La mia Taranto

 

“Guarda, vedi quelle nuvole bianche?” chiede mia nonna. Davanti a noi c’è il Mar Piccolo, con le sue barche azzurre e verdi, piccole, da cartolina. Ci sono i pescatori che camminano lenti. Le macchine fanno lo struscio; hanno i finestrini abbassati e la musica alta. È una mattina di agosto. È il 1994.

“Mena, le vedi sì o no?” insiste. Annuisco. Lei punta il dito verso un palazzo alto, grigio, davanti a noi. “Dietro sta l’Ilva” spiega. “E queste nuvole sono figlie delle ciminiere. Sono il pane della città”.

La guardo, ma non dico niente. Lei allora mi chiede se voglio un gelato, e poi ci avviamo verso i vicoli di Taranto Vecchia, dove anche mia madre è cresciuta. Intanto, io penso al cielo – e non me lo dimenticherò mai, anche se non avevo neppure dieci anni – che è di nuvole grosse e pesanti. Nuvole a forma di animali e di uomini. Nuvole con il colore denso di certi quadri scadenti, fatti da pittori che non sanno diluire bene la tinta. Da pittori che non conoscono le sfumature.

Per le strade l’odore anche allora era quello di adesso: il pesce appena preso e steso al sole, il soffritto, la frutta matura che prende l’aria dentro le casse di plastica colorate. Il rumore era quello delle urla delle donne, dei motorini smarmittati che si infilano fra i vicoli e viaggiano sotto i panni che si asciugano grondando acqua. Mia nonna mi teneva per mano, e mi raccontava la città di quando era giovane. La Marina con i bei ragazzi di leva. I bagni sul lungomare. Le passeggiate per il centro. Le corse a perdifiato lungo i campi per arrivare al Galeso. “Stavi nel vento, e nell’acqua. Tutte cose semplici e povere” ricordava. Io l’ascoltavo distratta, eppure le sue parole mi facevano chiedere se, forse forse, Taranto non fosse sempre stata la città che conoscevo io. Quella con gli operai dalle tute blu, con la puzza asfissiante vicino all’Ilva che era circondata da un muro lunghissimo, mi sembrava infinito, e tutte le volte che andavamo a Bari provavo a contare per vedere quanti secondi, quanti minuti, servivano per costeggiarlo tutto.

Appena potevo, chiedevo anche a mia madre di Taranto. Già allora era la mia ossessione. Era la mia passione sapere che cosa c’era in quella strada prima di me, cosa prima di mia madre e poi indietro, fino a quando la gente riusciva a ricordare. Volevo sapere le storie dei palazzi, le storie dei vicoli. Come era cambiato il paesaggio, come era cambiata la città. Chiedevo a chiunque. Avevo bisogno di sapere. Non ne comprendevo il perché – e a stento lo intuisco adesso, ma so che molto ha a che vedere con le radici, con la necessità di cercare il proprio posto nel mondo e di trovarlo a partire dalla cosa forse più semplice, l’appartenenza ai luoghi e a una tradizione famigliare – ma lo facevo. A neppure dieci anni avevo scoperto che Taranto prima dell’Ilva non aveva che pochi operai. Era una qualsiasi città del Sud, con un bel porto e una storia antica, che cominciava prima della nascita di Cristo, nel 706. Nei miei pensieri di bambina le leggende e la storia si incrociavano, e credevo davvero che Falanto a cavallo di un delfino, reggendo una stola di bisso, fosse arrivato in Puglia per fondare l’unico posto al mondo dove ero, e dove sono tutt’oggi felice.

La Taranto che mi raccontava mia madre era completamente diversa rispetto a quella di nonna. C’erano sempre le passeggiate, il porto e la Marina. Ma c’era anche l’Italsider, inaugurata dal Presidente Saragat nel 1965, quando lei aveva appena compiuto dieci anni, e accolta come una benedizione. C’erano le ciminiere, i quartieri che nascevano a ridosso della fabbrica, il benessere che arrivava con il posto fisso. Gli operai morti sul lavoro, ma quelli erano pochi e si potevano tollerare.

Ricordo che una volta le chiesi perché, fra tutti i posti d’Italia, avessero aperto l’acciaieria proprio vicino a casa nostra. Lei allora, come faceva sempre quando diventavo troppo insistente, aveva sbuffato “È così. Punto e basta”.

Dalle mie domande di bambina sono passati quasi vent’anni. Allora non si parlava ancora di registri tumori, diossina, polveri e benzopirene. Allora c’era solo l’Ilva, con le sue nuvole alte e dense, le ciminiere che coloravano il cielo di rosso e a volte, la sera, con mio padre da Villa Peripato andavamo a vedere “il panorama”. Allora Taranto conosceva le lotte operaie e imparava il mobbing, ma non immaginava quello che sarebbe stato il suo futuro. Dell’innocenza di allora si pagano le conseguenze adesso. Per i ricatti di allora – salute o lavoro? – si trema oggi, sconfitti, con la stessa paura. Ma Taranto non può più essere “punto e basta”, come diceva mia madre. E anche se non tornerà la città di mia nonna, quella che fece innamorare Guido Piovene e costrinse a riflettere Pasolini, non può più permettersi per la salute e il rispetto dei suoi abitanti di svegliarsi sotto queste nuvole bianche, di panna. Sotto queste nuvole pesanti. Nuvole assassine.

Ieri, su Repubblica Bari

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