Gianluca Morozzi & i NOSTRI lettori

 

L’UOMO CHE SUSSURRAVA AI LETTORI

Gianluca Morozzi

per Frequenze Corsare

 


Lo so che suona strano, ma tre ore fa, sotto il portone di Linda, in trepidante attesa, pensavo a Fabio Volo. A livello statistico è insolito, dato che Fabio Volo, come dire, non è proprio al centro dei miei pensieri. Ma è andata così: prima di andare da Linda, mi sono fermato nella libreria del centro commerciale dietro casa mia. A un certo punto ho sentito due ragazze commentare un libro che stavano sfogliando. Ma com’è, me lo consigli?, aveva chiesto una delle due, e l’altra aveva risposto Non lo so, non l’ho mai letto, ma mi hanno detto che non scrive affatto male.   
A quel punto avevo dato un’occhiata al tomo che le due ragazze stringevano tra le mani. Sulla copertina, visibilissimo, spiccava il nome di Fabio Volo.   
Allora ho pensato a tutte le volte che qualcuno mi ha detto Ma lo sai che Fabio Volo non scrive affatto male?, tanto da farmi sospettare che Fabio Volo non abbia un ufficio stampa ma un sussurratore, un sobillatore, uno che va in giro sui treni, sugli autobus, negli uffici postali, attacca discorso con degli sconosciuti, in apparenza per fare due chiacchiere, e a un certo punto butta lì Oh, ma lo sa che Fabio Volo non scrive affatto male? È proprio una figura professionale: l’uomo che sussurra ai lettori.
Insomma: avevo Fabio Volo in testa, quando il portone si era socchiuso.
E io mi ero irrigidito. Quale delle personalità della mia fidanzata sarebbe uscita da quel condominio di quattro piani?
 
Al telefono, la mattina, mi era sembrato di avere a che fare con la Sposa Radiosa. Linda rispondeva con frasi articolate, in tono rilassato, proponeva argomenti, aveva anche riso di gusto a una delle mie straordinarie battute, confermandomi di avere a che fare con la Sposa Radiosa e non con le altre due abitanti della sua testa. Addirittura era così ben disposta da replicare alla mia neutra idea -beviamo qualcosa da qualche parte?- con un’audace e inedita controproposta: E se invece andassimo alla Mansarda a vedere Grey’s Anatomy?
Qui, protetto dall’invisibilità della conversazione telefonica, avevo fatto un piccolo sobbalzo. Linda mi concedeva di vedere insieme Grey’s Anatomy? Ma se non usciva più il venerdì sera da quando le avevano spostato la messa in onda di Grey’s Anatomy, appunto, al venerdì? E non aveva sempre detto che non potevamo vederlo insieme perché per lei era una cosa religiosa, da fare da sola, con i suoi rituali…? Se mi proponeva di guardarlo insieme alla Mansarda, intanto, be’, c’era una flebile speranza che potessimo interrompere la lunga parentesi asessuata della nostra relazione. Sì, sì, era la Sposa Radiosa che mi invitava a passare con lei il venerdì sera, non c’era dubbio. Bastava non fare stupidi errori fino al momento di riattaccare, non fare –assolutamente! – stupidi errori nel corso della serata, e forse Linda non avrebbe cambiato personalità, quel venerdì…
Purtroppo uno stupido errore l’avevo fatto, nel corso della telefonata: mi ero incartato nel chiederle come mai avesse ripudiato il suo adorato Dr.House, se per colpa del nuovo doppiatore o del buonismo che, avevo saputo, iniziava a permeare la serie. Domande che purtroppo le avevo già fatto in una telefonata di qualche settimana prima. E poche cose scatenano la trasformazione come la reiterazione di concetti già più volte espressi.
Dobbiamo fare un’altra volta questa conversazione?, aveva scandito Linda con una voce che non era più quella musicale della Sposa Radiosa, ma quella piatta come ghiaccio della Piccola Iena. Tipo, sapete, il nazista di Bastardi senza gloria, quando la smette di stordire l’interlocutore con il suo brillante eloquio, diventa una burocratica macchina di morte e scandisce Lei nasconde ebrei in questa casa, non è vero? Così avevo chiuso la telefonata in tutta fretta, avevo ribadito bofonchiando l’orario dell’appuntamento, e mi ero cento volte maledetto per l’errore.
Ora la porta si apre. A Fabio Volo non ci penso più.
Chi starà venendo fuori? La Sposa Radiosa? L’abulica Sposa Cadavere? La Piccola Iena?
Se esce sorridendo e mi prende sottobraccio, è La Sposa Radiosa.
Se esce con aria sofferente e lamentosa come se l’avessi trascinata fuori di casa a sorpresa alle cinque di mattina, è La Sposa Cadavere.
Se ha le braccia incrociate sul seno, le labbra serrate e lo sguardo gelato, purtroppo, mi tocca avere a che fare con La Piccola Iena.
Linda esce dal portone sorridendo e mi prende sottobraccio.
È la Sposa Radiosa.
Grazie al cielo.
Adesso devo evitare stupidi errori, di quelli che provocano la temibile trasformazione.
Da casa di Linda alla Mansarda, gli errori che si possono commettere sono molto pochi. Il percorso per la Mansarda ha la durata di un minuto e mezzo, il tempo di girare l’angolo, aprire il cancelletto e il portone, salire le scale, entrare. Certo, volendo posso commettere stupidi errori anche in questo minuto e mezzo: posso sbatterle il cancelletto sui denti, o farla inciampare goffamente lungo le scale, o perdere dieci secondi di troppo per aprire la porta della Mansarda, che ha una serratura molto strana. Le dimostrazioni di imbranataggine e scarsa propensione alle attività pratiche spesso fanno venir fuori la Piccola Iena.
Non le frantumo l’arcata dentale col cancelletto. Mi mantengo a una prudente distanza sulle scale. Indovino il giusto giro di chiave con due soli, svelti tentativi. E siamo dentro.
Da qui in poi, purtroppo, le possibilità che io commetta stupidi errori sono tantissime.
Ora siamo sul divano di pelle nera a guardare Grey’s Anatomy. Lei è rilassata a sinistra con la sua sigaretta, io un po’ teso e rigido sulla destra cercando di cogliere segnali da parte sua, qualcosa che mi faccia capire che magari, finite le due puntate di Grey’s Anatomy, chissà, faremo l’amore.
Quando Linda mi guarda e dice Se bevessimo del vino?, la sensazione che provo è un misto di aspettativa e di terrore.
Certo, il vino in genere rilassa, crea una situazione più distesa, è spesso prologo, in effetti, a vicende sessuali successive, ma aumenta le possibilità di stupidi errori. Potrei partire malissimo, dire entusiasta Vado a prenderlo!, alzarmi di scatto e inciampare nel tappeto, rotolando per la stanza con effetto comico...
In cucina mi verrà la sindrome del cavatappi: non c’è dubbio, spaccherò il tappo di sughero, spaccherò il cavatappi, spaccherò la bottiglia, oppure romperò il tappo solo un po’, facendo cadere pezzetti di sughero invisibili nel vino, e poi…
Allora, per evitare di rompere qualunque cosa, stapperò la bottiglia piano, pianissimo, con lentezza esasperante, tanto che Linda si domanderà Ma che diavolo ci fa in cucina da dieci minuti?, si convincerà che ho fatto un qualche tipo di danno e sto cercando di coprirlo in maniera maldestra, e scatterà la trasformazione.
Il tappo poi viene via in un tempo ragionevole, per fortuna, ma ora subentra un altro dramma: quali bicchieri usare? I calici eleganti da cene con gli amici, o i bicchierazzi da utilizzo privato e casalingo? La situazione potenzialmente romantica imporrebbe i calici, ma non mi ricordo, avevamo avuto qualche tipo di dialogo sull’argomento bicchieri? Mi aveva detto, una sera o l’altra, cose tipo Ma perché usiamo i calici?, teniamoli per gli amici, vanno benissimo i bicchieri normali, o cose del genere? Se me lo aveva detto, io me lo sono dimenticato, lei no, e io adesso sbaglio i bicchieri, sono rovinato e morto.
Santo cielo. Mi sento come il medico di Grey’s Anatomy nella puntata appena finita, davanti al paziente che sta operando. Se taglia di qua, il paziente rimane paralizzato. Se taglia di là, forse si salva. Di qua o di là. Di qua o di là?
Ora, lo so che in un romanzo potrei tenere viva la tensione per quattro-cinque pagine con ‘sta storia dei bicchieri, ma mi inchino ai limiti di spazio.
I calici, sappiate, andavano bene.
Per dieci minuti dopo la fine di Grey’s Anatomy, sul divano di pelle nera in fondo alla Mansarda non capita niente di eclatante. Linda sta rielaborando le vicende dei personaggi, forse, ipotizzando futuri sviluppi della trama, io guardo la tv scrutandola di sguincio, e intanto, coincidenza, comincia un film notturno con Fabio Volo. Uno che non ho mai visto, che film è?, c’è Battiston, c’è Anita Caprioli… Fabio Volo è un ragazzo di successo, fa la bella vita, soldi, donne, ma a un certo punto sviene per strada, un aneurisma, pare... viene operato, si ritrova in ospedale con un compagno di stanza allegro, caciarone, con un’aria vagamente familiare...
Qui Linda smette di fare illazioni sul futuro di Grey’s Anatomy e dice Ma è Ninetto Davoli, quello?, io guardo meglio, dico Ma dai, Ninetto Davoli?, e lei Guardalo bene, per me è lui, lo guardo bene, santo cielo, forse è vero. Va bene, io ho presente il Ninetto Davoli, come dire, pasoliniano, ma qualche annetto è passato, si è ingrossato, sembra Ninetto Davoli in versione espansa, Eh sì, dico, Mi sa che è proprio lui, e dopo restiamo zitti qualche secondo a vedere che succede.
A questo punto le cose prendono una certa svolta. Sarà il vino, sarà che, boh, magari Fabio Volo sofferente e moribondo, in Linda, suscita pensieri licenziosi –non si sa mai-, ma Linda cambia posizione: si sdraia, appoggia la testa sul bracciolo del divano, piega le ginocchia, fa un sospiro invitante e mi scruta in un modo che, con la mia ampia gamma di aggettivi da scrittore, definirei: languido.
A quel punto, incoraggiato, la raggiungo dalla sua parte del divano, e le cose si muovono nella migliore delle direzioni.
L’inizio è buono: riesco a sganciare il reggiseno in meno di un secondo con la mia tipica mossa di pollice e indice, un trucco perfezionato nel corso di questi onesti vent’anni di attività che solo poche volte si è inceppato. Poi, in preda all’entusiasmo, sfilo tutto quel che Linda indossa con due movimenti: tutta la parte superiore, via, tutta la parte inferiore, via. Dopo una frazione di secondo mi viene il dubbio di aver commesso uno stupido errore, perché non è chiarissimo se Linda abbia gradito o meno tanta irruenza.
Insomma, certo, la comprendo: una donna si prepara con cura a una serata in coppia, si arrovella per selezionare l’intimo migliore, la giusta combinazione, ci ha anche speso un sacco di soldi, magari, e il maschio, figurarsi, neppure apprezza, neanche si gode lo spettacolo, tac, tutto via di sopra, tutto via di sotto.
Comunque Linda non protesta per il mio atto di scarsa considerazione per l’intimo femminile. Non cambia espressione, rimane nuda sul divano, io riesco a non collegare quest’ultima frase a Umberto Tozzi e alle stelle di cartone, e le cose possono andare avanti senza intoppo.   
Essendo stata lunga l’astinenza seguita ai nostri litigi, bisogna usare collaudate tecniche per rallentare l’eiaculazione. Non è tanto carino, la prima volta che tu e la tua ragazza fate l’amore dopo varie turbolenze, chiudere la vicenda nell’arco di sessanta secondi. Così mi dedico ai preliminari, in modo da portare anche Linda, più o meno, alla soglia dei sessanta secondi di cui sopra.
Mi metto dunque al servizio di Linda, in un modo che, be’, non siamo in un romanzetto erotico licenzioso né in un manuale di sessuologia, per cui non userò metafore animali o acrobazie linguistiche o freddi termini latini per illustrare l’atto. Vi basti sapere che Linda è mollemente sdraiata sulla pelle nera, io -causa limitata lunghezza del divano- sono fuori dal divano stesso con metà del corpo, le ginocchia sul tappeto, contorto in una posizione in apparenza scomoda, a fare il mio lavoro.
Detta così la cosa sembra faticosa ma, credetemi: ci sono occupazioni più ingrate che portare alle soglie dell’orgasmo una ragazza stupenda nel salotto della Mansarda.     
Poi, al momento giusto, mi snodo dalla mia posizione metà sul divano e metà sul pavimento, mi proietto verso la fase penetratoria finale, e poco dopo io, Linda, Fabio Volo e Anita Caprioli veniamo insieme, tutti e quattro, ai lati opposti dello schermo. Cioè, uno su tre viene di certo. Due, suppongo, fingono per necessità scenica. La quarta, si spera che non finga. Non sembra. Ma non si sa mai.
Ora, dopo qualche secondo di decompressione potremmo girarci, io e Fabio Volo, allungare il braccio, superare la barriera catodica, e stringerci la mano. Oh, complimenti, tutto bene con la tua?, Mah, mi è sembrato di sì, me la sono cavata, dai, Bene, bravo, saluti alla signora, magari una sera usciamo in doppia coppia, che ne dici?
Poi, alzandomi dal divano, colpisco col piede un bicchiere di vino ancora mezzo pieno, dimenticato sul tappeto.
Vino. Rosso. Sul. Tappeto.
E lì, nudo e indifeso, mi giro pian piano per veder sorgere la Piccola Iena.
È uno spettacolo in qualche maniera meraviglioso, vedere la tua morte che ti fissa dal divano. 

 

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