Incontro / 5

La poesia italiana assomiglia a un arcipelago di isole, dei microcosmi fra loro spesso lontani e irraggiungibili che ospitano qui Valerio Magrelli, lì Milo de Angelis, e poi Giuseppe Conte e Alda Merini, ma anche i giovani Carlo Carabba e Silvia Avallone. E poi, defilato da tutto e da tutti, Roberto Amato, viareggino scombinato e indecifrabile, tanto modesto da sembrare bugiardo, che dopo aver vinto nel 2003 il prestigioso Premio Viareggio Repaci è scomparso come Atlantide. Si è inabissato nelle sue parole e nella sua armonia, raggiungendo un’apnea spezzata solo pochi mesi fa, a febbraio per la precisione, con L’Acqua Alta (Elliot Edizioni), una bella raccolta di poesia di cui sfortunatamente si è parlato pochissimo.
Eppure Amato non sembra averci dato peso. Lui è un outsider. Sta fuori dai circoli della poesia, fuori dai salotti che contano, fuori dalle redazioni dei giornali. È il poeta come tutti lo immagineremmo: abita un mondo solo suo, e solo a volte ne esce fuori per raccontare quando ha iniziato a comporre, e perché. “Ero ancora alle elementari e costruivo librini microscopici, poco più grandi di un francobollo. Le copertine le ritagliavo dalle scatole di scarpe. Erano libri illustrati, dipinti con le matite a cera. In genere poemi cavallereschi, astronomici, o didascalici” racconta.
Dieci anni dopo, nell’adolescenza, la passione era sempre quella. Amato batteva a macchina, costruiva frasi e rime. Non pensava a pubblicare perché già quella “era una forma di pubblicazione. E poi credevo che la poesia fosse una cosa magica. Dunque che fosse di per sé invisibile o visibile a tutti” commenta. A leggerlo c’erano, ancora una volta, solo i parenti. E questo gli bastava.
Non è un caso che abbia pensato a esordire solo nel 2003, a quasi cinquant’anni, con il fortunato Le cucine celesti (Diabasis). Nulla però cambia nella sua vita. Amato continua a vivere nella sua Viareggio dove, se non scrive e non legge, lavora come commesso nel negozio di scarpe della moglie. “Ci sono molti scaffali lì dentro. Tra gli scaffali, piccoli corridoi nei quali mi posso nascondere col mio computer. Ci sono mensole di vetro con tanti libri tra le scarpe senza piedi. Le mie giornate le passo lì, in uno stato di contrizione. Davvero mi sembra di espiare una colpa. E la colpa penso che sia non essere riuscito a diventare un vero commesso” racconta. E le sue parole sono ancora una volta spiazzanti.
Meno disorientanti sono le sue letture. “Ho letto molto presto Leopardi, che mi è sembrato sterminato, eppure vicinissimo alla sensibilità di un bambino. Credo che il lato naïf di Leopardi sia stato poco compreso. Gli studi matti e disperatissimi probabilmente erano, per lui, una specie di gioco infantile” spiega. Poi accenna a Montale, quindi di nuovo a Leopardi. Alla fine, capitombola su L’Acqua Alta che,
solo dopo molte parole e imbarazzi, definisce come “un testo lirico, consapevolmente lirico. Ho adoperato, a volte, perfino un lessico montaliano. Quasi che fosse lecito ripescare nella laguna un timbro poetico probabilmente estinto. Come se l’acqua fosse una lente che permette di riconoscere qualcosa di ancora vivo laggiù, tra la melma del fondo. Un libro che parla della musicalità e dell’evaporazione dell’acqua”. Ed è proprio così. L’acqua Alta è un concentrato di armonia e di delicatezza. Un vortice d’esperienza e di immagini che si fa romanzo in versi e che guida il lettore “a filo di una città simmetrica” fra giochi di luce e di voci, dove “tutto è mare” e dove il “tempo è infinitamente protratto che non è più/misurabile/dagli orologi delle cucine”. In un mondo che è “una cavità innaturale” e dove “ai grandissimi spazi delle soffitte” corrispondono sterminati luoghi. Dove gli uccelli “non mangiano che rose a colazione/le pretendono!” e nel quale l’onirico si fa surreale. Un mondo antico e di trasformazioni, dove Venezia diventa Gerusalemme e dove “la terra è morbida e ha un profumo dolcissimo/di nuvole”. Un mondo fatto di poesia. Una poesia di sussurri, priva d’apparenza e di qualsivoglia moderna arroganza.

(L’ultimo incontro della serie sul Riformista, pubblicato sabato 26 agosto)

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