Irene Brin, un festeggiamento

“Età. Parlatene il meno possibile, non confessate la vostra, non chiedetela agli altri”. Ecco cosa raccomandava Irene Brin, la più snob e internazionale fra le scrittrici e le giornaliste italiane, alle sue lettrici. Chissà cosa penserebbe dell’imminente festeggiamento per il centenario dalla sua nascita, ma ancor di più chissà cosa direbbe del Dizionario del successo e dell’insuccesso, mediocre operazione editoriale della palermitana Sellerio che ha pescato un po’ da I segreti del successo e un po’ da Il Galateo, entrambi pubblicati da Colombo Editore rispettivamente nel 1953 e 1954, per creare una sgradevole accozzaglia di lezioni di vita e di stile che al tempo Brin firmò con lo pseudonimo di Contessa Clara. Forse risponderebbe con quella pungente ironia tanto cara a Luigi Barzini Jr. che la volle a La Settimana Incom, o forse non farebbe niente perché, lei che del sarcasmo e della superiorità era diventata maestra, sapeva bene rispettare l’etichetta, controllando in pubblico i sentimenti e mostrando sempre un’algida moderazione. Con grande probabilità, sarebbe tanto affranta dalla scoperta della sua vera data di nascita, nonostante i numerosi tentativi di depistaggio che la volevano classe 1914, 1915 e addirittura 1917, quanto orgogliosa di aver mantenuto intorno a sé quel mistero che già in vita aveva faticosamente difeso, perché anche se erano gli anni Cinquanta, e il controllo e l’ansia mediatica erano ben diversi da oggi, considerava la privacy come fondamentale.
Ma chi era veramente Irene Brin? In realtà, non era nessuno. “Io non mi chiamo né Irene, né Brin, anche se così figuro in contratti, elenchi telefonici, discorsi famigliari. Sono nomi inventati da Leo Longanesi. Io sono un’invenzione di Leo Longanesi” confessò, esattamente dopo aver utilizzato per vent’anni il fortunato pseudonimo, nell’articolo Un nome inventato pubblicato nel 1957 sul numero de Il Borghese dedicato alla scomparsa del caro amico Longanesi. Il nome vero era un alquanto banale Maria Vittoria Rossi, sostituito a neppure vent’anni da Marlene per firmare gli articoli sul quotidiano genovese Il lavoro, gli stessi che incuriosirono Longanesi e lo spinsero a invitarla a pubblicare su Omnibus intimandole di insegnare “lo snobismo agli italiani, i quali credono che consista nell’alzare il mignolo quando bevono”, e Oriane, proprio come la duchessa di Guermantes de Alla Ricerca del tempo perduto. Poi venne il tempo di Mariù, utilizzato sempre per scrivere su Il Lavoro, quindi la finta autobiografia della ballerina Bella Otero. Divenne poi Irene Brin e infine, nel 1950, si trasformò in Contessa, nello specifico nella Contessa Clara Ràdjanny von Skèwitch, nobildonna agée che, con numerosi figli e sfortune personali, dispensava brillanti consigli per tutte le età e le stagioni.
Già allora Irene Brin era un mistero, e non bisogna stupirsi se lo resta anche oggi. Neppure chi la conosceva bene, come Maria Bellonci che le dedicò un ritratto nel suo Pubblici Segreti (Mondadori) o Leonardo Sciascia, neppure Indro Montanelli potevano affermare di aver compreso la sua vera natura.
“C’è una Irene Brin bionda, diafana e trasparente come una guaina di cellofan e ce n’è un’altra bruna, compatta e notturna come un’ala di corvo. Ce n’è una classicheggiante, rotonda e compiuta come una quaglia; e ce n’è un’altra gotica, sottile e ritorta come un serpente. La Irene bionda parla, si veste e perfino pensa in maniera molto diversa dalla Irene bruna; la Irene rotonda si muove, si pettina e perfino scrive in maniera molto diversa da quella sottile” raccontava proprio Montanelli. Forse questa donna poliglotta e perennemente costretta dalle diete a una vita di sottrazione, affascinata dall’arte e dalla letteratura, che leggeva almeno un libro al giorno e seguiva le mode per anticiparle, era semplicemente una trasformista capace di modulare se stessa a seconda delle situazioni. Un camaleonte all’ennesima potenza in grado di adattarsi agli eventi e alle disgrazie della vita. La più snob fra gli snob nei salotti di Parigi come di New York, la più silenziosa e frugale in quei tempi di guerra che attraversò da protagonista: prima a Roma e poi in Jugoslavia con suo marito, il generale dell’esercito Gaspero del Corso, conosciuto durante un ballo della cavalleria al Gran Hotel di Roma nel febbraio del 1935, e mai più lasciato.
Irrequieta, sensibile quanto arrogante, drammatica e appassionata, Irene Brin è senza dubbio un modello femminile di determinazione e rigore in un momento, quello attuale, in cui i modelli scarseggiano. Prima di lei il giornalismo di costume non esisteva, all’interno delle redazioni dell’epoca veniva liquidato con la spiacevole perifrasi di cani schiacciati, e le donne spesso avevano un ruolo marginale e superficiale. Lei però fu capace di passare con disinvoltura dal giornalismo di moda, scrivendo per vent’anni per la prestigiosissima Harper’s Baazar, a quello culturale, inventando due seguitissime rubriche come Libri morti e I libri che ho letto. Appassionata d’arte, nel 1946, grazie all’eredità del padre generale, aprì con il marito una galleria in Via Sistina al 146. Si trattava della Galleria dell’Obelisco, che con rapidità si impose come centro nevralgico dell’arte capitolina promuovendo giovani artisti italiani del calibro di Burri e Afro, nonché maestri al tempo pressoché sconosciuti in Italia come Dalì, Magritte e Bacon. Era l’ennesima avventura in una vita costellata da scoperte e ambizioni tanto concentrate e numerose da rischiare di schiacciare Irene Brin nella sua profondità, restituendo ai posteri solo la vuota immagine di una malinconica apparenza. Forse è per questo che la chiave per capire chi lei fosse veramente è quella sotterranea e poco conosciuta racchiusa in Olga a Belgrado, un diario di guerra in cui Brin racconta la Jugoslavia dei primi anni Quaranta con una sensibilità e una precisione rara.
Nel maggio del 1941 era partita per raggiungere il marito, non doveva restare con lui che per pochi mesi, ma si trattenne tre anni. Ed esplorando Belgrado e Lubiana, incontrando città distrutte, località di vacanza abbandonate e campagne aride riuscì a scrivere il suo libro più bello che, pubblicato nel dicembre del 1943 da Vallecchi, come racconta la stessa Brin “fu sequestrato quasi dovunque perché il titolo e il contenuto sembravano troppo favorevoli ai partigiani jugoslavi”. A febbraio il romanzo sarà ripubblicato da Elliot. Sono passati quasi settant’anni, ma come Brin ricordava sovente “ciascuno non ha l’età che dimostra, ma l’età che cerca di dimostrare”. E la sua opera è ancora giovane, giovanissima.

Oggi, sul Riformista.

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