L’orrore di una strage di massa

Andrea Tarabbia non è mai stato a Beslan. Non hai mai visto la scuola Numero 1 e le pareti grigie e desolanti che hanno protetto e nascosto l’orrore che lì si è consumato tra il primo e il tre settembre del 2004. Prima di allora nessuno sapeva che cosa o dove fosse Beslan. Era l’ennesimo posto sperduto da qualche parte nell’Ossezia del Nord, in quel Caucaso misterioso che è a cavallo fra l’Asia e l’Europa, lontano anni luce dall’Italia.
Domani saranno trascorsi sette anni da quel sequestro di massa finito in strage. Restano solo le immagini di due bambini che piangono disperati, hanno addosso un paio di mutande bianche e i corpicini sporchi di sangue, il cadavere sfigurato di un adolescente in braccio al padre, una bambina con un vestito lilla che corre stringendo la mano a un soldato in tuta mimetica abbracciato a un kalashnikov. L’orrore che nessuno si aspetta: che un gruppo di uomini armati entri in una scuola il giorno più bello e più importante, il giorno della conoscenza, e cambi la storia. Perché a Beslan, come Tarabbia racconta con una grazia e una precisione disarmante ne Il demone a Beslan (Mondadori, pp. 351), quel primo settembre si è fatta proprio la storia. Lui ha scelto di svelarla raccontando di Marat Bazarev, l’unico sopravvissuto fra gli attentatori che, dopo essere stato catturato dalla polizia russa e incarcerato a Mosca, decide di scrivere la sua ultima confessione, decide di raccontare al mondo come andate le cose, in che modo a Beslan “quello che doveva essere fatto è stato fatto”.
Il libro, il cui primo capitolo è stato pubblicato sul numero di giugno di Nuovi Argomenti e la cui pubblicazione è stata, secondo le parole dell’autore, “il più classico dei colpi di fortuna”, custodisce dentro di sé una domanda quasi automatica: perché raccontare proprio questa tragedia? La risposta di Tarabbia, classe 1978, russista di formazione con una passione per i classici (“lungo una linea ideale che da Gogol’ arriva a Bulgakov”) è granitica: “A volte capitano delle cose delle quali non ci si libera e per me in quei tre giorni sta racchiuso tutto quello che c’è da sapere sul male e sul mondo di oggi”. Dietro il suo racconto, come è facile immaginare, c’è “un lavoro di documentazione abbastanza tradizionale: articoli e cronache della tragedia, compreso tutto quello che ha scritto Anna Politkovskaja, libri sulla storia del Caucaso e della Russia, sulla vita nelle carceri, sul terrorismo e sulla morte; poi ho recuperato e riletto Dostoevskij, Sade, Melville”. Già, quei classici che inseguono il male e lo raccontano nel suo lato più oscuro e affascinante. E poi la cronaca, quest’anno già al centro del fortunato esordio di Paolo Sortino con Elizabeth (Einaudi).
“Penso a Delitto e castigo, ai Demoni, ai Karamazov, o a certe cose di Balzac e non trovo molta differenza, negli spunti, rispetto a quello che fa in alcuni libri Pasolini, o Lobo Antunes, o Coetzee, per dire i primi che mi vengono in mente. Sono sempre state moltissime le narrazioni partite da un articolo di giornale. Ma non la vedo come un’ossessione, perlomeno non per me: è che a volte capita qualcosa che si presenta subito come un caso esemplare. Detto questo, fatta salva la fedeltà ai fatti e alla cronologia degli avvenimenti, il Demone non vuole essere una cronaca nuda della strage di Beslan, ma una sua trasfigurazione” spiega Tarabbia. Una trasfigurazione ben riuscita, se non fosse per quella fastidiosa redenzione finale, forse l’unica nota stonata nel libro di Tarabbia. Perché non tutti hanno il diritto di pentirsi, non tutti devono avere la possibilità di chiedere pietà.
E già, domani saranno trascorsi sette anni dall’ingresso in quella scuola dei 32 ribelli, fondamentalisti islamici e separatisti ceceni, che fecero razzia di vite. È un bollettino di guerra quello che ne viene fuori: 334 morti, 730 feriti e la frase di Anna Politkovkaja, stampata anche in copertina, sopra il viso sospeso di un bambino avvolto di nero con lo sguardo verde e ipnotico, che recita “Nessuno può essere restituito. Nessuno può essere dimenticato. Nessuno può essere accusato. Come continuare a vivere?”.

Oggi, sul Riformista

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