Tutto, niente

La festa e la libertà delle donne

Le mimose. Le cene con le amiche. Gli spogliarelli di aitanti giovanotti in squallidi locali di provincia. È diventata questa la festa delle donne 101 anni dopo la sua istituzione. Non c’è più niente dell’origine tumultuosa che rivendicava il diritto femminile al voto, né di quell’8 marzo di quarant’anni fa, quando a Campo de’ Fiori con slogan allora ritenuti scandalosi come Matrimonio=prostituzione legalizzata o Legalizzazione dell’aborto le manifestanti venivano disperse a suon di manganellate. Sembrano passati secoli, eppure la condizione della donna – come ciclicamente ci ricordano le iniziative che animano le piazze e arrivano dentro le case, ma anche inchieste e saggi – sembra essere ancora imprigionata dentro un limbo. Preziose testimonianze diventano allora l’interessante Bambole Viventi (Ghena, pp. 345) dell’inglese Natasha Walter, che mette in guardia dal ritorno dal sessimo, e Nina e i diritti delle donne (Sinnos, pp.80) di Cecilia D’Elia, che racconta l’evoluzione dei diritti femminili nel nostro Paese. C’è poi Valeria Ottonelli, docente di Filosofia Politica ed Etica Pubblica all’Università di Genova, che ne La libertà delle donne (Il Melangolo, pp.120) traccia invece un quadro preciso e abominevole del corpo, e del futuro, delle donne che “in Italia, più che in altri paesi occidentali, sono sottoposte al fardello quotidiano del lavoro domestico, anche quando hanno un lavoro retribuito fuori dalle mura di casa”. Tutto il resto sono dati: le donne trovano più difficilmente impiego (le under 30 sono disoccupate nel 50% dei casi, contro il 30% dei maschi), guadagnano meno (in media il 20%) e fanno meno carriera.

L’Italia è un Paese maschilista?

Sì, non c’è dubbio, come credo tutti i paesi del mondo. A volte in modi persino macchiettistici.

In che senso?

Penso a cose di vita quotidiana; basta entrare in un negozio di ferramenta per capirlo. Ma penso anche a cose meno da barzelletta, come il fatto che questo è un paese in cui non solo le donne hanno più difficoltà di accesso al lavoro, ma quando perdono il lavoro la cosa è percepita come meno grave di quando capita agli uomini. Oppure all’allarme lanciato qualche tempo fa dalla federazione degli ordini di categoria dei medici, preoccupati del fatto che ci siano sempre più donne medico; alcuni quotidiani avevano riportato la notizia dicendo che alla lunga gli ospedali saranno “al contrario” (sic), con infermieri uomini e medici donne. Continuiamo a convivere con forme di maschilismo di questo tipo, quasi surreali.

E che cosa ha rappresentato il femminismo per l’Italia?

Ha rappresentato un formidabile momento di liberazione e di crescita culturale e sociale. Il pensiero femminista italiano, inoltre, è fra i fenomeni culturali più importanti espressi dal nostro paese negli ultimi decenni, come è riconosciuto anche e soprattutto all’estero.

Ha ancora senso parlare di femminismo oggi?

Ovviamente sì, tanto più che viviamo ancora in una società profondamente maschilista.

Nel tuo libro metti in guardia dal femminismo moralista. Che cosa è?

È una reazione sbagliata di fronte ai problemi strutturali che rendono la vita delle donne più insicura, più faticosa e più avvilente di quello che potrebbe e dovrebbe essere. La reazione sbagliata consiste nel pensare che la condizione di svantaggio delle donne possa essere superata attraverso il richiamo a modelli virtuosi per donne e uomini, o un appello alle loro coscienze. Si tratta di una trappola pericolosa che non fa bene alla causa delle donne.

Perché?

Oltre ovviamente a rimuovere l’attenzione dai problemi strutturali e materiali che dovrebbero preoccuparci, riposa necessariamente su modelli etici, che non sono universalmente condivisibili e quindi creano spaccature e divisioni, essendo fatti apposta per dividere fra “buone” e “cattive”. Inoltre, consegna le donne all’idea che la loro libertà e la loro felicità dipendano da quello che di loro pensano gli uomini. Rinsalda un’idea di dipendenza sentimentale, psicologica e materiale di cui le donne dovrebbero liberarsi.

Le donne italiane vivono davvero “una condizione di marginalità e debolezza culturale”?

Sì, le donne in Italia come in altre parti del mondo fanno ancora fatica ad accreditarsi come autorevoli. Ma la situazione sta cambiando, come dimostra il fatto che in un momento difficile come questo l’economia, il mondo del lavoro e quello dell’industria facciano riferimento a tre donne come Camusso, Fornero e Marcegaglia. 

Il corpo delle donne, come sollevato da Lorella Zanardo, è un problema serio. Ma è più rischiosa la posizione ancillare e subordinata spesso riservata alla donna, o la tecnica Santoro, ovvero mettere donne in posizioni di rilievo dove si dimostrano completamente inadeguate?

Si tratta di due modi per rappresentare pubblicamente l’inferiorità femminile. La tecnica Santoro è un po’ più perversa perché si presta a essere interpretata come una “prova” lampante del fatto che le donne non sono abbastanza competenti.

Quanto dannoso è per la donna il modo in cui viene rappresentata in televisione?

Vorrei ricordare innanzitutto che la televisione italiana per fortuna è fatta di cattive rappresentazioni solo in parte, e che vive anche del lavoro e della professionalità di molte giornaliste, presentatrici e autrici autorevoli, splendidamente capaci e riconosciute come tali. Il danno delle cattive rappresentazioni, cioè quelle che mostrano le donne in una posizione subordinata e inferiorizzante, è dato dal fatto che questo è un modo per rinsaldare stereotipi di genere in cui la donna è appunto relegata per natura a ruoli gerarchicamente inferiori. Se le donne vengono pubblicamente rappresentate come prive di potere, tenderanno ad essere percepite come meno autorevoli e influenti, e quindi ad avere effettivamente meno potere.

Credi che qualcosa cambierà o sta già cambiando?

Non lo so prevedere. Mi sembra che al di là delle storture e delle polemiche ci sia maggiore consapevolezza, soprattutto fra le donne più giovani, del fatto che le battaglie non sono ancora finite.

Quali sono gli strumenti adatti per proporre un cambiamento?

In questo non credo che ci siano tante alternative: politiche per far sì che sempre più donne abbiano accesso a ruoli di dirigenza. In un paese in cui ci sono ancora molti pregiudizi a sfavore delle donne, i semplici meccanismi democratici potrebbero non bastare affatto.

Gøsta Esping-Andersen sostiene che quella femminile è “la rivoluzione incompiuta”. Credi che sia davvero così?

Sì, ma non è l’unica. Non che sia una consolazione, ma insomma non siamo solo noi che dobbiamo ancora combattere.

Le donne di oggi dove possono trovare dei modelli credibili e condivisibili?

Non mi piace parlare di modelli, perché mi sembra che sia un linguaggio pedagogico che non si confa a persone adulte che dovrebbero cercare la propria felicità secondo i propri lumi. Questo non riguarda solo le campagne del femminismo “moralista”, ma una strana piega di tutta la nostra cultura pubblica, a cominciare dalle battaglie contro i “fannulloni” e la retorica della meritocrazia. E’ da un po’ di tempo che mi sento come se tutti i giorni qualcuno mi chiedesse se ho fatto i compiti e mi domando se anche altre donne e altri uomini non siano stufi di questo atteggiamento. Nessun modello, quindi.

Natasha Walter in Bambole Viventi (Ghena) sostiene che stiamo assistendo al ritorno del sessimo. È così?

Quando mi guardo attorno non vedo tutte queste vittime di un immaginario sessista. Quello che vedo sono donne che combattono per farsi posto nel mondo, e che sono ostacolate in continuazione da mancanza di lavoro, paghe da fame, mancanza di reti sociali, e ogni genere di ostacolo materiale e sociale all’autodeterminazione. Mi sembra che di fronte a questi problemi la maggior parte delle donne non abbia neppure il tempo di cadere vittima delle fantasie sessiste.

Intanto, i casi di cronaca recente ci restituiscono donne vittime di stalking e di violenza.

La mia impressione è che, al di là di tutte le battaglie culturali che possono essere fatte, sul breve periodo l’esistenza di reti di protezione efficienti sia uno strumento indispensabile per sottrarre le donne alla trappola della violenza, almeno di quella domestica. Nel frattempo, grazie ai tagli i centri antiviolenza continuano a chiudere o a funzionare a fatica.

Che senso hanno i movimenti come “Se non ora quando”?

Credo che per molte il senso sia quello di creare una rete attivamente impegnata ad attuare trasformazioni importanti nella società italiana e migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle donne. Ma le ricadute della prima chiamata a raccolta (13 febbraio), e il modo in cui sono stati recepiti gli appelli pubblici lanciati dal movimento, hanno creato nel senso comune un clima di vittimismo e moralismo che dovremmo affrettarci ad abbandonare il prima possibile.

Quale senso ha sempre avuto secondo te la festa della donna?

Credo che non ci sia solo un senso, ma ce ne siano molti, ma comunque l’idea principale mi sembra sia sempre stata quella di creare un momento pubblico di riflessione critica sulla posizione delle donne nella società. E infatti anche quest’anno, come ogni anno, i media propongono analisi e dibattiti sul tema. Ognuno lo fa come crede e con i mezzi che ha e a seconda dei periodi il tono e i temi della riflessione pubblica possono cambiare. Mi sembra che in questo periodo ci sia più attenzione per questi temi e quindi anche il livello del dibattito si è alzato e si è fatto meno rituale.

Quanto ci vorrà perché l’Italia abbia un premier donna?

Poco, pochissimo, basta organizzarsi. Ma non darei così tanta importanza alla cosa, perché è la massa critica quella che conta.

 

Oggi, su Il Riformista

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...