Primavera Tarantina

futuro 2

 

Tirava una tramontana dritta come una lama. La valigia era sul pavimento. Dentro c’erano i vestiti di una vita. Il grembiule della prima elementare, quello bianco con il colletto su cui la nonna aveva cucito a mano, con il filo blu e rosso, il nome di Fabio. La tunichetta della prima Comunione. La camicia a righe con cui aveva fatto la maturità. E, poi, la maschera per la respirazione artificiale che distribuivano a scuola. La prima ricarica d’ossigeno a cui la sorella aveva attaccato un fiocchetto con la data segnata a penna: 23 agosto 2023. Dentro c’era tutto quello che non serviva a niente, ma che custodiva il ricordo di ciò che non sarebbe più stato.

Il concentramento era previsto due ore dopo nel Piazzale Patrizia Todisco. Fabio piegò un paio di calzini e lo infilò in un sacchetto di tela idrorepellente grigia.

Si guardò intorno. Vide la stanza dove era cresciuto, con i muri segnati dai poster e dai quadri, dalle fotografie; dal piccolo riproduttore di ologrammi. Vide i libri dell’università lasciati sul letto, pensò alle notti impiegate a leggere e sottolineare, notti in cui non guardava mai dalla finestra. Accanto c’erano i quaderni su cui aveva imparato a scrivere ripetendo sempre la solita frase: Ciao, sono Fabio Minniti e sono di Taranto.

Erano passati trent’anni. Allora non pensava che nascere a Taranto significasse qualcosa oltre il lungomare, il gelato dopo la scuola del sabato mangiato sulle panchine di Villa Peripato, la voce dei pescatori che gridano spuenze, il pranzo della domenica con le orecchiette e le polpette dai nonni, le serate al teatro 4D sotto il ponte di Punta Penna, le lotte a sassate con la ghenga di piazza Mazzini, quella con l’ipermercato indiano, fra le macerie del vecchio muraglione della Marina, l’odore del mare che si infila fra i vicoli e vibra, fa vibrare tutta la città che allora fischia, fischia come una disperata, e sembra prendere finalmente la voce. Non pensava che nascere a Taranto fosse qualcosa di diverso del riconoscere la Madonna, quando il giovedì Santo esce dalla Chiesa di San Domenico, e si mette a piangere per la città. Non lo pensava ancora, e forse non lo pensa neppure adesso, mentre lento fa la sua valigia, la sua ultima valigia, e nell’altra stanza sente la nonna che continua a cucire le sue iniziali sulle camicie, e intanto il nonno dice che no, non debbono piangere, cosa piangono a fare, perché questa è la vita, e la vita può essere dura, è vero, ma loro sono stati tanto felici. E Fabio allora si chiede quando. Quando sono stati felici in quegli anni. Ci pensa, mentre piega il maglione arancione, infila il cambio della divisa a carbonio e sistema i vestiti che non potrà portare con sé, e che resteranno per sempre lì, appesi alle grucce nell’armadio di noce. Ci pensa mentre guarda per l’ultima volta il completo del primo giorno di lavoro e la tuta blu, quella che suo padre portava il famoso pomeriggio; gliel’avevano rispedita da Manaus, accompagnata da un bigliettino che portava la firma dell’amministratore delegato. D’improvviso, però, Fabio si ferma. Forse sta sbagliando tutto. Socchiude gli occhi e, sfiorando una cartolina rovinata dal tempo, si chiede se lì, in quella casa, i suoi vestiti non diventeranno per davvero eterni.

Era nato quattro anni dopo che avevano chiuso il Siderurgico. Già allora la città era disperata, e l’ospedale circondato da palizzate di difesa. Sua madre piangeva mentre la ginecologa con l’eco-scanner controllava le mani, le braccia, il cuore e il respiro di Fabio. Sua madre piangeva, mentre la ginecologa terminava l’esame di life-compatibility e diceva che sì, poteva stare tranquilla: il bambino era sano. Non aveva quelle malformazioni genetiche che ormai erano diventate la norma. Non soffriva di ipoplasia polmonare, né di fibrosi cistica. Non aveva disturbi metabolici. Avrebbe potuto salvarsi. Avrebbe potuto ottenere il Visto di Emigrazione, una volta raggiunta la maggiore età e terminati i dieci anni obbligatori di servizio civico per la bonifica del Deserto Rugginoso, che già cominciava a premere sulla città al di là del ponte di pietre.

Era il 4 gennaio. Lo stesso giorno in cui il Sindaco e il presidente del governo di Bassa Puglia avevano siglato un protocollo di intesa con i vertici della Brazilian Steel Corporation, arrivati a Taranto per smontare l’ultima delle grandi installazioni rimasta a disposizione dopo che i coreani e i belgi, l’anno prima, erano venuti a fare spesa all’ingrosso per le piattaforme off-shore che producevano acciaio nel mare Baltico e sul lago d’Aral. Un andirivieni di enormi bastimenti ed elicotteri a idrogeno. Un viavai di colonne e basamenti di templi in lamiera. Pezzo dopo pezzo, l’anima della fabbrica prendeva il largo. Se ne andava oltre il faro di San Vito, per essere assemblata, identica, altrove.

Almeno era questo quello che ricordavano i tarantini. Era questo l’epilogo di tutto.

Anche l’Altoforno 5 era stato smembrato. Lo avevano caricato sulle navi ormeggiate allo Sporgente 5, l’unico molo di tutto il porto rimasto in funzione che serviva a consentire le ultime azioni di smaltimento, a garantire che tutto sarebbe stato demolito e cancellato.

E così, quel pezzo di storia, se ne era andato. Era stato il primo a venire spento, e subito si era trasformato in un mausoleo della memoria, dove le donne e bambini andavano ad accatastare ricordi e indumenti. A volte, anche degli uomini si rifugiavano lì, a ricordare il tempo passato. Eppure, nessuna dimostrazione aveva provato a impedire che l’Altoforno 5 fosse portato via. Eppure, non c’era stata nessuna protesta.

Doveva andare così, ne erano tutti coscienti. La Brazilian Steel Corporation aveva promesso l’assunzione di duecento cittadini nei nuovi impianti della Zona di Produzione Autonoma del Rio delle Amazzoni. Avevano bisogno di gente esperta, che conoscesse quella cosa gigantesca. E poi, pagavano bene. Pagavano quanto bastava per mantenere senza paura un’intera famiglia. Così anche il padre di Fabio, Nicola, se ne era andato. Era partito quando Fabio era nato da poche settimane. Non era che un bambino con i capelli scuri, con gli occhi trasparenti e incerti.

Di suo padre, Fabio Minniti non possedeva alcuna memoria personale. Quella tuta, che Nicola si era portato da Taranto come amuleto, era tutto ciò che possedeva per ricordare il passato. Per immaginare la vita della sua famiglia. Come era stata nell’epoca precedente, quella che i tarantini chiamano ancora oggi, con rabbia e nostalgia, l’Era del Primo Inquinamento. Allora il Siderurgico era il vanto dell’industria meridionale e dava lavoro a più di ventimila persone. Allora era tutt’uno con l’anima di una cittadina di pescatori che l’Arsenale prima, e l’Acciaio dopo, avevano trasformato in una ricca, sazia, inquieta borgata. Solo dopo si era scoperto che le emissioni del Siderurgico, e le polveri che spargeva sui quartieri operai cresciuti a ridosso della fabbrica, ammazzavano di tumore e intossicavano i bambini. Solo dopo si era scoperto che no, quella non poteva essere la vita.

Era successo il finimondo. Fabio sa che suo padre urlava che quelle cifre, quella paura, quel dolore che sgorgava incosciente, avrebbero fatto ancora peggio. Avrebbero ucciso Taranto tutta per intera. Lo sa, ma nei libri di storia non c’è traccia di quelle parole, che solo di rado emergevano, bisbigliate, nelle conversazioni tra i più anziani. I libri di testo raccontavano di una Primavera Tarantina, e lui quello aveva studiato.

I libri raccontavano che nell’estate del 2012, un pool di giudici aveva deciso di sequestrare prima l’area a caldo e poi l’intero stabilimento. A loro sostegno era nato un movimento di lotta che aveva raggiunto la sua massima espansione nel mese di dicembre: cinquantamila persone, forse ottantamila, favorevoli alla definitiva chiusura del Siderurgico si erano riversate in piazza.

C’era stata la marcia di Natale. E gli scontri furiosi tra i manifestanti e i cassintegrati, che erano scoppiati a piazza della Vittoria. E il linciaggio di quattro operai in sciopero della fame da tre giorni.

Era arrivato il punto di non ritorno. Il governo aveva revocato le autorizzazioni alla produzione dell’acciaio, promettendo e finanziando un gigantesco piano di bonifica integrale. Una donna magistrato, senza saperlo, aveva innescato una catena così veloce di eventi in grado di capovolgere e concludere nel giro di pochi mesi la storia industriale ultracentenaria di Taranto. Era diventata per tutti l’eroina dei due mari, come l’avevano ribattezzata subito i giornalisti.

L’anno dopo, la stessa donna era stata eletta sindaco della città. Era a capo di una coalizione allargata fatta di ambientalisti, pediatri, epidemilogi e dalla Lega dei Tarantini. Quella donna raccontava di un’alternativa. Raccontava che qualcosa può succedere, anche nella terra dove mai niente è capitato. Diceva del 1965, e di quel giorno d’aprile in cui un Presidente della Repubblica era arrivato a Taranto per dare vita nuova alla città. Diceva del 1995, quando lo Stato aveva venduto la fabbrica ai privati. Raccontava di come la storia di Taranto non potesse essere solo quella, ciclica, che si avviluppa nella sfortuna e in piccolo racconta il presente, e il futuro, dell’Italia: i telepredicatori, il default, la città fallita. E poi l’inquinamento. E poi la raffineria. E poi il cementificio. Quella donna raccontava che qualcosa sarebbe potuto cambiare, e sperava che sarebbe potuto davvero accadere. Ascoltandola, la città aveva creduto. Aveva creduto che bastasse cancellare la storia per riscrivere il futuro.

Eppure, si dice Fabio – e il suo sguardo osserva il cielo oltre la ringhiera di Mar Grande, perennemente viola, granata, grigio – Taranto era una città di mare, pietre, corde e ferroleghe. Non era luogo da speranze virtuali. E il sogno dell’alternativa si era spento velocemente, nel corso degli anni, quando la grande recessione aveva annunciato il suo definitivo fallimento. Lo Stato, per sopravvivere, era stato costretto a tagliare i due terzi del suo bilancio. L’Italia era crollata, travolgendo come una colata bollente, devastante, il presente della città. I soldi per la bonifica non erano mai arrivati. Non c’erano stati neppure quelli per gli ammortizzatori sociali. Tutto era stato lentamente sgombrato. Tutto era ritornato nel destino.

Ormai, non si poteva più abitare nel cuore radioattivo del Mezzogiorno. E il fallimento di quella politica italiana che Fabio aveva studiato a scuola aveva definitivamente segnato la fine di tutto. I Tamburi erano stati sgomberati, e giaceva solo qualche carcassa di edificio in forma fossile. Il Siderurgico era finito, risucchiato nel Deserto Rugginoso. Era finito il Museo Archeologico con gli ori e le spade che raccontavano un passato lontanissimo. Era finito il tarantino che continuava a credere in Sparta, e a un tempo in cui Taras, sul dorso di un delfino, era arrivato per fondare quella che sarebbe stata la capitale della Magna Grecia. Era finito tutto, perché lo splendore non ritorna. Perché lo splendore non è fatto per le nubi e per i sogni. Era cominciata l’emigrazione, il rito atavico di un’eterna sconfitta in cui gli abitanti, i cittadini, sempre si scoprono prima carneifici, e dopo vittime.

Adesso Fabio guarda la banda magnetica del suo Visto di Emigrazione. C’è scritto Calabria meridionale. Ora li mandano lì, i tarantini. A ripopolare la Costa dei Gelsomini, sullo Ionio. Fra Africo e San Luca, devastati dall’ultima guerra di malavita.

Un decreto del governo di Bassa Puglia ha ristabilito i confini di abitabilità della città entro il perimetro dell’isola vecchia: l’unico spazio dove è possibile a mantenere accettabile la qualità dell’aria. La casa per qualche migliaia di persone, o poco meno. Vecchi, qualche scienziato, un piccolo nucleo ambientalista, un distacco ospedaliero della Croce Rossa. Gli altri devono andare via. Il prima possibile.

Era arrivata l’ultima nave. Fabio l’avrebbe presa quella stessa sera, lasciandosi alle spalle chi era stato, chi erano stati lui. Lasciandosi alle spalle le sue radici, e la sua città. Era arrivato il tempo di andarsene. Di scappare.

Eppure, lo sapeva, il mondo avrebbe continuato a esistere anche senza Taranto. Il mondo avrebbe continuato a vivere anche senza sua madre, anche senza i nonni. L’Italia avrebbe dimenticato l’apocalisse domestica di una famiglia fra le pieghe della memoria. La nave sarebbe andata a Sud, lontano dalla nube e dalla ruggine. Lontano dalla polvere. Sarebbe stata solo una questione di tempo. Il tempo necessario a far morire l’ultimo dei tarantini. Il tempo necessario a far dimenticare che, un tempo, nel Golfo di Taranto c’era stato qualcosa.

Questo racconto, che ho scritto con Angelo Mellone, è stato pubblicato sul numero attualmente in libreria di Nuovi Argomenti ed è stato pubblicato anche su Pubblico qualche giorno fa.

 

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2 thoughts on “Primavera Tarantina

    1. Il terrore, che a giorni alterni si fa veramente reale, è proprio quello che con Angelo Mellone abbiamo raccontato. Sarebbe un delitto. Quello che sta accadendo, invece, è solo devastante.

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