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Italia-Romania: in viaggio con le badanti

 

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C’è un filo invisibile che collega la Puglia, l’Italia intera, alla Romania. È un filo fatto di asfalto e di pneumatici. È un filo fatto di sguardi, e di capelli tagliati corti. Profuma di orecchiette al sugo, ma ha il sapore del goulash.

Questo filo di seta parte dalle vite delle nostre nonne e delle nostre mamme, e arriva alle storie di altre donne – di altre nonne, di altre mamme – in Romania. A fare la spola fra i due universi ci sono degli autobus di linea e dei pulmini illegali che quasi ogni giorno partono da tutte le nostre città e si mettono in viaggio per oltre duemila chilometri. È un cammino lungo, dura più di quaranta ore, ed è costellato da soste continue, di paesaggi che dal finestrino cambiano, si sovrappongono, si fanno storie e racconti.

“Sarà il viaggio più lungo della mia vita” penso, quando sto per salire sull’autobus una sera di marzo; non è passata nemmeno una settimana, ma mi pare trascorsa una vita. Tutto intorno a me ci sono una ventina di signore impegnatissime a scartare panini avvolti nella carta stagnola e a pescare patatine da grandi pacchetti. Non c’è tempo per le presentazioni: l’autobus riparte subito, e allora mi metto seduta e comincio a guardare fuori dal finestrino. Sono anni che mi chiedo che cosa è questo viaggio che in modo tanto mitico – è pericoloso, è tremendo, è bellissimo – mi è stato raccontato. E poi, se poco sappiamo delle donne che si prendono cura dei nostri anziani, ancora meno conosciamo delle città da dove arrivano e del viaggio che compiono per arrivare in Italia, spesso cariche di bagagli e con negli occhi soprattutto nostalgia.

Neanche me ne accorgo, e l’autobus ha già macinato 500 km, poi 600, quindi 1000. Siamo al confine con la Slovenia e io, mentre guardo fuori dal finestrino, penso che quando avevo dieci anni le badanti non esistevano. C’erano le donne di compagnia, che andavano a casa degli anziani a fare le visite, e restavano lì interi pomeriggi a chiacchierare. C’erano le infermiere, per chi era ammalato, ma non abbastanza da essere ricoverato. C’era la famiglia, soprattutto, che accudiva i propri genitori e i propri nonni, e intorno faceva una maglia di gommapiuma per proteggerne il frammentarsi delle ossa, e della memoria. In neppure vent’anni, però, tutto è cambiato. Adesso per gli anziani arrivano dalla Romania queste donne che mi stanno accanto adesso. Hanno cinquant’anni, ma spesso ne dimostrano almeno dieci di più. Si chiamano Irina, Iolanta, Jancu, Dora. Vengono perlopiù dalle campagne, hanno mani ruvide e sguardi sfuggenti; parlano poco del loro passato, e le loro storie si assomigliano tutte un po’: le difficoltà finanziarie, i problemi con i propri mariti, i soldi dello stipendio che ogni giorno servono a meno, non servono a niente. Poi la telefonata di un’amica, o di una conoscente. Poi il viaggio dalla Romania, spesso in clandestinità. “Per pagarmi il viaggio mi indebitai fino al collo – mi racconta Irina, occhi azzurri e infossati, capelli grigi a caschetto -. Rimasi una settimana ferma in Croazia, pensavo di aver perso tutto, ma alla fine ci portarono in una barca di notte ad Ancona: era per sei persone, noi ci stavamo in diciotto”.

E poi c’è la paura, il primo lavoro, il dover accudire un anziano pur non avendolo mai fatto prima. “Pensavo che sarebbe stato facile – mormora Dora, mentre attraversiamo lentamente la Slovenia e dal finestrino le città sono tutte innevate e i paesi si fanno sempre più sfocati; poi, d’improvviso, diventa notte -. A Costanza stavo in un laboratorio di analisi mediche, ma guadagnavo duecento euro e non riuscivo a mantenere mia figlia. Così ho lasciato il microscopio e ho preso la scopa. Dovevo accudire una signora paralizzata. In quella casa c’era così tanto dolore che non ho resistito, e dopo meno di due mesi sono andata via”. Il dolore è una parola che ricorre spesso nei racconti che mi fanno compagnia mentre arranchiamo Ungheria. Il dolore di dover stare accanto a una persona che soffre, il dolore per le famiglie che non accettano le badanti pur avendole assunte, il dolore che ti entra sotto la pelle quando il tuo nonno – come le badanti chiamano i nostri anziani – sta morendo, e poi muore e devi essere tu a vestirlo e a dargli l’ultimo saluto. La vita allora nella sua tragica routine si ripete: dover cercare un altro lavoro, dover trovare un altro nonno, trascorrere con lui gli ultimi anni della sua vita sperando che non muoia, ma anche che non soffra. Ci fermiamo in Ungheria – dove nella stazione di servizio decine di uomini si accalcano per giocare ad Albanegra, un gioco con i bicchieri vietato in tutto il Paese – e poi, dopo il controllo documenti, in Romania. È giorno. Il paesaggio è tutto uguale: campagne, pochi alberi, qualche casa messa male. D’improvviso poi l’autobus si ferma e noi rimaniamo tre ore al freddo, in mezzo al niente. Quando arriva un altro autobus dalla Germania per portarci a destinazione mi sembra un miracolo, e così il viaggio ricomincia fra soste continue, persone che si sentono male, altre chiacchiere. Tutti hanno voglia di parlare, quasi nessuno di ascoltare. Quando arriviamo a Brasov, una città di montagna che è l’ultima tappa prima di Bucarest, alla stazione ci sono dei bambini – avranno cinque, sei anni – che chiedono l’elemosina. Sono soli, abbandonati. Le badanti fanno a gara a fare loro un panino, una mela; “poverini” mi dice Irina. Non so come sia potuto accadere, ma si è venuto a creare un clima da gita scolastica e si sta bene, anche se il viaggio mi sembra un’interminabile epopea nel cuore dell’Europa. Poi, quando meno ce lo aspettiamo, l’autista annuncia che stiamo per arrivare. Guardo fuori dal finestrino: ma è così buio che non si vede niente. Sono trascorsi più di due giorni – due giorni per un tragitto che un aereo impiega due ore a fare – ma finalmente siamo arrivati, e appena vedo i vialoni di Bucarest mi sento felice. Quando sono partita, non sapevo che cosa aspettarmi e cosa cercare, ma molto ho trovato. Ho capito, soprattutto, come mi ha spiegato Rodika che abita in Italia da dieci anni che “sì, noi veniamo per i soldi, ma senza un po’ di cuore questo lavoro non lo puoi fare”.

Questo articolo è uscito, in forma ridotta, ieri su Repubblica Bari

 

Dal viaggio è anche nato Italia-Romania: in viaggio con le badanti, un audio-documentario che andrà in onda da oggi a venerdì alle 19.45 su Radio3 Rai nel programma Tre Soldi a cura di Fabiana Carobolante, Daria Corrias e Lorenzo Pavolini.

Per il podcast cliccare qui

 

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2 thoughts on “Italia-Romania: in viaggio con le badanti”

  1. Non è stato poi così male, il tuo testo. Di solito, le storie degli italiani sui romeni sono cosi malvagie e stupide che il tuo racconto appare comparativamente come un capolavoro.
    Comunque: si scrive Rodica con C non con K, che è una lettera estremamente rara in romeno, proprio come in italiano, ma voi avete tendenza a estraneizzare i nostri nomi
    Buona continuazione

  2. Ciao, grazie per il tuo commento. Spero che le puntate successive abbiamo mantenuto le promesse. Su Rodica hai ragione, spesso ci dimentichiamo che le nostre lingue sono più simili di quanto normalmente si creda; e quindi grazie per l’indicazione.

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