Ivan il Terribile secondo Alcìde Pierantozzi

Peggio della vecchia, c’è solo l’adolescenza. È questo quello cui non si può fare a meno di pensare dopo aver letto Ivan il terribile (Rizzoli, pp. 324), il terzo libro di Alcìde Pierantozzi. Considerato una promessa della nuova narrativa italiana, Pierantozzi arriva adesso in libreria con un romanzo spietato e violento su quel periodo di passaggio in cui si può ancora essere tutto, ma in cui si vorrebbe essere una cosa soltanto: persone. Lo sanno bene Federico, Ivan e Sara che vivono in una provincia italiana fatta di campi a vista d’occhio, maneggi di cavalli e di cavallucci marini, Testimoni di Geova e ambizioni fallite. Lo sanno bene perché tutti e tre, anche se con risultati e intensità diverse, cercano ossessivamente di capire chi sono, e cosa potranno diventare in futuro. E inseguono tanto loro stessi, quanto i miseri sogni di un’Italietta che Pierantozzi racconta con il talento del narratore vero, quello che scava oltre la superficie che adesso è rappresentata dal delirio catodico di Amici e da quella madonna televisiva che è Maria de Filippi, ora da una madre che fa l’artista e si immerge nelle sue ossessioni per scappare a un lutto, per scappare al dolore. Ed è una fuga, verso Roma e verso il successo, verso la salvezza, quella che guida Ivan con i suoi occhi verdi e la sua malinconica, travolgente, disperazione.

Perché hai scelto di raccontare l’adolescenza?

Perché per me l’adolescenza è stata catastrofica. Già a quindici anni mi ero ripromesso che se mai avessi scritto un libro sarebbe stato su questo argomento. Quando ho esordito, diciannovenne, ero ancora troppo immerso in quelle atmosfere alla Dawson’s Creek e non avrei avuto la lucidità necessaria per affrontare una storia così. Quindi ho preferito raccontare un altro tipo di inferno, diciamo più figurato. Ma adesso sono cresciuto, o almeno lo spero.

E tu, che adolescente sei stato?

Sgraziato, nevrotico, ciclotimico, ossessivo-compulsivo, brutto, somaro a scuola. E fondamentalmente solo. Può sembrare un tantino esagerato, lo so, ma è la verità.

Credi che gli adolescenti di oggi siano diversi rispetto soltanto a quelli di pochi anni fa?

No, non lo credo. Il mio libro racconta la storia di adolescenti al limite, perciò potrebbe essere ambientato anche negli anni ‘90. Certo, noi non avevamo i social network e nel mio caso non avevo nemmeno un computer, perché sono stato (e sono ancora) un ragazzo di campagna. Ma, riferimenti temporali a parte, la storia di Ivan vuole essere universale. L’unica cosa che è realmente cambiata nei ragazzi è l’ambizione. Ho avvertito una smania d’ambizione incomprensibile, forse dettata dalla TV. Quando nel 2003 uscì il film di Muccino Ricordati di me molti si misero a ridere, invece aveva colto nel segno. Sono quasi tutti così, come la Romanoff che vuole fare la velina per “valere qualcosa”.

Il tuo romanzo ha numerosi riferimenti. C’è Maria de Filippi con le squadre di Amici, Mariah Carey, i Pirati dei Caraibi e Shrek. Perché? Pensi che siano davvero questi i riferimenti degli adolescenti di oggi?

I riferimenti sono questi, certo. Io ho trascorso due anni in mezzo ai quindicenni. Ho provato a capirli, ho condiviso i loro gusti e le loro passioni. Jack Sparrow di Pirati dei caraibi non sapevo neppure chi fosse, sono stati i ragazzi a dirmi: “Ma come, non sai chi è il capitan Jack Sparrow?” Oppure: “Lady Gaga è la persona più importante del mondo perché su Google ha più pagine del papa”. Non c’è una sola parola del romanzo che non sia aderente ai gusti dell’adolescente italiano del 2012. Ma io non voglio dare giudizi, come potrei permettermi? Quando cito la De Filippi o Belen la mia non vuole essere una critica, ma solo l’esigenza di raccontare l’aria del tempo. Se non l’avessi fatto, avrei costruito una mitopoietica più vicina ai territori del fantasy che a quelli della realtà in cui viviamo.

Fondamentale è il ruolo del sesso, elemento centrale del romanzo e motore dei rapporti fra Federico e Ivan, fra Ivan e Sara. Permette ai protagonisti di capire chi sono davvero, cambia i rapporti e gli equilibri. Perché?

Come perché? C’è forse qualcosa che vada al di là del sesso? Non è tanto un problema legato agli adolescenti, ma a tutti, genitori compresi, ottuagenari compresi. A me pare che ovunque non esista altro argomento…

Credi che il sesso abbia tutto questo potere?

Dipende. Su di me, ad esempio, non esercita alcun potere. Posso stare anche tre mesi senza fare sesso e non sentirne la mancanza. Il sesso è la droga degli infelici, e il mondo è pieno di persone che soffrono. Sarà che prendo il Sereupin, cioè un antidepressivo che mi abbassa le voglie, ma attorno a me vedo gente che pensa solo a rimorchiare. I quindicenni lo vivono in modo ancor più diverso, per loro fare sesso con qualcuno – anche qualcuno dello stesso sesso – è come andare al cinema. È qualcosa di spensierato, chissà, forse è un segno di maturità.

Sono passati sei anni dall’uscita di Unoindiviso. Allora raccontavi di due gemelli che condividevano il corpo a avevano ambizioni diverse, adesso ti confronti con tre adolescenti dai simili desideri…

Sono cambiate tante cose da allora. Nel 2006 volevo fare lo scrittore, ero convinto che nel mondo ci fosse ancora bisogno della letteratura. E, cosa ancor più grave, ero convinto che io stesso potessi dire la mia. Figuriamoci, ero un ragazzino. L’Uomo e il suo amore, il mio secondo libro, era scritto per gli alieni. Adesso quel che mi interessa è raccontare una storia, costruirla bene. Fare in modo che un lettore, anche soltanto un lettore, possa trascorrere un paio d’ore di serenità con il mio libro tra le mani. I temi suppongo rimangano sempre gli stessi: il corpo, la natura, la paura della morte, la violenza. Cambiano però la forma e le intenzioni.

Sara, Ivan e Federico sono tre adulti in potenza. Se dovessi tracciare brevemente le loro future vite, come li immagineresti?

Sara me la immagino forte, è l’unico personaggio del libro che si salva davvero. Forse perché è già adulta, per questo sa piangere e sa gridare a differenza degli altri. Federico me lo immagino fragile, forse antipatico. Forse un artista fallito pieno di risentimento. Ivan è uno di quei personaggi che esistono solo in virtù dell’adolescenza, uno di quei personaggi la cui immagine viene trasformata dal tempo al punto da non corrispondere più con quella della loro giovinezza.

Allora è ufficiale: parteciperai allo Strega? 

No, non ho mai voluto partecipare. Si è presentata l’occasione, avendo i due candidati che mi portano, ma non è una priorità. Anzi, non me ne frega proprio niente. Già l’idea di dover fare una serie di presentazioni preliminari in giro per l’Italia mi fa venire il latte alle ginocchia. Se uno deve autopromuoversi pure per concorrere a un premio, tanto vale infilare le copie in uno zaino e mettersi a vendere porta a porta. Ironia della sorte, i pezzi grossi del premio mi hanno detto: “Vuoi partecipare? Vuoi che ti portiamo in cinquina? Venderai qualche copia in più, ma come scrittore sei finito. Soprattutto se vinci”.

Oggi, su Il Riformista

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3 thoughts on “Ivan il Terribile secondo Alcìde Pierantozzi

  1. ciaoooo alcide…non ti leggerò…io amo solo gli arcaici…tipo: thomas bhernard…yourcenar…camus…sartre…cioran…pessoa…morante…woolf…scusa sai ma voi giovani non siete fra i miei paladini…cmq auguroni…sei un tipo che mi piace…

  2. Dopo averne sentito parlare bene da Missiroli ed averlo acquistato ho cominciato a leggerlo, sgomento ho proseguito caparbio nella lettura ed alla fine vinto (perchè non finire di leggere un romanzo che ho iniziato mi lascia amareggiato) non l’ho terminato…troppe banalità, scrittura frammentata nella punteggiatura e per nulla coinvolgente.

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