L’importanza delle parole

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Raccontare la Shoah. Trovare le parole per farlo. È questo eterno, doloroso dilemma, quello della lingua e del ricordo, a tormentare il poeta Paul Celan. Ma è un problema che, identico, si ripresenta per tutti i sopravvissuti all’Olocausto. Per i loro figli e per i loro nipoti.

Lo sa bene Helena Janeczek, nata in Germania da genitori ebrei di origine polacca e residente in Italia da ormai trent’anni. Janeczek, figlia di due sopravvissuti, ha scritto più volte della Shoah. E lo ha fatto anche nel suo ultimo, toccante libro sul rapporto con la madre. In Lezioni di Tenebra (Guanda, pp. 200), che sarà presentato oggi all’Istituto di Cultura Italiano a Parigi, l’autrice ha svelato con struggimento uno dei periodi più tragici e umilianti per il genere umano ed è stata in grado di mostrare, come diceva La Rochefoucauld, per quale motivo solo “due cose non si possono guardare in faccia: il sole e la morte”.

Paul Celan scrive dell’Olocausto senza mai pronunciarlo, senza mai citare la Shoah. Perché sceglie di raccontare gli orrori dello sterminio esclusivamente con allusioni?

Celan è un sopravvissuto. È naturale che si riferisca in modo elusivo, così elusivo, a quello che ha sofferto. Molte persone che hanno dovuto affrontare questa immensa catastrofe personale tendono a parlarne nello stesso modo. Si tratta, ovviamente, di una questione psicologica. Di una difesa. Un meccanismo di protezione che nasce da una domanda interiore ripetitiva: Come posso definire con me stesso questo orrore? Oppure, come posso anche solo ammetterlo?

Eppure lui non ha fatto che pensare al passato per tutta la vita.

Questa è la cosa paradossale. Pur essendo un poeta molto difficile e raffinato, Celan non si è interrogato su altro che su quali parole utilizzare per “quella cosa”. Non è comunque l’unico artista a cui è successo. Hans Keilson – che nella vita avrebbe fatto lo psicanalista occupandosi soprattutto di adolescenti e bambini traumatizzati – con La Morte dell’avversario, un libro scritto nell’immediato dopoguerra in Olanda, rielabora anche su base autobiografica il clima che si andava creando in Germania con l’ascesa di Hitler. Keilson non nomina mai Hitler, né chiama gli ebrei ebrei. Eppure riesce a descrivere perfettamente quello che stava succedendo: la dinamica dell’odio collettivo e l’amore fanatico che è il suo aspetto opposto. Anche in questo caso, non c’è stato bisogno delle parole che tutti conosciamo per indicare le cose.

Eppure le parole servono per non dimenticare. E nella Shoah hanno un ruolo ancora più importante: sono pietre della memoria.

Per molto tempo lo sterminio è stato un evento senza nome. Non si chiamava né Olocausto né Shoah. Forse l’unico nome che poteva circolare è quello, in yiddish, di hurban, che vuol dire distruzione. Celan, però, questo avrebbe dovuto usare ancora qualcosa di diverso. Avrebbe potuto parlare della sistematica distruzione, dell’irrefrenabile genocidio degli ebrei. E lì è chiara la forza dell’ambivalenza di chiamare con il loro nome miserabile le cose.

Perché?

Usare Shoah, ma anche Olocausto, è un modo che ci spinge in modo parziale a nascondere l’oggetto. Ce lo rende identificabile, ma allo stesso tempo lo vela. Io stessa preferisco parlare di sterminio o di genocidio, proprio per togliere questa maschera. Per non dimenticare quei morti lasciati per strada.

Il filosofo George Santayana ammoniva che “quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo”. Ed è anche per questo che ogni anno il 27 gennaio, la giornata della Memoria, esorta a non dimenticare.

Questa giornata non è tanto importante per chi è coinvolto in prima persona, o comunque in modo più o meno diretto con l’esperienza della Shoah. Il 27 gennaio non è una sorta di giorno dei morti per gli ebrei. È una cosa che serve per gli altri. È una data istituita a scopo pedagogico, didattico, politico perché la conoscenza del passato non venga persa, ma sia educativa e sensibilizzante. Ogni anno, vengono organizzate moltissime manifestazioni, ma credo le più importanti siano quelle che coinvolgono le scuole. Negli ultimi decenni, l’Olocausto è entrato nei vocabolari, nei film e nei libri. È entrato nell’immaginario collettivo. Ma perché non si dimentichi che quella cosa è veramente accaduta, perché non si dimentichi che sono morte migliaia di persone e il dolore e la sofferenza, è molto importante far capire ai ragazzi che esistono persone che hanno un contatto diretto con quella cosa. Persone che hanno sofferto, e che soffrono ancora oggi per la Shoah.

Oggi, sul Riformista

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