La ragazza dal cappello rosso

Oggi, parlando con Mario Marino del Fondo Verri, mi è tornata in mente Chiara Ruggeri e le belle parole che Mario Desiati le dedicò su Nuovi Argomenti nel 2004. Sarà che stasera Lecce è bellissima, bianca come il latte, con i suoi balconi in ferro battuto e le sue luci crepuscolari, ma mi va di rileggere queste parole e pensare a Claudia, che un giorno aprì la finestra e provò a volare.

Una lettera, prima dell’estate, accompagnava la foto della ragazza dal cappello rosso. Quella lettera mi chiedeva di prendere atto della “visione fisica”, di guardare attraverso la pellicola del tempo e della carta quel volto e quegli occhi. Era la tenera risposta della madre di Claudia Ruggeri ad una mia richiesta di informazioni, testimonianze e materiale.
Ma adesso torna indietro.
Era sabato pomeriggio di otto anni fa quando una donna giovane molto bella si era confessata nella piccola chiesa di San Lazzaro di Alessano. Quella donna giovane molto bella aveva percorso i suoi ultimi anni di vita con il carico di una promessa e di un sogno. Era l’età in cui si pensa che la poesia possa cambiarti in meglio la vita. Ma la poesia e la letteratura fanno male al corpo e all’anima.
Era dotata di una propensione unica, aveva inventato una nuova lingua letteraria come pochi sono riusciti nella sua generazione. Quella lingua era fatta di arrovellamenti lessicali, parole trobadoriche, riferimenti colti e popolari, tradizione italiana, orfismo, un simbolismo esasperato e teatralità. Proprio quella teatralità che ha sempre spinto Claudia Ruggeri a scelte estreme nella composizione della sua scrittura e della sua poetica, quella teatralità che sprigionava nelle sue letture pubbliche. Era teatrale sino alla sua stessa esistenza.
Quel sabato pomerigio dell’ottobre 1996 Claudia Ruggeri mise in pratica la profezia di una delle sue poesie più belle e tragiche: ” del traghettatore: e volli/ il”folle volo” cieca sicura tuta/ volli la fine delle streghe volli/ il chiarore di chi ha gettato gli arnesi/ di memoria di chi sfilò il suo manto/ poggiò per sempre il libro (…); tornò nella sua casa leccese, ripose i suoi abiti sulla sedia nello stesso ordine che alludeva la sua poesia e si lanciò nel vuoto.
In otto anni sono cambiate tante cose, la stessa Claudia, nata a lecce il 30 agosto 1967, oggi avrebbe 37 anni e sarebbe ancora considerata una giovane autrice. probabilmente qualche curatore l’avrebbe inclusa nella sua personale, storicizzante, antologia; probabilmente Francesco Leonetti e Nanni Ballestrini l’avrebbero invitata per dare un po’ di colore a Ricercare, probabilmente Goffredo Fofi l’avrebbe chiamata per parlare della nuova ondata dei talenti pugliesi, Repetti e Cesari l’avrebbero chiamata per fare ” Ragazze che dovresti conoscere”. Probabilmente un sacco di cose. Oggi questa patina di dimenticanza l’ha avvolta dentro la biblioteca dell’Università di Lecce nelle pagine di una rivista piccola e meritoria chiamata L’Incantiere che realizzò un numero speciale due mesi dopo la sua prematura scomparsa.
In quel numero ci sono poesie sufficienti per trarne un libro. Sarebbe il più folgorante libro di poesia italiana della nuova generazione, un terremoto se si pensa alle poesie aeree, mummificate  della new wave poetica di questi tempi.
Claudia Ruggeri aveva una lingua tutta sua, una forza espressiva tutta sua e soprattutto un’idea della poesia tutta sua. Nuova, sciolta dagli schemi più triti, aveva scritto un’opera battezzata Inferno Minore in colta contrapposizione all’ Inferno Maggiore di Dante Alighieri e forse anche al suo inferno interiore.
Dante era certamente il suo principale riferimento letterario, un modello irraggiungibile di erudizione e arte. Perfettamente in questo senso, per esempio, vanno alcuni versi della poesia Lamento della sposa barocca (ocpatus), una delle liriche più riuscite della prima raccolta. Quando dice: ” (..) amore/ tavrei dato la sorte di sorreggere/ perché alla scadenza delle venti/ due danze avrei adorato/ trenta/ tre fuochi, perché esiste una Veste di/ Pace se su questi soffitti si segna/ il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta…Si tratta dell’apparizione della Madonna in Paradiso, come dice la Ruggeri stessa in nota, Dante a quel punto nota l’arcangelo Gabriele che vola attorno alla Madonna cantando.
Scrive a proposito MIchelangelo Zizzi; ” Era dotata di grande cultura, la sua lingua poetica rifletteva l’impasto provenzale con quello italiano dando risultati imprevedibili.. Aveva una carica espressiva enorme, quasi un dono della divinazione e del magismo che si trasferiva nel mito. Il mito era vissuto da lei come ricordo, come forza irrompente della vita, come epifania del sacro, ed ecco chiavi di volta nelle sue liriche figure come il Mago, il Matto ecc. Credo che una riscoperta sia necessaria per diversi aspetti, in primis, la difficile reperibilità in Italia di una simile scrittura, talmente complessa ed originale che corre il rischio della marginalizzazione.”
C. R. era un’eccezionale lettrice capace di performance fuori dal comune la sua poesia colta e passionale si riversava spesso in reading memorabili di cui oggi resta qualche rara registrazione.
L’esordio pubblico di Claudia Ruggeri, con un cappello rosso e un vestito largo e nero, fu durante un reading alla festa dell’Unità di Lecce del 1985 davanti a un basito Dario Bellezza, uno degli intellettuali più vicini a Claudia Ruggeri.
Lui ne amava il tratto e soprattutto la vitalità della sua espressione poetica. Ma il 1996 è stato un anno tragico anche per Dario Bellezza stroncato dall’Aids pochi mesi prima che morisse C.R.
La vita di C.R. negli ultimi anni era molto diversa. Appariva isolata, alcuni anni dopo la morte di Antonio Verri e la fine di tutta una stagione di fermento, sembrava che tutto bruciasse attorno a lei: erano morti Verri, il suo caro amico regista Marcello Primiceri, Dario Bellezza e Franco Fortini. Proprio grazie a Verri Claudia Ruggeri aveva incontrato Franco Fortini, il poeta più importante che riconobbe il valore di Claudia. LO stesso Fortini non capì però l’aspetto umano di quella poesia. Rimproverò l’uso indisciplinato del suo talento. E oltre ai giudizi lusinghieri uni alcune critiche. Innanzitutto fare piazza pulita dei suoi modelli. troppo presenti, quasi ingombranti. Ma i modelli di Claudia erano tanti, Non erano troppi, entravano nelle poesie,, in maniera devastante, con forza lavica. Le parole, le figure retoriche e gli stessi capoversi erano il simbolo di una concentrazione semantica e sintattica che non trova precedenti.
Scrive Antonio Errico dei modelli invasivi di Claudia Ruggeri: “Sapeva che dire è ri-dire, che scrivere è riscrivere, parlare è citare. (…) pensava alla letteratura come a un vorticare di echi, forse anche persino come atto d’amore di un intenzionale plagio. Si rischia un po’ quel luogo comune che tende a volte considerare la citazione un modus amandi nei confronti di un autore. Ma per Claudia si trattava anche di un modus operandi”. E la stessa Claudia Ruggeri in una sua poesia confermava quanto detto da Antonio Errico: “..o poeta che ti copio come capita/ora che il mio racconto è andato a male come credo che succeda a un certo punto che / sfugga la pagina esatta il rigo la parola giusta da riscrivere in cima al verso o da rimare/ con quello appresso; per imparare a scrivere a macchina una buona volta con due / dita e spaginare dannunzio tragico per rubargli il rigo esatto la parola così / per massacrarla con le dita una buona volta imparare.”
Franco Fortini la invitò bonariamente a controllare i suoi slanci letterari, la sua foga, parlando intermini di  “impunità” della parola. Le parole di Fortini non furono molto incoraggianti, e Claudia Ruggeri, scrivendo in una certa maniera, non poteva rivolgersi a poeta più sbagliato. Lo stesso Fortini nel 1980 in Einaudi bocciava tutti quei libri di poesia che non contenevano all’interno la parola operaio. Fortini chiuse una sua lettera del 10 marzo 1990 così “lei è una ‘testa forte’ e saprà valutare questa lettera quanto merita, cioè pochissimo; la mia vanità, lusingata dal suo ricordo, ne potrà soffrire. Ma proprio di questo lei ha bisogno: di rovesciare quanti modelli porta in se e fare piazza pulita. Io, per fortuna sua, modello non posso e ne voglio essere ma invece, con molta stima e simpatia, il suo Franco Fortini”. Effettivamente Claudia faceva un po’ paura, troppo sregolata e barocca per il contegno dell’anziano poeta fiorentino. Eppure in Claudia Ruggeri erano serbati sentimenti amari e genuinamente dolorosi verso l’Italia e la società di quegli anni. Una propensione certamente cara a fortini. C’era uno sguardo lucido e con poco incanto di fronte alla realtà. In una bellissima lettera scritta a un suo amico milanese(probabilmente il poeta Bruno Brancher) dopo un incipit struggente e delizioso sulla distanza tra Lecce e Milano, si rammarica scherzosamente che l’Italia sia stata unita: “da allora questa disgraziata, mia amata, riunita Italia s’allunga e adagio poco sfiata, e s’allunga sempre più e comincia proprio da Lecce questa catastrofe delle distanze (e di Craxi e di De Mita)…”
Claudia Ruggeri è un sentiero interrotto della poesia di questi anni. Penso a Remo Pagnanelli, Giuseppe PIccoli, Stefano Coppola, Ferruccio Benzoni, tutti sentieri interrotti. Claudia Ruggeri è uno di quei percorsi del malessere (diceva di essere malata di tiroide in una lettera a Fortini e che i suoi malesseri nervosi provenissero da lì), uno di quei talenti che non ha avuto il tempo e l’esperienza per cristallizzarsi. Ma rimane un esempio unico di poesia, una poesia “ingioiellata” come diceva Fortini, ma inedita. Una poesia colma di citazioni e rimandi, ” aulika” fatta di amorevole saccheggio, poesia fatta di lava, sangue e dolore. La poesia di Claudia sorprende il lettore, lo meraviglia, per l’uso spregiudicato del dialetto, dei modi di dire, delle citazioni colte, delle frase fatte, delle parole inventate, degli arcaismi e delle parole straniere. Stupisce ancora di più se si immagina l’origine e l’indirizzo delle sue poesie, stupisce tutti, Claudia, poetessa della meraviglia.

 
Mario Desiati
“Nuovi argomenti”
numero 28 quinta serie ottobre/dicembre 2004
Mondadori
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2 thoughts on “La ragazza dal cappello rosso

  1. Grazie Flavia per aver pensato a Claudia Ruggeri durante il tuo viaggio a Lecce e avercela fatta conoscere meglio attraverso l’intenso scritto di Desiati. Tre bei pugliesi siete. Ti abbraccio.

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