Herdonia, un sogno di polvere

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Immaginate una città antichissima che visse di uno splendore unico e magnificente ai tempi di Annibale e che fino al XV° secolo fece la storia. Immaginate un macellum di pietra e di affreschi, delle terme con colonnine in dischi, e poi mura e un castello. Immaginate una strada, la Via Traiana, che da qui passava e che permise il fiorire di commercio e di vita. Sappiate adesso che tutto questo c’è ancora, nel cuore di quel Tavoliere che è fatto di pianure e di vento, a pochi chilometri dall’attuale Ordona. Sappiate che tutto questo esiste, sopravvive intatto ai secoli, ma è come se non ci fosse.

Zona archeologica. Proseguire a piedi. È scritto così, a caratteri neri e cubitali, su un cartello giallo. Dopo c’è un cancello rosso che è sempre aperto e, oltre, dei cani che ringhiano. È questo che mi aspetta quando arrivo a Herdonia: un rottweiler nero che abbaia, digrigna i denti, protegge il suo territorio. Soltanto dopo intravedo Ambretta Cacciaguerra, la padrona di casa e proprietaria di un terreno che, quando il suo bisnonno lo comprò per un milione di lire nel 1921, constava di 750 ettari. Negli anni, tutto è stato venduto e svenduto, tranne i quaranta ettari che oggi sono prigionieri di una declaratoria che ne attesta il valore archeologico e di un infinito contenzioso fatto di tentativi di esproprio falliti e di un premio per il rinvenimento ministeriale su cui non è stato ancora possibile trovare un accordo. Dovrebbe essere di ottocento, forse un milione di euro, ma Ambretta non vuole sentirne parlare. “Non mi fido del continuum. Di come possa andare a finire tutto questo” spiega, mentre mi fa strada per i campi e fra le macerie, in una terra che fin dal neolitico è stata abitata dall’uomo.

Intorno a noi, c’è tutta la storia di Herdonia, che è soprattutto la storia della Daunia e della nostra Puglia. Dalla terra spuntano pezzi di ceramica lavorata, frammenti di vasi e di piatti. Il paesaggio porta i segni delle fortificazioni. I cumuli di pietre e di porte, che tracciano l’ingresso e l’uscita della città, raccontano dell’età del Ferro e dell’età arcaica, del periodo in cui Herdonia divenne uno dei principali centri di produzione di ceramica geometrica, dell’arrivo dei romani che portarono a concentrare l’abitato in circa venti ettari. I venti ettari che, oggi, sono i veri protagonisti di questa infinita contesa fra il Ministero e la famiglia Cacciaguerra. Ma non è pietà nei confronti dei numeri e dei soldi spesi dai Cacciaguerra per portare avanti gli scavi, quella che si prova passeggiando per una città ormai sfiorita, che in parte continua a vivere sotto la terra perché tante cose sono state ricoperte per mancanza di fondi e di tutela. Piuttosto è rabbia e delusione, perché tutto qui è degradato. Ci sono erbacce, escrementi di pecore e di cani, rovi, un piatto di plastica, fiori gialli e margherite che crescono ovunque.

La manutenzione, come mi spiega Angelo di Paola, Assessore con delega all’Archeologia di Ordona che si è fatto guida per l’occasione, viene gestita dal Comune, ma gli interventi sono minimi e nulla sarà possibile fare fino a quando il terreno non diventerà bene dello Stato o, come si è tentato di fare fino a oggi per almeno i quattro ettari del foro, del Comune. Intanto, un milione di euro destinati al territorio restano bloccati, e non possono essere usati. Intanto, Herdonia appassisce. Ormai gli affreschi del macellum, che vennero restaurati poco più di dieci anni fa, non sono che macchie sbiadite, le terme sono prossime al crollo, un meraviglioso mosaico che era nella piazza cittadina è distrutto dalla terra, dalle intemperie, dall’erba. Poco lontano pascolano le pecore, senti il loro belare, i cani pastore abbaiano; in fondo, si intravedono le pale eoliche che girano veloci, mentre il vento spazza la collina e i suoi resti. Ed è uno strazio sapere che se niente sarà fatto Herdonia finirà così, come una citta congelata dal tempo, vittima della sua struggente bellezza e dell’incapacità ad agire. Congelata in quel giorno, era il 26 novembre del 1962, quando una missione archeologica belga, guidata da Joseph Mertens dell’Università di Leuven, iniziò gli scavi, che sono proseguiti fino al 2000. In mezzo c’è la storia di una famiglia, del conte Pietro e di suo figlio Franco che si innamorarono di questo pezzo di mondo e di passato, e che in questi prati e fra queste colline trovarono un senso. Perché a Herdonia si respira il senso della continuità del tempo, e negli uliveti e nei campi c’è la nostra storia. Una storia che ogni giorno – per ogni pietra che cade e ogni filo d’erba che nasce – si fa ferita. E affievolisce la speranza che qualcosa cambi, prima che sia troppo tardi.

Oggi, su Repubblica Bari, il terzo appuntamento dei miei viaggi ne La Puglia Dimenticata 

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