Libri, Lo Sbaglio, Toscana, Lucca

E tutto è bianco

La polemica. Che strano piacere tutto italiano. Dopo le parole di questi giorni, mi piacere ricordare quelle con cui Cesare Garboli raccontava, dieci anni fa, Lucca e la Garfagnana nel bimestrale “Italia turistica”. Da allora, niente è cambiato a Lucca. Lo stesso perbenismo, lo stesso provincialismo.

Come la Gallia di Cesare, così anche la Provincia di Lucca, quella terra disuguale, ricca d’acque e di boschi, che si estende costiera e montuosa a settentrione della Toscana, è divisa ‘in partes tres’; delle quali l’una, la Garfagnana, s’ inerpica ruvida e alpestre dalla valle del Serchio verso l’Appennino tosco-emiliano, memore forse dell’ antico dominio estense; l’altra, la piovosa Versilia di etimo così incerto e di geografia così discussa, scende dalle montagne di Stazzema e di Seravezza cadendo a perpendicolo o digradando dalle Apuane e dalle cave di marmo verso la sabbiosa marina di Pietrasanta; e la terza, Lucca, la segreta e impenetrabile Lucca, si adagia tra i boschi e le colline chiusa nelle sue mura medievali come una gentildonna laboriosa e lussuriosa, amante del lusso e dei piaceri, l’occhio che finge sempre di dormire.
Quante province italiane sono così multietniche? Usi e costumi diversi, immigrazioni impreviste, tenaci attaccamenti alle proprie radici hanno creato nei secoli condizioni sociali profondamente differenziate, perpetuando una varietà di mestieri poveri e tradizionali ma in certo modo anche pittoreschi.
Prima che tutti diventassero concessionari della Fiat o speculatori immobiliari, si andava dalle reti dei pescatori lungo il Tirreno alla vanga e al fucile da caccia dell’ entroterra, e dai calafati viareggini, dai contadini di Camaiore alle cave di marmo di Pietrasanta, ai commercianti lucchesi, agli emigranti in cerca di fortuna della Garfagnana. Per ragioni non meno etniche e climatiche che sociali, gli abitanti della provincia di Lucca formavano un tessuto dalle innumerevoli toppe di colore. Popolazioni che non si amavano, provenienti da storie e tradizioni che sembravano fatte apposta per non comunicare. E a volte si fa strada un sospetto che può sembrare paradossale: quante, e quali, nella varietà di questa provincia così multiforme, sono le popolazioni che possono dirsi veramente toscane, toscane purosangue? Non è una leggenda, ma un’ipotesi storica che i lucchesi siano il prodotto di una migrazione ligure. In cerca di terre un po’ meno sassose, una stirpe ligure si sarebbe spinta più a sud. La natura dei lucchesi sembra convalidare questa ipotesi. I lucchesi ignorano la favella toscana, la lingua sciolta, il ribobolo dei fiorentini. Come i genovesi, i lucchesi sanno tacere, sanno tenere i segreti, sono taccagni ma di parola. A differenza dei toscani, i quali mostrano subito il meglio di sé, il lucchese non si manifesta e lascia che il tempo lavori per lui. Il lucchese è religioso e introverso, quanto empii, blasfemi, puntuti e derisori sono i fiorentini e gli aretini, e lingue aggressive i pisani. È difficile penetrare il mistero storico di Lucca. La Toscana si è trionfalmente espressa, meravigliosamente spiegata in pittura e letteratura. È facile riconoscerla. Lucca rimane un segreto. La Storia è passata nei palazzi della nobiltà lucchese a piccoli passi silenziosi e appartati, soffocati da muraglie di parsimonia e di diffidenza. Quasi tutti i peccati dell’uomo, i vizi più neri, il denaro, l’avarizia, la frode, la lussuria, la gola, abitano il cuore dei lucchesi e vengono frequentati con un ambiguo sentimento di terrore e di avidità. A Lucca si vive e si conosce la corruzione con più profondità che in ogni altro luogo della terra. Appartiene al peccato tutto ciò che viene all’aria e alla luce, mentre è promessa di perdono e di grazia tutto ciò che viene custodito nel segreto dell’intimità casalinga, chiuso nella cassaforte dei risparmi e delle memorie. Più della morte, il lucchese teme gli scandali, le novità, i mutamenti. Così imprigiona le proprie contraddizioni: da una parte il benessere, gli agi, l’intraprendenza, dall’altra un’acuta percezione della vanità e della miseria del mondo. Città solitaria, estranea ai traffici economici e politici della penisola, Lucca ha intrattenuto costanti relazioni di affari coi paesi stranieri e protestanti del Nord, soprattutto le Fiandre. Era una gentildonna lucchese, una Cenami, quella signora fiamminga, moglie del mercante Arnolfini, che figura alla National Gallery eternata nella sua compiaciuta ‘grossesse’ da Jan van Eyck. Lucca è sempre stata ricca. Una città economa, industriosa, fiorente, come le ville e i giardini che la circondano. Ma s’incontra la povertà fatti pochi passi nell’ entroterra. Castagne e farro, ecco tutta la ricchezza della valle del Serchio, che ha visto crescere solo in questi ultimi anni un po’ di commercio e qualche industria, soprattutto le cartiere che sono oggi la risorsa più cospicua della regione. Terra di emigranti, la Garfagnana è stata nei secoli il selvaggio ricovero di briganti e ribelli, quelle bande indisciplinabili che turbavano i sonni di Ludovico Ariosto, governatore, nel terzo decennio del Cinquecento, di una boscaglia troppo ostica e impraticabile per un poeta. Ma la poesia, si sa, conosce le più strane incarnazioni. Alla fine dell’Ottocento, Giovanni Pascoli s’innamorò dei castagni della Val di Serchio molto più di quanto l’Ariosto non li avesse detestati. A Castelvecchio, nei dintorni di Barga, il Pascoli affittò e poi comprò la casa che oggi è traguardo di non pochi turisti e studiosi. Una casa che è un miracolo d’autenticità, forse la sola residenza di un poeta, in tutta Europa, che non abbia subito restauri e rifacimenti. Trasuda da quelle umide mura la selvatica capacità di vivere solo del necessario, la rusticità che è il carattere naturale dei garfagnini. La stessa rusticità traspare da quello specchio antropologico che è, nella Val di Serchio come dovunque, il cibo. Regnano nella cucina dei garfagnini la zuppa di farro, la pasta fatta in casa, i ravioli di ricotta, la polenta di granturco o di farina dolce di castagne, con funghi o coniglio in umido, e con lardo e ossi di maiale. Regnano il castagnaccio, i befanini, e la famosa ‘pasi- mata’, il dolce pasquale all’anice che i barghigiani chiamano ‘schiaccia’, anche se la sua forma (la forma non il sapore) ricorda quella di un piccolo panettone. Anche la pasticceria di Lucca può sembrare povera, ma è una falsa impressione. Il tipico dolce lucchese, il buccellato, una focaccia di farina e zucchero lavorata con lievito di birra, farcita di anice o uvetta, è un dolce volutamente avaro di liquori, austero e grigio, quasi insapore.
Ci si immagini una ventata imprevedibile, un colpo d’aria che spazza e pulisce il paesaggio. È la spiaggia della Versilia, il mare a perdita d’occhio che appare a Occidente, non appena lasciata la morbida conca di Lucca. Una luce bianca, un mare e un cielo soffusi di vapori lattiginosi. ‘E tutto è bianco’, dice un verso dell’Alcyone di Gabriele D’Annunzio.

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