Cortocircuiti, Donne

Irene Brin

Esistono donne che cambiano le cose senza neppure accorgersene. E trasformano le loro vite, ma anche quelle degli altri, per sempre. E’ questo il caso di Irene Brin, che l’anno scorso avrebbe compiuto 100 anni e che della sua vita ha fatto un’opera d’arte.

Negli ultimi due anni, ho dedicato molto tempo a Irene Brin. E su di lei (per lei?) ho scritto una postfazione al suo libro secondo me più bello, Olga a Belgrado, che Elliot ripubblica adesso dopo quasi settant’anni dalla prima edizione (la prima, a causa del fascismo venne presto ritirata e dimenticata) e ho curato un audiodocumentario che andrà in onda sabato e domenica alle 10.50 su Radio3, nel programma Passioni.

In questi due anni, mi sono persa nelle parole e nella vita di Irene come se non ci fosse alternativa, e lei è stata un’amica (ma anche un mistero) per tutto questo tempo. Devo ammettere che a volte l’ho odiata, ma non ho mai messo in discussione quello che lei rappresenta per l’Italia e le donne: un modello possibile, una donna indipendente, coraggiosa, che cerca se stessa e non rinuncia a niente. Mai. E per nessuno.

Ecco la mia introduzione di Olga a Belgrado che si può comprare qui.

In tutte le case, negli anni Cinquanta, c’era un galateo. Era quello della Contessa Clara Ràdjanny von Skèvitch che, con un’eleganza e uno snobismo adesso dimenticati, insegnava le buone maniere agli italiani che durante la guerra avevano sopportato miserie e povertà, scordando l’educazione e il bon ton.
In realtà, la Contessa Clara era Irene Brin o, meglio, era Maria Vittoria Rossi che dalla nobile madre austriaca Maria Pia, e nel corso della sua originale carriera da giornalista, aveva imparato la raffinatezza, ma anche l’arte del savoir faire e dell’ironia.
Perfino in casa di mia nonna, a Taranto, c’era il galateo della Contessa Clara, con la sua inconfondibile sovraccoperta di Nils Martellucci e i suoi dogmatici, imprevedibili e a volte surreali consigli. Nonna lo teneva sul comodino della grande camera da letto, vicino ai classici e alle collane di perle, e lo sfogliava di continuo per vedere come organizzare una cena, per sapere come comportarsi con un anziano cugino ricoverato. Possedeva quel volumetto da quasi quarant’anni – ormai le pagine erano gialle e la copertina rovinata –, eppure lo consultava come fosse stato appena pubblicato e le toccasse leggerlo per la prima volta.
È proprio al Galateo della Contessa Clara cui devo la prima intossicazione alimentare della mia vita, e la scoperta di quanto le parole, e i libri, siano importanti.
Era agosto. Alla casa al mare sulla litoranea, mia nonna stava organizzando una cena per i famigerati parenti di Milano; cercava qualcosa di originale con cui concludere il pasto, che sarebbe stato indigeribile e interminabile, e alla fine trovò ciò di cui aveva bisogno: il sorbetto al gorgonzola.
Il dolce, complice l’afa salentina, fu un successo. Il giorno dopo tutti gli ospiti, compresi quelli di Milano che lo avevano mangiato con sofisticato entusiasmo, erano a letto in preda alle coliche.
Negli anni seguenti ho sfiorato la Contessa Clara, Irene Brin, Marlene a più riprese. Incrociavo Maria Vittoria Rossi, e nemmeno lo sapevo. Era lei cui si ispiravano, più o meno consapevolmente, le giornaliste di costume che leggevo. Era lei l’artefice di alcune delle più belle traduzioni che mi facevano scoprire autori francesi e inglesi, fra cui l’indimenticabile prosa di Riflessi in un occhio d’oro di quella Carson McCullers con cui condivideva il genio e l’indole anticonformista. Era lei che aveva fatto conoscere all’Italia artisti come Salvador Dalì e Alexander Calder di cui andavo a vedere le mostre. Sempre lei aveva presentato al mondo il talento di Alberto Burri e Giacomo Balla, e aveva ospitato per prima alla Galleria dell’Obelisco l’inconfondibile tratto di Renzo Vespignani.
La incrociavo segretamente, quasi fosse un amante, e nei suoi confronti provavo sempre diffidenza. Non riuscivo bene a capire chi fosse questa Irene Brin. Si trattava di una scrittrice? Una giornalista? Magari un’esperta di moda? Per caso una gallerista?
C’erano troppe possibilità, e i ritratti delle sue fotografie in bianco e nero mi restituivano l’immagine non di un camaleonte, di quel camaleonte dalle mille vite e dai mille talenti di cui parlava Indro Montanelli, ma di un’incontenibile, infinita, sterminata infelicità.
Gli occhi tanto chiari da sembrare trasparenti, il naso dritto, le labbra sempre imbronciate. Il viso di Irene Brin mi parlava, e allora le uniche parole che avevano un senso diventavano quelle di Massimo Campigli che nel 1954, mentre la ritraeva, ammise: «Irene è così campigliesca che tutto diventa troppo facile. Devo invece riuscire a spiegare la sua tristezza».
Forse, però, la sua tristezza nessuno riuscì mai a capirla, rendendo così impossibile interpretarla attraverso un quadro, attraverso un racconto. Ed è forse proprio per questo che nessuno è mai stato in grado di comprendere davvero chi fosse questa donna che ebbe decine di pseudonimi e di talenti, ed era tanto instancabile nell’intraprendere mille progetti quanto capace di portarli tutti a compimento. Questa donna snob, coltissima, grande lavoratrice e nemica di quella cialtronaggine che considerava tipicamente italiana. Nemica della banalità, e sempre in grado di scoprire un’ottica nuova con cui guardare le cose, e il mondo. Sempre abile a trovare una prospettiva diversa.
Al contrario di ogni logica, negli anni per me Irene Brin è diventata un crescente mistero. Più la studiavo, più leggevo le sue parole e conoscevo la sua vita, meno riuscivo a capirla. Ed è stata la sua poliedricità, che riusciva a sopportare con inconsueta naturalezza, quella che mi ha fatto prima appassionare, e poi innamorare di lei.
Il suo percorso da inappuntabile figlia di un generale a signora forte e indipendente, così coraggiosa da mettere in discussione più e più volte la sua vita, si è fatto modello. Come modello è diventato il motto che Irene Brin aveva, e che mi ha svelato il nipote prediletto, Vincent Torre, figlio della sorella Franca. «Never take a no for an answer» ripeteva con il suo inglese perfetto, quasi ad annunciare che, al mondo, non esistesse un diniego in grado di frenarla.
Non c’era niente, per lei, così difficile da essere irraggiungibile. E la sua determinazione, il suo incredibile talento, la portarono a fare cose impensabili per quell’epoca. Impensabili, probabilmente, anche per l’epoca in cui viviamo adesso.

Tutto era iniziato da un giornale di Genova, Il Lavoro, dove il redattore capo era il temuto Giovanni Ansaldo, a cui Irene si era presentata giovanissima, appena diciottenne. Su quelle pagine aveva esordito negli anni Trenta, sotto lo pseudonimo di Marlene, con un pezzo sulla chiusura degli stabilimenti balneari.
«Cominciai prestissimo, a Genova, dove mio padre faceva parte di una società marittima. Scrissi un pezzettino, lo spedii al capo-ufficio pubblicità che in quel giorno festeggiava la nascita del dodicesimo maschio. Sarà di buon umore, pensavo, e lui magari si strappava i capelli. Però l’articolo non lo strappò e apparve. Ben presto tutte le collegiali ligure (o lombarde) si dedicarono ai cani schiacciati. Le distaccai scoprendo il cuore della donna cannone o il motivo segreto per cui Girardengo anziano tornava alla bicicletta» scrisse, poco prima di morire, nel 1968. Quei cani schiacciati cui faceva riferimento sono i pezzi di costume su cui nessun redattore voleva lavorare, e che venivano destinati ai praticanti che dal giornale non potevano pretendere niente, spesso neppure una paga.
Ma Il Lavoro fu soltanto l’inizio di un complicato labirinto di collaborazioni giornalistiche fra loro diversissime, che trovano nella penna sempre originale e acuta l’unico fil rouge. Perché Maria Vittoria Rossi, come era nata a Roma il 14 giugno del 1911 – data che riuscì a nascondere per decenni, ringiovanendosi di due, cinque, perfino sei anni – fu tante donne e tante autrici.
Alle parole della giovane e inesperta Marlene seguirono quelle di Oriane – in omaggio alla Duchessa di Guermantes de Alla Ricerca del tempo perduto, uno dei libri che più amava leggere – e quelle di Mariù. Seguì poi la storia della danzatrice Bella Otero, di cui firmò nel 1944 La mia vita, che venne presentata dallo Studio Editoriale Italiano come un’autobiografia. E poi arrivò la Contessa Clara, quindi Maria del Corso.
Su tutte, però, vinse Irene Brin. Vinse quel nome che da pseudonimo si fece reale. Tutti iniziarono a chiamarla così, ed è così che lei firmava le lettere per l’amata e temutissima mammie, per la sorella, i biglietti per gli amici e per il nipotino Vincent. Ma Irene Brin, come raccontò sul quarantunesimo numero de Il Borghese , interamente dedicato alla prematura scomparsa del direttore Leo Longanesi, altro non era che un nome inventato.
«Io non mi chiamo né Irene, né Brin, anche se così figuro in contratti, elenchi telefonici, discorsi famigliari. Sono nomi inventati da Leo Longanesi. Io sono un’invenzione di Leo Longanesi» spiegava.
Più che di Leo Longanesi, Irene Brin era in realtà l’invenzione polimorfica e in continua evoluzione di tutti quelli che la incontravano e che in lei vedevano ora una bionda e magrissima bellezza, ora una formosa mora. «Come diavolo faccia, questa donna, a ingrassare e a dimagrire nello spazio di poche ore, solo lei lo sa, o forse non lo sa nemmeno lei… il suo camaleontismo sembra non trovar confini in nessuna legge della natura» sottolineava Indro Montanelli ne I rapaci in cortile. In effetti, Irene Brin dimagriva e ingrassava con una velocità impressionante, cambiava colore di capelli, abbigliamento, modo di porsi e di parlare. Cambiava, come se non ci fosse altra scelta che diventare un’altra per sopravvivere. Come se tutto fosse una questione di vita o, più probabilmente, soltanto di morte.

A guardarla oggi, la sua carriera sembra fatta solo di successo. Eppure non mancarono le critiche, che l’accompagnarono fin dagli esordi. Enrico Terracini, con cui probabilmente Irene aveva intrecciato una breve relazione ai tempi de Il Lavoro, nel racconto le Figlie del generale, pubblicato nel 1934 sul numero di Solaria di marzo-aprile e presto ritirato in seguito anche alla denuncia per diffamazione del Generale Rossi , raccontava la storia di Claudia e Donata, e della madre Vincenzina.
I riferimenti ai Rossi erano chiari e Terracini svelava di una mamma «furba e indiavolata» capace di fare del marito, e delle figlie, ciò che più voleva. Una donna che spingeva le due ragazze «a fingere, a studiarsi in ogni momento, a meditare sui loro atti, anche più futili, a leggere e divorare libri di tutte le moli e di ogni qualità pur di sapersi distinguere dalle altre fanciulle», costringendole a diventare «superbe e fredde”, con “troppa cura nel guardare loro stesse per riuscire a vivere come le altre donne».
Di Irene, la bella Claudina, Terracini scriveva che «orgogliosa com’è, già si vede nei panni di una nuova Giorgio Sand» e anche se «ha solo vent’anni ma tutto si è già perduto senza speranza e il corpo che è sfinito dal lungo cilicio del dimagrire e i seni sfioriti a non portare il reggipetto e la pallida tremante schiena. Cosa Claudina ancora possiede? La sua purezza integrale di cui nessuno sa cosa farsene tanto è sciupata e sfiorita dal lungo sforzo di resistere, resistere». E poi «l’amore dov’è?».
Le parole di Terracini verranno dimenticate, e pochi anni dopo Irene incontrerà qualcuno in grado di farle battere il cuore.
«Era innamoratissima di Carlo Roddolo, e fu attraverso di lui che la conoscemmo, sia io che Gaspero del Corso. La morte di Carlo in Abissinia fu per lei un colpo terribile. Fu per riscotersene che si fidanzò con Gaspero, o almeno così mi disse: “Gaspero ha accettato di prendermi e di tenermi come sono: una donna vuota, una donna morta”. È stata invece una delle coppie più unite che mai si siano viste, per quanto dubbio sia il filo che la legava» raccontò Indro Montanelli , che fu l’artefice dell’incontro fra i due. Fu lui ad affidare a Del Corso le struggenti lettere del compagno di reggimento morto perché le consegnasse all’autrice, una madrina di guerra genovese timida e cortese. Fu lui, in qualche modo, a suggerire la nascita prima di un’amicizia, poi dell’amore.
L’invenzione si intreccia a più riprese con questo rapporto e lo fa diventare leggenda fin dal primo incontro, che in realtà fu solo uno dei rari appuntamenti fra Gaspero e Irene prima del matrimonio.
Quella sera di febbraio del 1935, a Roma faceva freddo e Irene Brin entrò nel salone delle feste dell’hotel Excelsior in via Veneto con un vestito di lamé bianco, foderato di rosso, dal piccolo strascico. Gaspero, che aveva una gamba fasciata e non poteva alzarsi, la invitò al suo tavolo e i due trascorsero tutta la serata a discutere di Proust. Il mito vuole che nacque così, come in una romantica fiaba, l’amore che accompagnò – fra alti e bassi, fra innumerevoli pettegolezzi – Irene Brin per tutta la vita.
Esistono decine e decine di simili aneddoti, forse inventati, forse veri, ma sempre così ben orchestrati da rendere impossibile, perfino per chi Irene l’aveva conosciuta bene, separare la fantasia dalla realtà.
Per questo, per cercare un sentiero di verità, per imparare a conoscere la vera Irene Brin – a patto che sia mai esistita un’Irene più sincera delle altre –, ho incontrato tante persone che le sono state amiche, e forse nemiche, che l’hanno studiata e raccontata. Per alcuni resta solo un’anticonformista esperta di moda capace di comprendere le tendenze e di anticiparle. Per altri un’abile gallerista. Per altri ancora una giornalista che andrebbe riscoperta e conosciuta per quello che è stata: un grande talento ingiustamente dimenticato.
Le parole degli amici e degli studiosi confermavano il ritratto di una donna poliedrica e inafferrabile. Ma anche questo non mi bastava. Come non mi bastavano i dolci e affannosi ricordi del nipote Vincent Torre, la vita della Galleria dell’Obelisco che Irene aveva aperto con il marito nel 1946 in via Sistina 146 – dove adesso c’è un negozio di articoli cinesi – e che Lorenza Trucchi mi raccontava come una splendida avventura, le fotografie di Jaja Indrimi che la ritraevano sempre bellissima.
Allora ho cercato le sue agende alla Galleria D’Arte Nazionale Moderna, dove è conservato il fondo Irene Brin, Gaspero del Corso e Galleria dell’Obelisco, catalogato di recente e acquistato alla fine degli anni Novanta da un antiquario romano, Giuseppe Cassetti, che a sua volta l’aveva comprato dagli eredi.
Nelle agende, tutte dai colori diversi e dalle copertine di tela e di pelle, ho scoperto qualcosa di più sulla vita di Irene.
Si inizia con il 1945: un’agenda di pelle marrone chiaro, che sta a malapena sul palmo di una mano tanto è piccola, e che è inaugurata dal numero di telefono di Gianni Agnelli. Poi ci sono le redazioni, prima fra tutte Il Borghese, scritto a penna in un mare di nomi a matita, ma anche indirizzi di Parigi, Berlino, Cannes. Rue, Straße, Avenue.
Nel 1946, su un’agenda altrettanto piccola e marrone scuro, invece non c’è niente, quasi l’anno fosse passato invano. Nel 1949 la copertina è verde foresta, le pagine sono ingiallite e sottili come quelle dei blocchetti di un tempo. Non ci sono che pochi appuntamenti e tanti indirizzi, perlopiù londinesi. C’è l’ex style editor di Vogue Madge Garland, la London Gallery di Cork St., il ristorante di Soho Jardin Des Gourmets.
Il 1950 è un quaderno dalla pelle nera dove è scritta soltanto la prima pagina, poi ci sono mesi di silenzio e, soltanto dopo l’estate, la vita riprende a essere raccontata. Dal primo agosto, era un martedì, i giorni tornano a riempirsi. Ci sono balli, concerti, incontri con artisti e scrittori. Le ultime pagine sono decine di numeri impilati in somme, che fanno tanti ed esosissimi conti in lire.
Nel 1953 la vita di Irene sembra piena come quella di cui mi aveva parlato il nipote Vincent. Ci sono appartamenti da vedere, letture da fare (l’11 gennaio appunta «Stiamo leggendo il Diario di Pavese che troviamo di una personalità»). Le parole sono di biro blu. Poi ci sono le innumerevoli mostre, gli incontri con De Chirico, da sempre caro amico della coppia, i pranzi (il 29 gennaio annota «Pranziamo al Buco, tra Indro, Colette e Jacopelli, Bompiani e Laura. Poi andiamo dai Gherardo Casini dove ritroviamo tutta l’intellighenzia romana»). Tanto la scrittura di Gaspero è sottile e precisa, quanto quella di Irene – che preferiva la macchina da scrivere alla penna – è tondeggiante ed elementare nella sua semplicità. Sembra quella di una bambina.
Il 1953 racconta come è la vita di Irene esattamente dieci anni dopo la pubblicazione di Olga a Belgrado, quando lei era ormai lontana dagli orrori della guerra in Jugoslavia e in Italia, e sembrava aver dimenticato la disperazione della povertà e l’ossessione per i soldi, ma non per l’oblio.
Vallecchi è ancora nella sua vita, e il 3 febbraio 1953 Irene scrive «Arrivano Vallecchi e Rosai». E il 4 febbraio aggiunge «Mostra Rosai. Passo metà della giornata a comporre e ricomporre il tavolo per il pranzo che Vallecchi vuol dare da Mino in via Borgognone», a cui parteciperanno Bartolini, Palazzeschi, Piccioni, Cesare Brandi.
Ormai Irene Brin, però, non è più la donna che ha raccontato la guerra, ma è la Contessa Clara, che si entusiasma per la telefonata che Colombo le fa il 6 febbraio e che annota con un lapidario «La prima edizione del mio Galateo è esaurita e si ristampa subito». Ma ci sono ancora i party. Ci sono Massimo Campigli e Camilla Cederna. Ancora cocktail. La vita è intensa. Il successo è arrivato, e dal 1954 Irene racconta tutto. Nelle sue agende non manca una telefonata fatta o ricevuta, un pranzo, una cena, un appuntamento. Nulla sfugge alla sua mania catalogatrice – che la spinse poi a diventare archivista di se stessa, come dimostrano i libroni conservati presso l’Archivio Irene Brin di Roma. Ormai i pensieri di Irene hanno dimenticato la guerra e sono diversi, come racconta anche Gaspero: «Irene pensa di scrivere un libro sul glamour all’italiana». E poi ci sono i viaggi in Turchia, in America, nel Regno Unito, in Francia. Ma è ancora splendido tornare a casa, come lei stessa annota il primo gennaio del 1957. «Stiamo a casa ed è molto bello».

Una donna impegnata, completamente assorbita dalla routine pubblica. Dagli incontri e dalle cene. Dal presente. Mi raccontavano questo le agende. Ma anche tutto questo non mi poteva bastare, perché per me Irene Brin continuava, e continua ancora oggi, a essere altro. Allora avevo letto tutto quello che mi era stato possibile trovare, i libri vecchi e quelli ristampati, la corrispondenza con gli amici e con i direttori, soprattutto con quel Leo Longanesi che il 7 ottobre del 1953 le scriveva:
“Da tempo non lavoriamo più assieme, ma io ho conservato sempre grande nostalgia degli anni di Omnibus, in cui andavamo tanto d’accordo. Ecco che ora possiamo ricominciare daccapo. Ieri, frugando fra le vecchie carte, ho trovato un Suo manoscritto rimasto inedito, e rileggendolo ho pensato che potrebbe venirne fuori un bellissimo libro di sicuro successo. Si tratta di una storia rapida della moda e dei gusti. A parte, glielo restituisco perché Lei, se crede, come io mi auguro, possa allungarlo e completarlo nei passi invecchiati”.

Longanesi accenna a un libro – che secondo la lettera allegata constava all’epoca di appena «29 cartelle» – che «dovrebbe cominciare dal 1870, vale a dire da Roma Capitale e arrivare fino ad oggi» per «dare al lettore un quadro un po’ più storico del mutare dei gusti e delle fogge del vestire». Una sorta di “storia del secolo” che avrebbe dovuto essere «una storia del costume, senza mostrarlo». Del manoscritto in questione, andato perduto o forse soltanto dimenticato, non si sarebbe saputo altro.
D’improvviso, però, per me era poi arrivato il rifugio dalla superficialità di un tempo. Era arrivato Olga a Belgrado, quello che personalmente considero come il più brillante scorcio di trasparenza in una vita che era stata fuga, che era stata incredibile ricerca, che era stata ossessiva necessità di nascondersi per esistere.
E così avevo inseguito affannosamente Olga, e gli orrori che Irene aveva raccontato con la forza e l’ordine che solo le grandi scrittrici possiedono. Con quella capacità di restare in equilibrio fra il dramma personale – quello di una moglie che parte con il marito generale per una terra sconosciuta e con il compito di scrivere «almeno sei» cartelline per Il Mediterraneo, il periodico con il quale lavorava dalla chiusura di Omnibus avvenuta nel gennaio del 1939 – e l’orrore che si trova davanti. Un orrore cui è tragicamente impreparata, e che si fa poesia nelle sue parole e nel suo sguardo. Un orrore che la trasforma.
Irene Brin smette di essere una donna con mille maschere e diventa una donna in grado di comprendere il dramma, e farlo suo. Una donna impietosa con i partigiani e con quelle città di sassi, piene «di pietre taglienti, le stesse pietre che, ammucchiate, dividevano i muretti lungo i viottoli polverosi o, saldate insieme con la calce, case sbilenche ed ostili» . Una donna che è crudele con una terra, proprio come è sempre stata crudele con se stessa.
Alla Galleria D’Arte Nazionale Moderna è custodito l’ultimo giro di bozze del testo. Sono pagine gialle, dai margini rovinati; pagine che fanno respirare la storia.
Irene fa poche correzioni, sono perlopiù tagli e cambi di parole. Cancella «Mi ricordavo certe giornate sulla linea Metaponto-Battipaglia, con un eguale deserto intorno e dove l’assenza di panini imbottiti e di gazzose diventava sensibilissima ed amara» dalla prima pagina di Olga a Belgrado .
Nasconde il suo gusto per la moda – che comunque corre limpido nel corso del libro e si fa chiaro in racconti come La sarta slovena o I capelli verdi – rielaborando ancora il testo di Olga a Belgrado, da cui cancella la descrizione di “Due Belle Ragazze” che indossavano “abiti e giacche grigi, le camicette di maglia, l’impermeabile ripiegato sul braccio, e quelle dense frangette bionde sugli occhi liquidi, quelle labbra sottili e ostinate, quei colli brevi un poco grassi, così frequenti laggiù, quando ad una solidità paesana, e ruvidamente incompiuta, si sovrappongono elaborate ambizioni di una Hollywood adottata in ritardo” .
Il resto sono singole parole cambiate dalle simili sfumature, corsivi corretti, Lawrence o Montherlant? cancellato nel racconto Chow-Chow , un 1920 che ne La pattuglia diventa 1930. Tutto qui. Non ci sono altre correzioni su quel testo che racconta la lunga e appassionante avventura a Belgrado di una donna che, a modo suo, ha rivoluzionato l’Italia e, pur non avendo bambini, ha avuto tanti figli. Figli nell’arte e nella scrittura. Figli cattivi, che non sono stati in grado di amarla, ma soltanto di dimenticarla.
Irene mi ha accompagnato per lunghi e appassionanti mesi. Mesi in cui l’ho odiata, e durante i quali non sono riuscita a capirla. La sua ricerca era stata lunga, e forse infruttuosa. E oggi sono felice che per me Irene Brin resti un mistero. Una donna che non ha rinunciato alla sua complessità di cui, forse, finì per essere vittima. Una donna che si è lasciata trascinare dalla corrente, ma ha saputo ugualmente trovare la sua strada che a tratti resta incomprensibile, ma certamente non meno affascinante. È impossibile esserle indifferente, perché nelle sue parole si legge una straziante malinconia, una disperazione silenziosa, un’irrequietezza travolgente che soltanto le cose belle, e vere, conservano ancora.
Per questo, per me, lei oggi è soprattutto una parente che un giorno fu capace di spingere mia nonna a cucinare un sorbetto al gorgonzola ad agosto. Una parente che ha fatto della sua vita quello che ha voluto, e che mi ha insegnato il potere dei libri e della sincerità. Perché si può essere mille nomi e mille vite, ma restare ugualmente sempre fedeli a se stessi.

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2 thoughts on “Irene Brin”

    1. Sono contenta, vedrai che Irene Brin sarà una bellissima scoperta. Sarò un po’ di parte, ma ti consiglio “Olga a Belgrado” che è appena stato pubblicato da Elliot. Un abbraccio, Flavia

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