Tutto, niente

Quando sarete donne

 

Tenetevi le mimose. E, tanto che ci siete, anche le rose. È questo quello che dovremmo fare oggi, il giorno in cui i media – alcuni tipi di media – e in modo molto più pronunciato i fiorai che vomitano mimose, i ristoranti che organizzano patetiche cene per sole donne, i bar che orchestrano spogliarelli con aitanti giovanotti che si dimenano con abominevoli gilè e gli addominali abbronzati cosparsi d’olio, si ricordano con lezioso e inutile interesse de il lato forte, parafrasando la seguitissima rubrica che Camilla Cederna tenne sull’Espresso per quasi trent’anni.

È inutile sottolineare come, e quanto, la festa delle donne sia stata snaturata dalla sua nascita, avvenuta centouno anni fa. È inutile sottolineare i progressi che il sesso forte – perché sono questo le donne, come la politica e l’economia stanno finalmente realizzando – hanno fatto. Perché la storia delle donne in Italia è fatta di piccoli passi, di tante date, di tante storie e di tante leggi.

È fatta da quel primo febbraio 1945 quando prese corpo il decreto legge che estendeva il voto alle donne e che venne allargato all’elettorato passivo nel marzo 1946. Dalla legge 860 per la tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri che evitava (!) che la maternità fosse uno dei motivi di espulsione della donna dal mercato del lavoro. Dalla legge 986 che proibì (!) il licenziamento della lavoratrice madre, delle gestanti e delle puerpere.

È fatta da Franca Viola che il 26 dicembre del 1965, in quella città dimenticata che è Alcamo, in Sicilia, ad appena diciassette anni venne rapita da Filippo Melodia, un ammiratore sempre respinto che oggi definiremmo come uno stalker, che la tenne prigioniera e la violentò per otto giorni, fino a quando il 2 gennaio 1966 i carabinieri arrivarono a liberarla. Per aver salvo l’onore, Franca Viola avrebbe potuto sposare Melodia. Lo avrebbe salvato dalla galera in nome dell’articolo 544 del Codice Penale secondo cui il reato di violenza sessuale perpetuato anche ai danni di un minore, se seguito dal cosidetto “matrimonio riparatore”, poteva essere cancellato. Ma lei si oppose. Sfidò il suo paese e le tradizioni, rifiutò il matrimonio riparatore e nel 1968 sposò il suo fidanzato. L’Italia si era risvegliata orgogliosa, quel giorno, e il Presidente della Repubblica Sagarat le inviò un dono a nome di tutti i cittadini.

La storia è fatta anche dall’articolo 37 che ricorda come “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore uomo”. E di tanti altri racconti, leggi, opportunità negate e ricercate. È fatta da quel femminismo di cui non possiamo dimenticare il fondamentale ruolo e che adesso viene strumentalizzato e rischia – come spiega molto bene Valeria Ottonelli ne “La libertà delle donne” uscito pochi giorni fa per Il Melangolo – di trasformarsi in “femminismo moralista”. Un rischio che non possiamo permetterci di correre.

Anche per questo oggi non dovremmo comprare o regalare mimose, dovremmo evitare quelle malinconiche cene con le amiche per sentirci più donne o più femmine, mettere da parte per altre occasioni gli appuntamenti con ballerini sudati e muscolosi. Dovremmo ascoltare la voce dei dati – quei dati che ci ricordano come  il 50% delle donne under 30 sia disoccupata contro il 30% maschile, le donne guadagnino ancora il 31% meno rispetto ai colleghi maschi – e provare a discutere di questo.

Provare a capire che anche una festa inutile, che era nata come un’occasione di confronto e si è trasformata invece in un’espressione commerciale, possa diventare un momento per interrogarci su di noi, sulla rivoluzione incompiuta, sulla nostra libertà, sulle bambole e sul futuro. O, se proprio mimose e cene con le amiche saranno, almeno che il pensiero vada anche a quell’8 marzo di quarant’anni fa quando a Campo de’ Fiori le manifestanti che rivendicavano il diritto all’aborto e al libero amore – di cui non mi è possibile non ricordare lo slogan Matrimonio=prostituzione legalizzata – vennero prese a manganellate. Perché le rivoluzioni sono passate anche per le mimose, anche per le rose sono passate, ma soprattutto attraverso le parole. Le parole di donne che hanno lottato e creduto nella parità e nell’uguaglianza. Parole in cui oggi, più che mai, abbiamo bisogno di avere fiducia.

 

 

Annunci

2 thoughts on “Quando sarete donne”

  1. dobbiamo imparare anche a essere sicure di noi stesse, ché l’insicurezza (retaggio non gradito del modo in cui ci hanno cresciute le nostre madri, i nostri padri) ce la portiamo cucita addosso come una pelle di cui è difficile spogliarsi. ancora oggi, troppo spesso, bambini maschi e femmine vengono educati in modo diverso. ieri ho visto le foto di un bambino svedese che giocava con la carrozzina e il bambolotto. ho pensato che si comincia da lì ad essere un buon padre. qui alle mie latitudini i bambolotti per i maschi non si usano, si a palloni e fucili. mio figlio ha due anni e non troppa propensione ad abbracciare i peluche, però gioca a calcio con un pallone rosa di hello kitty, al quale tiene molto. spero serva a qualcosa. ti abbraccio, buona festa delle donne.

  2. hai ragione, è una questione spinosa, la maternità e la paternità, con il ruolo e il peso che essere genitori comporta. con il ruolo che formare una vita obbliga.. intanto, sospendo il giudizio. almeno per stasera.. un abbraccio anche a te barbara!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...