli editori. “Mi viene da pensare che sono peggiorati entrambi. O meglio: gli editori, nel tentativo (vano) di ampliare il mercato attraverso “casi” commerciali (e molto meno letterari), hanno sempre più cercato opere “comunicative”, simili al linguaggio televisivo, e meno “espressive”. Sbagliando. Perché così facendo non hanno aiutato a migliorare il gusto dei lettori. Anzi, lo hanno peggiorato. Infatti i lettori non capiscono più se lo scrittore è un cuoco che scrive libri o un calciatore che fa il gelataio. Eppure, sono sicuro, il popolo si ribellerà. Vuole già la letteratura e non i precotti. Però anche gli scrittori hanno le loro responsabilità: assecondare gli editori. Infine c’è da aggiungere che i talenti, cioè gli scrittori veri, sono stati sempre pochi”.
Per Montanari, invece, il tempo delle rivoluzioni è finito, e se un capro espiatorio va trovato è più facile identificarlo nell’esordiente, nello scrittore giovane mandato allo sbaraglio a premi importanti e a colonizzare le classifiche. “Dagli anni Novanta il mercato si è indurito, è diventato molto più orientato di quanto sia mai stato al tentativo (quasi sempre fallito) di fare soldi con i libri. Compito arduo, perché rispetto ad altri beni o servizi il libro è un oggetto dalla produzione costosa, per cui i margini di guadagno per l’imprenditore sono scarsi. Risultato: spazi sempre più chiusi a chi fa una narrativa considerata a torto o a ragione “difficile”; ricerca ossessiva del best seller; promozione isterica del “caso”, che di solito è un giovane autore da mandare immediatamente allo Strega. Aggiungiamo la crisi delle librerie indipendenti, dove il consiglio del libraio ai clienti abituali aveva un valore enorme. Ora i cosiddetti lettori deboli, quelli da pochi titoli l’anno, questi titoli se li trovano al supermercato, e sono sempre gli stessi. Il divario fra chi vende molto e chi vende poco si è accentuato”. E sì, il divario si accentua e gli scrittori giovani aumentano. Ma anche Picca e Montanari hanno mosso i primi passi da ragazzi, poco più che adolescenti. “Il mio primo racconto importante l’ho scritto a vent’anni, ma è stato è pubblicato solo sette anni dopo, da Goffredo Fofi su Linea d’Ombra, perché non conoscevo nessuno. Ero solo con la mia Lettera 32, nella mia stanza, come un cretino” racconta Montanari, mentre l’esordio di un Picca diciottenne è stato poetico. “Ai tempi in cui leggevo Foscolo, Henry Miller ma soprattutto quando correvo con le Alfa Romeo e giocavo a biliardo. La velocità della poesia si saldava alla velocità delle automobili. Pure lo stile e l’abilità che mettevo nel guidare ho riversato nella poesia, come sono confluite nella letteratura la disciplina e la concentrazione che servivano sul panno verde, insieme all’educazione brutalmente laica e brutalmente cristiana che ho ricevuto. Non a caso debutto con un libro di poesie intitolato Per punizione” racconta. E del suo esordio ci tiene a precisa: “Io non sono stato un raccomandato né un privilegiato, anche se al mio debutto hanno scritto e assai bene personaggi del calibro di Pampaloni, Cherchi, Giuliani. Insomma da subito ho messo d’accordo Tradizione e Avanguardia. Però con l’editoria ho fatto fatica all’inizio”. Poi l’accordo con Benedetta Centovalli che lo chiamò in Rizzoli e la pubblicazione, con loro, di alcuni fra i suoi romanzi più belli come Sacrocuore (2003) e Via Volta della Morte (2006). E dire che da Rizzoli, dopo un rapporto lunghissimo, Picca aveva preso le distanze dopo l’incomprensibile esclusione dal Premio Strega con Se la fortuna è nostra. “La storia dello Strega è alle spalle mentre il mio romanzo è stato un viaggio interiore e un successo personale e di lettori fortissimi. Chi mi ha letto mi ama. Non c’è successo superiore a questo per uno scrittore. Da Rizzoli volevo gesti forti e chiari. Sono stato accontentato” dice. Il rapporto quindi è saldo. Come quello fra Montanari e Baldini Castoldi Dalai, sigillato dalla pubblicazione di ben nove libri fra cui il fortunato Strane cose, domani (2009). “Ogni casa editrice ha dei difetti, l’importante è conoscerli. Il rapporto con una casa editrice somiglia molto a quello fra uomo e donna: ci sono relazioni brevi, matrimoni…”. Ma anche tradimenti e incomprensioni, come può accadere in un’amicizia. E il rapporto con gli altri scrittori? “Dalla stima reciproca sono nate amicizie vere con Aldo Nove, Tiziano Scarpa e altri. Non mi pare di avere nemici” dice Montanari, mentre Picca è assolutista: sono tutti amici, perché ne frequenta pochi. “Ora è tempo che mi sento con Vincenzo Pardini: il tenutario dello zoo della Garfagnana. E’ un po’ rompicoglioni ma lo sopporto. Mi diverte la sua perfidia”. Fra amicizie vere e presunte, l’appuntamento è sempre in libreria. Per Picca con un nuovo libro (“sarà una sorpresa”) e con il poema L’Italia è morta, io sono l’Italia che verrà ripubblicato in autunno da Bompiani. Per Montanari con Il Cristo Zen, “un curioso testo di teologia che volevo scrivere da vent’anni, in cui la figura di Gesù viene paragonata a quella dei maestri zen, sulla base di una cinquantina di passi evangelici confrontati con altrettanti della letteratura buddhista”. Per il nuovo romanzo bisognerà invece aspettare l’autunno. Sì, ma del 2012.

(Oggi sul Riformista il quarto incontro della serie)

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2 thoughts on “Incontri / 4”

  1. Non sono convinto che la letteratura possa avere una determinante anagrafica. Anzi non ce l’ha proprio. È vero che viene sostenuto commercialmente un repertorio di gusto facle ma, come sempre, esiste una nicchia di lettori (come è sempre stato) in grado di apprezzare opere di diverso impegno. Abbiamo opinioni leggermente diverse.
    Manca un aspetto in questa disamina e perciò si dà per scontato che lo scrittore “vero” sia creatore di testi eccellenti. Non è vero per nulla. Tutta la storia della letteratura ce lo insegna. Nonostante sforzi grandiosi vi sono opere di Dante, Petrarca e giù per li rami di cui possiamo fare a meno. Se vogliamo restare all’attualità: di Aldo Nove, per esempio, si salvano alcuni racconti, molto di Amore mio infinito, parte de La vita oscena. Eppure eppure …
    Buon lavoro.

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