Da Topolino a Tangentopoli

 

 

Il 2012 è un anno, ancora, di esordi. A differenza del 2011, però, al centro dell’attenzione non ci sono giovani autrici, ma scrittori over quaranta. È questo il caso di Pierpaolo Vettori, fabbro torinese classe 1967, che ha firmato l’intenso “Le sorelle Soffici” (Elliot), Pino Imperatore che con “Benvenuti in casa Esposito” (Giunti) racconta di Camorra riuscendo a strappare più di qualche sorriso, e di Giuseppe Piazza che ne “I quattro canti di Palermo” (Bompiani) svela la sua Palermo, sensuale e selvatica. È il caso, soprattutto, di Fausto Vitaliano, cinquantenne catanzarese che di mestiere scrive sceneggiature per fumetti e che arriva oggi in libreria con “Era solo una promessa” (Laurana, pp.434).

Parafrasando la tua carriera si potrebbe dire da Topolino a Tangentopoli. Come mai uno sceneggiatore di fumetti decide di scrivere un romanzo? E perché, soprattutto, decide di partire da Tangentopoli?

Mi piace inventare storie. Cambiano le modalità, ma l’attenzione necessaria affinché un racconto a fumetti funzioni è più o meno la stessa che occorre prestare in un romanzo. Tangentopoli, o, per meglio dire, Mani Pulite, rappresenta per quelli della mia età una specie di Età dell’Oro. Quanto meno, quella che la Storia ci ha voluto riservare. Io ricordo il ’92 come mio fratello ricorda il ’68. Quel breve periodo, compreso tra l’arresto di Mario Chiesa e l’ormai leggendaria “discesa in campo”, rappresenta un prima e un dopo. Per usare le parole del protagonista del mio romanzo, è un “Daquando”. Fu il momento che sembrava poter cambiare la prospettiva, l’orizzonte degli eventi. Una splendida promessa, destinata a rimanere tale.

Mi vengono in mente le parole di Alex in merito alla trasparenza. Trasparenza è “vedere dall’altra parte del vetro, rimanendo ben protetti da questa parte”. Gli anni di Alex, come la sua vita, sono sempre una scommessa a ribasso. Come sono a ribasso gli anni che sta vivendo il suo Paese, che d’improvviso si riscopre poco ingenuo e molto corrotto.

Ogni rivoluzione mancata, piccola o grande che sia, lascia nel cuore delle persone un senso di sconfitta e disillusione. Ti fa pensare che l’inverno non finirà mai. Nel mio romanzo faccio un fuggevole accenno a un concetto della fisica classica, il cosiddetto “Principio di inerzia”, secondo il quale tutto, nell’Universo, tende a rimanere ciò che è sempre stato, comprese le persone, le città, i Paesi e i tempi. L’inerzia perdura finché non intervenga una forza esterna, una spallata, a modificare la traiettoria e a convincerci che la nostra vita può essere migliore di quanto sia stata. Che anche noi possiamo migliorare. Queste spallate arrivano sempre, è un fatto ciclico. È arrivata per Alex, arrivò anche per Milano e, più in generale, per il Paese. È probabile che esistano due tipi di spallata: quella che ti devìa da un percorso segnato, e quella che ti “rimette in carreggiata”.

Dalla spallata di Mani Pulite sono passati vent’anni. Come è cambiata  secondo te l’Italia in questi anni?

È un Paese invecchiato. Gli ultimi vent’anni pesano come fossero centoventi. Abbiamo cominciato a lamentarci e rivendicare, anziché agire. Abbiamo scelto di scaricare le responsabilità, trovare qualcuno che risolvesse i nostri problemi o un colpevole per i nostri fallimenti. E, al contempo, emendarci da qualsiasi colpa. La caratteristica che invece mi pare rimasta identica è la nostra ferocia. Non è vero che gli italiani siano brava gente. Sappiamo, al contrario, essere spietati.

Sembra sempre una questione di prospettive. Se “ciò che il tempo effettivamente cambia non è l’aspetto delle cose o delle persone, ma la tua percezione di esse”. E allora come credi sia cambiata la percezione degli Italiani del nostro Paese?

Temo che nelle teste di tutti stia passando un’idea rassegnata e rischiosa, ossia che non potremo mai essere migliori di quanto siamo e siamo sempre stati. Che questo è e rimane un Paese corrotto e un po’ vigliacco, senza possibilità di riscatto, destinato a rimanere appena al di sopra della propria linea di galleggiamento. Io sono convinto del contrario. Lasciando perdere la retorica dei poeti, santi e navigatori, credo che uno dei problemi degli italiani è voler trascurare la propria forza, la capacità che abbiamo di uscire dalla palude. È come se noi stessi avessimo paura del talento di cui disponiamo.

Su Il Riformista

 

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