L’Italia? Il Paese dei (giornalisti) buoni e cattivi

 

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Federica Sgaggio, giornalista e blogger, non ha dubbi: del passato non rimpiange nessuna firma, e del presente pensa che “i giornalisti siano liberi, e che accettino di diventare servi”. Il problema, insomma, non è “essere buoni o cattivi giornalisti, ma essere giornalisti oppure no”. E proprio partendo da questo presupposto, Sgaggio traccia nel suo “Il Paese dei buoni e dei cattivi” (minimum fax, pp. 301) un acuto, anche se non sempre condivisibile, bilancio del giornalismo italiano e dei suoi protagonisti.

Sono tante le trappole da cui mette in guardia. Le parole di troppo della cronaca nera, la retorica della meritocrazia e quella dell’antimeridionalismo. Sono tutte rischiose e dannose, nascondono sempre inganni diversi. Qual è la più pericolosa per il lettore?

Sono vent’anni che lavoro nei giornali, e ho assistito al cambio di significato di molte parole, di molti costrutti. Li ho visti virare in direzioni imprevedibili e sintetiche come i profumi di cattiva qualità. Direi che l’area retorica più rischiosa è quella della meritocrazia, perché mina alla base il senso stesso dell’uguaglianza, che secondo la mia visione è alla base della democrazia. Ovviamente l’uguaglianza non è la negazione delle differenze e del molteplice, ma il contrario di disuguaglianza, di discriminazione, di esclusione.

A più riprese, lei denuncia una “confusione di generi-ruoli-funzioni-significati-simboli”. Cita come emblematico il caso di Roberto Saviano, in grado di utilizzare “i codici comunicativi” e di sfruttare “legittimamente le potenzialità della brandizzazione del suo nome”. Quali rischi comporta questa mescolanza?

Quando diventi un marchio ti assoggetti alla semplificazione binaria della dicotomia buoni-cattivi; diventare un brand ti annette alla logica dello show business – o anche viceversa: che per entrare nello show business necessario diventare un brand. Il rischio di queste operazioni, oltre che la perdita del sapore della complessità, è che ci si affidi collettivamente a testimonial ai quali diamo il compito di farci da guida in supplenza alla politica. Purtroppo, le battaglie che si fanno dietro le insegne di un testimonial non nascono dalla politica e non producono percorsi politici, ma solo momenti dichiarativi della propria, supposta, identità, quella che denunciamo coi bannerini di Facebook o con le firme in calce alle petizioni e agli appelli. Che sono quanto di più lontano esista, secondo me, dal reale confronto con i problemi.

Come tutti i Paesi, anche l’Italia è sempre stata il paese dei buoni giornalisti e dei cattivi.  Che firme del passato e per quale motivo metterebbe dalla parte dei buoni? Quale dei cattivi?

Certamente la realtà è infinitamente più complessa di un recinto in cui trovano posto da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, ma consapevole della banalizzazione, dell’iconoclastia e della decontestualizzazione storica di quello che sto per dire, tra i giornalisti «cattivi» metto chi, su “Civiltà fascista”, scriveva nel 1936 che “non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può. Non si deve […] Del resto, non occorre un intuito psicologico freudiano per avvedersi che un indigeno ama il bianco solo in quanto lo teme o in quanto lo tiene infinitamente superiore a sé […]. Il bianco comandi”. Si chiamava Indro Montanelli.

Proprio a proposito di Montanelli, nel suo Giornalisti grandi firme, Eugenio Marcucci racconta dell’età del mito, mettendo bene in evidenza come la morte di Montanelli abbia chiuso una fase del giornalismo italiano.  

Tendo a ritenere che i processi che modificano i fenomeni avvengano in tempi lunghi, e che gli effetti che percepiamo come «puntiformi» siano al contrario il risultato di una complessa serie di concause. È chiaro che al momento sembrano mancare i buoni maestri, ma non saprei dire se essi siano da ricercare fra gli eredi di Montanelli, o fra la prodigiosamente crescente schiera di coloro che da Montanelli millantano la discendenza.

 

Oggi, sul Riformista

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