Tutto, niente

EUROVISIONI

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Sul numero appena uscito di Nuovi Argomenti 

racconto il dramma di imparare a sentirsi europei in un parco giochi.

Ovvero: Ci ritroveremo tutti a Epcot.

 

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Il muso del topo era alto quanto la Torre di Pisa. Gli occhi erano grandi e neri, i baffi affondavano in un prato verde e sterminato. Tutto intorno c’era una recinzione in ferro di almeno due metri che terminava con punte simili a frecce. Sembrava una gabbia.

“Ecco l’ingresso” disse mia madre, indicando verso il sorriso di Topolino. Fra i denti c’erano degli sportelli, assomigliavano ai caselli dell’autostrada. “Andiamo?” domandò, quasi ci fosse scelta, e allora ci incamminammo.

Era il terzo giorno che trascorrevamo a Disneyland, Florida. Mio padre era sull’orlo di una crisi di nervi, guardava le montagne russe e rimpiangeva l’ospedale. Mio fratello – eccitato dalla CocaCola – correva, saltellava, non riusciva neppure a finire una frase che ne iniziava un’altra. Voleva tutto quello che riusciva a vedere. Peluches, spillette, un poncho per la pioggia tutto giallo con, al posto del cappuccio, la testa di Paperino. Mi trascinava da una parte all’altra – dai dai, gridava e poi cominciava a correre – con quella scusa che continua anche oggi a usare: siamo fratelli.

Io avevo quattordici anni, per la testa delle cose che mi sembravano da grande come le giacche di pelle, i braccialetti con le borchie, i tatuaggi e le sigarette. Non volevo saperne di mia madre che, a dispetto dell’età, voleva provare tutto, mi costringeva a fare una giostra con un doppio giro della morte e rideva quando io mi disperavo, rideva quando le confessavo di avere paura. “Di cosa?” chiedeva, ogni volta. “Sono solo dei giochi” ripeteva.

Tutto intorno a noi c’erano americani obesi, donne con i calzini di spugna bianchi e pantaloncini a mezza coscia, ragazzine che facevano sembrare me, cresciuta con le pizzelle di nonna, una sorta di modella pronta per un concorso di bellezza. Tutto intorno c’era un’America sconosciuta, che per noi – italiani in vacanza – era stata quella delle spiagge di Miami, dei tramonti di Naples, degli stradoni di Orlando che sembravano non finire mai. Un’America che aveva i colori sgargianti della scoperta e della novità.

Lucca, con i suoi palazzoni rinascimentali, il corso lungo dai sampietrini sconnessi e le Mura, che la chiudevano al mondo e al futuro da cinquecento anni, a ogni sguardo si faceva più sfocata. Anche Taranto, il lungomare e le cozze non erano che sapori lontani di una provincia italiana incapace di comprendere un mondo troppo grande e troppo diverso per essere descritto con poche parole.

Quella era l’estate dei miei quattordici anni. L’estate della scoperta che esisteva qualcosa di più importante e attraente dell’Italia, di una Roma da cartolina e di una Milano in bianco e grigio, come me la restituivano i ricordi dell’infanzia.

(Continua su Nuovi Argomenti)

 

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