Melissa, oggi

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Hanno scritto di lei qualsiasi cosa. Adesso sappiamo il suo colore preferito, come si chiama il suo fidanzatino, che amava scrivere su un diario e postare fotografie e pensieri su facebook. Adesso Melissa non ha più bisogno di un cognome, perché, almeno per oggi, ci basta il suo nome. Ci basta il suo nome per pensare alla sua stanzetta di studentessa di Mesagne, peluches e scrivania. Ci basta il suo nome per pensare alla fatalità, al caso, alla sfortuna. E convincerci che ieri mattina Melissa si trovava al posto sbagliato, al momento sbagliato. Eppure quello era il posto e il momento in cui si trovava da sempre, per tutti i giorni della sua vita. La sua routine di studentessa era quella: sveglia, colazione con il papà piastrellista e la mamma casalinga, autobus. A piedi dalla fermata alla scuola. Cinque ore in classe a inseguire un sogno. O forse soltanto una passione. Forse soltanto una speranza, che fra i casermoni di quelle zone di Brindisi – a Mesagne – vale più di ogni altra cosa. 

Già, hanno scritto su di lei qualsiasi cosa. Sono bastate meno di ventiquattro ore per non farci pensare ad altro. A lei, che è stata portata via da una bomba in un giorno come un altro, un sabato come un altro, da un bastardo. E così, i giornali hanno preso le sue foto da facebook. Le persone, ascoltando la sua storia, hanno pianto maledicendo quella che, alla fine, non è affatto una coincidenza, ma una morte annunciata. Almeno nella testa di quello che ha messo la bomba, all’alba, sperando forse in una mattanza. 

A dirla tutta, però, abbiamo scritto qualsiasi cosa su di lei o, semplicemente, ne abbiamo parlato al bar, sconvolti davanti alle immagini impietose della televisione, ascoltando una radiocronaca in bianco e nero che da Radio1 ci aggiornava in tempo reale da quella che doveva essere, nelle intenzioni, una strage. E poi, abbiamo preso le sue foto da facebook, le abbiamo guardate per vedere quanto era bella Melissa. Come se la bellezza facesse, anche in questo caso, la differenza. Segnasse il confine fra i buoni, e i cattivi. Ma Melissa era bella, e le testimonianze del giorno dopo ce la raccontano anche come dolce e simpatica. Molto sensibile. E così abbiamo pianto. Abbiamo pianto come si fa per una sorella che sbaglia strada, e si perde. Abbiamo pianto perché tutti abbiamo una cugina, un’amica, una zia, una mamma, una nonna che una mattina potrebbe sbagliare strada. Essere al momento sbagliato, al posto sbagliato, anche se per tutti i giorni della loro vita quelli sono stati il momento giusto, e il posto giusto. Abbiamo pianto perché è banale, patetico, ma c’è un’unica verità: non si può morire a sedici anni così, per sbaglio. Vittime di mafia o di follia. Non si deve. Non si può.

Da Cortocircuiti

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