Frequenze Corsare

Frequenze Corsare: Alessandro Bertante

Alessandro Bertante&EstateCrudele

per Frequenze Corsare

 

Non c’è nessun bianco caucasico in questo desolato crocevia estivo di periferia metropolitana. Seduto sulla barcollante sedia di plastica che mi fa sentire ancora più provvisorio, osservo compiaciuto la nostra futura estinzione.

Sono spariti, hanno paura, stanno rintanati nei loro bilocali tristi con il mutuo da pagare, invece di essere in mezzo alla strada a reclamarne il possesso con il diritto del sangue. Adesso è il mondo delle razze prolifiche.

Mi abbagliano gli occhi le luci chiassose dei negozi affacciati sulla via, sono troppi e c’è troppa gente, che fanno in giro tutti questi sconosciuti? Che vogliono?

Uomini e donne con la faccia uguale senza identità, senza storia, arrivati qua a Milano, la città che non esiste più, a vendere la merce internazionale di ogni luogo, che è uguale in ogni luogo, prodotta con la fatica degli umili e degli sfruttati del mondo lontanissimo di cui non ci è mai fregato nulla.

Tanti cinesi, tanti arabi, gli indiani taciturni e qualche nano sudamericano.

Arriva tutto addosso alla mia sopportazione ed è come una mitraglia. Sono luci colorate e paccottiglia senza senso, urlate da scritte imperscrutabili che raccontano

di lavoro minorile, scatolame accatastato alla rinfusa, ammennicoli di plastica, roba inutile e roba indispensabile. Mi scopro impotente di fronte a tutte queste ciabatte di gomma, a questi sottaceti che non mangia nessuno, datteri, semolino, spezie odorose, pane rotondo dentro sacchi di cellophane, compro oro e vendono le fedi della nonna tenute nel cassetto da trent’anni, frutta sconosciuta, oblunga e coloratissima, grosse salsicce rosa, birra in lattina scaduta che costa centesimi, pezzi di montone tagliato a blocchi che sembrano piramidi rovesciate, foglie di vite arrotolate, magliette sintetiche, cipolle, giocattoli senza peso, accendini di ogni forma.

Proprio io, proprio ora, milanese de puta madre, per sempre dentro a questo caldo assurdo, in mezzo a questi bambolotti orribili, questi chador colorati, patate, pistacchi, pesce surgelato a pacchi informi, riso basmati a pacchi enormi, tuniche bianche, pupazzi.

Sono pupazzi ingrassati.

Abbandonatemi qui, vi prego, in questo crepuscolo rovente, con quel vestito di raso rosso indosso, quel vestito da califfo, circondato da eliche volanti di luce, ancora luce brillantissima, dalla bellezza delle lenticchie arancioni e delle tuniche azzurre.

Abbandonatemi qui, ammorbato dal fiato dei lavoratori indefessi, dalle ciabatte ovunque e per sempre, in un mondo di canottiere a righe, tute cangianti, donne maltrattate e arresti domiciliari.

Abbandonatemi qui, senza ricordi e senza compassione.

Dio mio che vergogna.

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