Puglia, Taranto

Ilva: è finito il tempo di aspettare

 

 

Quando ho saputo dell’Ilva ero in Ungheria per un reportage. La televisione al centro della squallida camera dell’albergo dove mi trovavo – un letto singolo, delle tende così sporche da essere diventate marroni, una sedia con lo schienale sfasciato – mi restituiva delle immagini spaventose: le facce degli operai sperdute, le strade affollate, la decisione della Magistratura. Un incubo. Il dilemma eterno di Taranto che si ripresenta lucido e devastante nella torrida estate: il lavoro o la salute. L’Italia che sembra riscoprire all’improvviso la situazione ambientale più agghiacciante dell’intera Nazione, e lo fa con una retorica imbarazzante, banalizzando il dramma, mostrando quanto Leonardo Sciascia avesse ragione a dire che “siamo un Paese senza memoria e verità”. Perché la verità, a Taranto, è quella dei dati relativi all’inquinamento che da quasi dieci anni tutti quanti abbiamo a disposizione. Ma è anche la somma degli operai che con l’Ilva, spaccandosi la schiena e ammazzandosi per il lavoro, hanno costruito la loro vita. Perché la memoria è quella del registro tumori più preoccupante del Mezzogiorno. È la storia di un bambino di sette anni, cui è stato diagnosticato – e questo ormai quattro anni fa – il cancro del fumatore. È la storia di tutti i bambini dei Tamburi che ogni anno, semplicemente per il fatto di respirare, è come se fumassero mille sigarette. Ma è anche la memoria di chi dal 1965 ha trovato nell’Italsider la possibilità di un presente: la casa, la macchina, la sicurezza economica del posto fisso.

E così nemmeno dieci giorni fa, davanti alla televisione, la prima cosa che ho provato, lo ammetto, è stata paura. Paura come se ci fosse appena stato un terremoto, e dovessi prendere le cose più importanti per scappare via. Paura per i migliaia di operai e per le loro famiglie. Paura che qualcosa stesse succedendo per davvero. Improvvisamente, mi sono trovata a sperare che l’Ilva non chiudesse. Che il destino di Taranto non fosse quello di essere, ancora una volta, lasciata a se stessa come una cozza vuota: una volta mangiato il mollusco, la valva non serve più.

Nemmeno mezz’ora dopo, però, mi sentivo soltanto impotente. Perché in situazioni come questa, quando la realtà è troppo complessa per essere sintetizzata, le parole non valgono niente. Possono raccontare. Posso provare a denunciare. Ma niente di più. E francamente per me oggi non è abbastanza. Perché oggi che le domande si fanno sempre più insistenti – Chiuderanno solo i reparti per la produzione a caldo? L’Ilva può davvero fermarsi per sempre? Quando può durare questa situazione di stallo? Arriveranno davvero i 336 milioni di euro del protocollo d’intesa? Si inizierà un processo di bonifica reale e con quali tempi?  – e la speranza è che qualcosa cambi davvero, non possiamo più permettere che la nostra città – da sempre capace di anticipare le tendenze nazionali, come già fatto con Giancarlo Cito e con il dissesto economico – continui a essere illusa e ricattata. Il diritto alla salute, così come quello al lavoro, non possono più essere delle alternative. Adesso la magistratura, la politica e soprattutto noi tarantini non possiamo più permettere che il futuro della città venga deciso e manipolato dagli altri. Non possiamo più permettere che Taranto continui a essere “senza memoria e verità”. Adesso, noi non possiamo più permetterci di dimenticare. Né di aspettare.

Oggi, a Taranto, sul Corriere del Giorno

 

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