Clara Nubile: Brindisi è un mostro

“Questa è una storia di mafia, terra e amore”. Scrive così nel preambolo di Tu come tutto quello che Tocchi Clara Nubile, brindisina classe 1974 che, dopo due intensi romanzi, torna adesso in libreria con Bompiani e un libro originale e crudo, che alla dolcezza della prosa e dei sentimenti contrappone la violenta realtà di una Puglia a mano armata, fatta di rapine, rockstar della mala, cucchiai e accendini che plasmano la vita, e la modellano sui desideri. Una Brindisi raccontata con una lingua originale che si fa di mille sfaccettature a seconda del punto di vista di chi parla, adesso Dino (“A me piaceva fare rapine, queste cose qua”), ora Anna, e poi Martino, Charlie e Maira. Un mosaico di voci per raccontare la stessa storia, che si fa di grida e di pietà per Minguccio, tossico e disperato come solo gli eroi moderni possono ancora essere.

Sono passati cinque anni dal tuo ultimo romanzo, come mai hai aspettato tutto questo tempo?

Ogni romanzo ha la sua vita, e il suo tempo. Difficile quantificare il tempo necessario a un processo creativo. Ogni romanzo è una nascita, ma ancor prima è una morte. In questi cinque anni, ho scritto. Ho pubblicato una raccolta di racconti, Tabaccherie orientali, uscita nel 2010. Per me è stato un libro importante perché ha segnato una svolta nell’ambientazione della mia scrittura. Sono tutti racconti ambientati a Oriente, incentrati su personaggi che come me hanno amato moltissimo l’India e l’Asia, fino a morirne in alcuni casi. E ora sono tornata alla tematica pugliese, come a voler chiudere un cerchio.

La tua poetica parte dal sangue e arriva alla terra. È una poetica molto cara all’editor che ti ha seguito, Massimiliano Governi, e che ha attraversato tutti i tuoi precedenti romanzi. Come la racconteresti?

Massimiliano Governi ha creduto in questo romanzo, quando ancora era tempesta, e gliene sono profondamente grata. Tu come tutto quello che tocchi è una sorta di “fotoromanzo” della Sacra Corona Unita, del contrabbando di sigarette e della Brindisi criminale fra anni ottanta e novanta. Impastato di sangue e terra, è un romanzo viscerale, istintivo. Tragicamente umano, come i suoi personaggi. Sangue e terra per me sono indissolubilmente legati, dettano il ritmo delle mie narrazioni. Sangue e terra sono la mia, la nostra essenza. La pulsione alla scrittura. E in questo mescolio, ci sono le radici, le tradizioni, i “cunti” e l’importanza della tradizione orale.

Cosa è per te il sangue?

Appartenenza, totale. Una promessa, e allo stesso tempo l’oblio più assoluto.

Cosa la terra?

Il mio lato più intimo. Le mie vene, che sono radici. La terra è un organo palpitante, come il fegato o il cuore.

Hai lasciato la Puglia anni fa. Per andare a vivere in India prima, ad Anversa poi. Ma la Puglia è il solo luogo dove ambienti i tuoi romanzi. Come mai?

La Puglia è una questione molto privata. I luoghi che si amano non sempre si abitano. Si coltivano, anche a distanza. Portano frutti sconosciuti, imprevisti, meravigliosi. Ho lasciato la Puglia a diciotto anni per trovare altri orizzonti, ma mi guardo sempre indietro. La Puglia è la mia ombra, e mi segue nelle pagine. Ma come ti ho detto, ci saranno altre geografie nei miei romanzi futuri.

Racconti di Sacra Corona Unita. Hai fatto delle particolari ricerche?

Ho ricercato nella scatola della memoria personale e collettiva. Gli anni delle sigarette erano quelli della mia adolescenza, le sgommate dei contrabbandieri per le vie del paese, gli spari, i morti ammazzati. L’Adriatico, scintillante, e la terra montenegrina dall’altra parte del mare. Ho letto molti articoli di cronaca dell’epoca, verbali di processi. Ho ascoltato testimonianze e aneddoti. E ho aggiunto la mano della fantasia, a rendere tutto meno nero. Ma il mio non è un romanzo storico, o documentaristico, tutt’altro.

Cosa c’è di autobiografico?

Tutto, e niente. In un romanzo non c’è confine fra realtà e finzione. Non esistono verità. La scrittura è anche questo: un profondo tradimento di se stessi.

La Sacra Corona Unita, la malavita, una Brindisi di droga e di amori negati. Di infedeli e di ragazzine innamorate. Vedi così la tua città?

Quella Brindisi non è la mia città, è la città dei miei personaggi. E la Brindisi di quest’ultimo romanzo è una città crudele, chimica, fosforescente, spietata. Adesso per me i luoghi non sono più così affilati. Tutto è smussato dalla lontananza, dal ricordo, dall’esperienza. Se mi chiedi qual è la mia città adesso, ti rispondo, Bombay. Eppure, vivo a Ravenna. Come ti dicevo, forse soltanto il sangue è appartenenza, non di certo i luoghi, almeno così la vedo io.

La tua lingua è molto particolare. Da dove nasce?

La mia è una scrittura emotiva, e di conseguenza la lingua è terra, istinto. Una lingua che si colora di impressioni, dilaga in questi cieli che sono macellerie, brilla di oscurità a volte, sfocia nel lirismo. Non ti so dire da dove nasce, so come nasce: da una canzone, da un pezzo ascoltato all’infinito. C’è sempre musica dentro le mie parole, anche quando sono mute.

 

Oggi, sul Riformista 

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