La solitudine dello scrittore toscano

Foto Federico Firenze

Lo scrittore deve stare nella torre d’avorio, alla proustiana credenza, o per la strada ricercando, fra una birra alla Bukowski e un Martini alla Hemingway, l’incontro? E poi: deve confrontarsi con gli altri scrittori, cercando di diventare figlio illegittimo del Gruppo 63, o restare solo e imperterrito con se stesso, inventandosi come un moderno Leopardi?

Ecco solo alcuni dei dubbi amletici che affliggono il giovane scrittore italiano, e nella fattispecie toscano. E allora sarebbe bello trovare una risposta che riesca a condensare in poche battute una riflessione complessa, capace di contenere al suo interno altre dieci, venti, trenta riflessioni. Eppure non è così. Semplificando potremmo dire: non esiste una regola. Realisticamente potremmo affermare che l’epoca dei gruppi – un po’ come quella delle coalizioni – è forse arrivata al capolinea, complice tanto la necessità di autoaffermazione commerciale e personale dello scrittore, che ormai non si accontenta di banalizzarsi con un bieco scrivo ergo sum, quanto l’ossessiva competizione fomentata dall’editoria nostrana, che non è mai stata attenta come in questi tempi di crisi più che alla qualità letteraria a quella monetaria, attestabile unicamente attraverso la santissima trinità delle vendite: in libreria, al cinema, all’estero.

“Quando ero ragazzo, ci riunivamo con Enzo Siciliano e si parlava per ore di libri, di articoli, di reportage e di poesie. Tutti avevano lo stesso diritto di parola. Nemmeno ci si chiedeva quanto vendesse un poeta, quanti premi avesse vinto uno scrittore” mi ha raccontato un amico al quinto romanzo. Parlava di nemmeno dieci anni fa, ma da allora sembra passata un’epoca. Fortunatamente, per quanto possa sembrare dolorosa questa perdita dell’innocenza e questa solitudine forzata dello scrittore, qualcosa che fa ben sperare c’è. Nuovi Argomenti, la rivista fondata da Alberto Moravia e Alberto Carocci nel 1953, resiste e con riunioni mensili – di cui non mi è possibile non ricordare gli aneddoti dei direttori Dacia Maraini, Giorgio Van Straten e Raffaele Manica – cerca di indagare e mappare la scrittura interna ed esterna alla redazione. Ci sono poi le webzine e le riviste online, come Nazione Indiana. Ci sono le trasmissioni radiofoniche, come Fahrenheit su Radio3 Rai, che diventano delle piazze pubbliche per parlare fra scrittori e con gli scrittori. Ci sono dei tentativi come quelli dei TQ. Ma, questo, è quello che accade in Italia. In Toscana la questione è diversa.

Ci si appropria di spazi – come quello del Caffè Notte -, si utilizzano festival come Anteprime a Pietrasanta o la storica Versiliana, ci si incontra, ci si scrive in furiose mailing list, ci si fa forza a vicenda un po’ per condividere i pensieri, un po’ perché il senso di spaesamento condiviso è rassicurante e salvifico. Non c’è il rischio del campanilismo: fra giovani scrittori – categoria che John Fante disprezzerebbe ancor più del semplice scrittore italiano, che definiva come “la forma più bassa dell’umanità” – ci si odia e ci si ama alla stessa maniera. Tutti sono e si considerano, contemporaneamente, amici e rivali. Ed è per questo che si sta vicini, soprattutto quando il confronto con se stessi diventa un bozzo e c’è bisogno di aria nuova, aria diversa. Certo, c’è il rischio che diventi un parlarsi addosso, e qualcuno – come gli esordienti, e gli aspiranti scrittori – rimane fuori.

Ma è ugualmente bella e importante questa rinascita toscana che dalla provincia trova in Firenze il suo ideale capoluogo della cultura, e si frammenta in una serie di autori e di iniziative che mirano – anche sbagliando, anche esagerando, anche con terapie d’urto metropolitano che rischiano nella speranza di avvicinare i giovani di allontanare tutti gli altri – a discutere di libri e di tutte quelle cose che gravitano intorno alle parole italiane per eccellenza tabù: intellettuale, coscienza civile, natura della parola e dell’impegno. Peccato soltanto che a volte manchino i padri, quelli scrittori che si tengono lontani dall’arena e che invece servirebbero tanto, al momento del confronto, casomai per dire state sbagliando, casomai per sussurrare bravi, state facendo bene. E per fare dire a noi, magari fra vent’anni, “ma com’era bello, a Firenze, quando ci si ritrovava tutti a parlare di libri e di parole per ore”.

Questo articolo è uscito oggi su Repubblica Firenze 

Firenze, foto di Federico Piccinni

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