Tutto, niente

In Italia si chiama Amore

Era il 1963 quando Virgilio Sabel tornò al cinema con “In Italia si chiama amore” inchiesta ricostruita (le storie erano vere, a metterle in scena c’erano attori che si muovevano sulle sceneggiature di Sabel e di Franciosa, Festa Campanile e Magni) sull’amore e il sesso nell’Italia di allora. C’era l’uomo arzillo con giovinetta (quello che adesso apostroferemmo come: vecchietto con badante), il ragazzino che sposa la donna attempata (ecco spiegato come la moda del toyboy non è affatto affar contemporaneo), l’uomo che corteggia e corteggia ma non riesce a conquistare la sua amata (e qui ci sarebbero fiumi di parole da spendere).

Ormai sono passati 48 anni, ma adesso il titolo del film di Sabel torna a passare di bocca in bocca come se fosse appena uscito. Il merito è di Melissa P. – autrice che si rivelò all’Italia, sconvolgendola nel suo inutile perbenismo di esclusiva facciata, con “100 colpi di spazzola prima di andare a dormire”. Melissa P. che ha appena pubblicato per Bompiani un’inchiesta dallo stesso titolo del film di Sabel che è un viaggio sotto le coperte, ma forse ancor di più nella routine e nelle aspirazioni sessuali e sentimentali, dell’Italia di oggi.
Leggendo in contro luce gli interventi dell’autrice, che in parte sono già stati pubblicati sul magazine Sette, ci si rende conto come gli anni siano passati, ma (quasi) niente sia cambiato nelle nostre abitudini.
Forse si è persa un po’ di ipocrisia, anche se secondo Melissa P. “un tempo, almeno, l’ipocrisia aveva una veste adeguata. Oggi invece è un’ipocrisia scollacciata, travestita da libertà”, ma il modo di amarsi e di desiderarsi, il modo di declinare il sentimento e la passione, sembra sempre lo stesso di allora: con grande probabilità è aumentata la consapevolezza dei ragazzi di quello che “le donne vogliono da loro” – è il caso di Matteo, Giovanni e Manfredi -, forse cinquant’anni fa le ragazzine non si vendevano nei bagni delle scuole per un cellulare (anche se la teoria di un giovane intervistato è alquanto interessante: “Farsi pagare è una scusa per fare sesso la prima volta, perché hanno paura e non vogliono essere considerate delle troie che hanno voglia di scopare”), forse le lucciole non sono più nel cuore di Genova a causa di un sindaco bacchettone, eppure continuano a vendere i loro corpi se niente fosse accaduto.
Ecco, la realtà che racconta Melissa P. è proprio questa: quella che tutti vediamo, e allo stesso tempo quella che cerchiamo di non vedere. Perché è più facile. Perché è più semplice. Perché per alcuni è più semplice negare che “se ai ragazzi venisse detto che il sesso non è peccato, forse ci sarebbero meno baby-cubiste, meno filmini porno inviati col cellulare, meno ansia da prestazione”.
Leggendo, nonostante i richiami continui all’opera di Sabel più o meno volontari, come il giovane che si accompagna con la signora di una certa età (Il Biondo e il Moro, ventenni trevigiani che vendono il corpo alle signore bene della città), non potevo fare a meno di pensare al reportage che l’autrice ha fatto da Bari. E così, anche mentre leggevo della sensuale Catania e l’addormentata Roma, il mio pensiero era lì. A Bari e alle sue donne. O meglio, a due delle sue donne più famose negli ultimi tempi, Patrizia D’Addario e Terry di Nicolò, e a un maschio preso “a campione”.

È il 2010 quando Melissa P. va a Bari per incontrare la D’Addario, “l’unica ad aver dichiarato di fare la escort, mentre tutte le altre si definiscono semplicemente ragazze immagine”, e quando chiacchiera sul lungomare con Terry De Nicolò che lamenta come “ti trattano come carne da macello, non hanno rispetto. Se invece sei un uomo, semplicemente non vieni considerato, sei un lacchè”. È il 2010 quando conosce Matteo che le spiega come va il mondo a Bari: “Intanto rimorchiare è difficilissimo. Ci sono le conserve, quelle che non te la mollano mai, quelle che devi mandare dieci rose rosse al giorno per avere un bacio. O che minacciano separazioni truculente se non rispondi a un SMS dopo dieci minuti. Poi ci sono le libertine che, vabbè, sono poche”. Il ragionamento di Matteo, trentenne barese, la dice lunga sull’idea che lui – e presumibilmente molti suoi amici, nonché una grande fetta degli uomini baresi più in generale – pensano del mondo delle donne: ci sono quelle che se la tirano e che non cedono se non dopo un lungo ed estenuante corteggiamento, e quelle che non ci pensano più di tanto e finiscono in un letto senza troppi complimenti. Nessuna sfumatura. Nessun’ombra. O sei A o sei B. Il sesso o è bianco o è nero. Dell’amore, o di qualsiasi altra cosa, nemmeno a parlarne.
Ed è questo quello che più mi ha colpito. Non il fatto che “l’Italia non è un paese per donne. Chi è vecchia viene ignorata e tenuta distante da qualsiasi dibattito o confronto, soprattutto se di natura sessuale” e poco importa se per tabù o “peggio, per disgusto”. No. Ma l’idea che oggi più che mai è inevitabile per parlare del sesso e delle sue evoluzioni parlare di donne. E che queste donne sembrano ancora essere solo Donne Madonne e Donne Puttane. Sembrano non essere ancora riuscite a essere “Donne e soltanto Donne”.

Da: http://cortocircuiti-bari.blogautore.repubblica.it/

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