Antonio Verri, un ricordo

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Sono passati vent’anni. Vent’anni esatti oggi, da quando Antonio Verri, poeta segreto e dimenticato di quel Salento d’ulivi e di terre rosse che s’annidava intorno a Caprarica di Lecce, perse la vita in un tragico incidente stradale. Vent’anni in cui Antonio Verri è stato seppellito ogni giorno, dimenticato dalla sua terra, di cui era stato instancabile animatore d’idee e di progetti, e dal mondo culturale italiano che ha lasciato senza voce le sue splendide poesie.

Parlare adesso di Verri è come raccontare una storia senza precedenti: in pochi, se non nessuno, ne ricordano la memoria. Eppure questo poeta esordiente nel 1983 con Il pane sotto la neve – che ne raccoglieva i migliori scritti pubblicati dal 1977 al 1982 –, nella sua vita ha scritto numerosi libri, e fondato altrettante riviste. Le sue erano sempre “parole meravigliose, splendenti, in continuo accumulo, in costante divenire”, come racconta Rossano Astremo che ricorda grazie al libro biografico Con gli occhi al cielo aspetto la neve – dal verso conclusivo della poesia Fate fogli di poesia, poeti – uscito oggi per l’editore leccese Manni, la figura dimenticata di Verri. Parole che si succedevano in libri come I trofei della città di Guisnes? o come Declaro o come Il naviglio innocente, caleidoscopi instancabili di suggestioni e di riflessioni. Parole che affollavano la rivista Caffé Greco, nata nel febbraio 1977 con il desiderio di “parlare a sostegno e in nome di tutti coloro che non possono farlo, di tutti coloro che sono ostacolati, di tutti coloro che sono deviati da false costruzioni storico-geografico-fisiche del nostro Sud, del Salento in particolare”. Ma anche di Pensionante de’ Saraceni che vide la luce nel febbraio del 1992 con il desiderio di “distinguere la buona letteratura, buone operazioni, interventi seri, da quello che è, come dice Arbasino, la topaia dei traffici ai margini e alle spalle della letteratura” e di Quotidiano dei poeti.

Il lavoro di Verri era instancabile e il suo desiderio unico: sperava che il fermento salentino travolgesse l’Italia e che il suo lavoro diventasse linfa per nuove amicizie, nuovi accordi, nuovi confronti. Non temeva di risultare presuntuoso e ridicolo. Non nascondeva il suo carattere difficile, che traspariva anche dagli occhi intensi contornati da folte sopracciglia e dalla barba incolta. Dalle labbra sempre imbronciate, sempre sul punto di dire qualcosa, che spesso restavano invece in silenzio. Non doveva avere un carattere facile, e spesso Verri perdeva la pazienza. Con gli anni cominciò a perdere anche le energie e le forze che lo avevano sempre sostenuto. “Pensionante de’ Saraceni – scrisse a Rina Durante – è figlio delle amarezze, dei vuoti, degli sbandamenti e del candore di un direttore che non ha mai cominciato a vivere sul serio in modo regolare”. Sapeva, Verri, di aver vissuto sempre in bilico, inseguendo la poesia e la letteratura, riservando sempre per primo a se stesso la rigidità del pensiero che lo portò a definirsi, nella stessa lettera “un po’ vile, un po’ triste, un po’ amico dei Turchi”. Arguto intellettuale – “la stupidità è il segno distintivo della condizione del nostro tempo” -, critico e ribelle a qualsiasi tipo di schiavitù soprattutto se legata a un editore, membro del complesso Movimento di Arte Genetica Dòdaro, e poi visionario, instancabile affabulatore e poeta, incredibile sognatore, Verri fu realista fino al cinismo. “Noi lasciamo a Lecce con mezzi poverissimi, in una realtà culturalmente poverissima e preda degli almanacchi, degli editori di storia patria, delle elefantiache cose dell’Università” ammonì in un’intervista, lucidissimo. E la sua vita fu una lotta continua di scouting sul territorio anche a costo di penalizzare se stesso, la propria poesia e il proprio lavoro. Ma Verri era generoso, e i suoi versi – che ancora sperano in un editore nazionale che ne restituisca la necessaria memoria – sono tutti velati da una struggente malinconia come Vorremmo essere noi stessi perché “davanti non abbiamo altro / che la nostra terra”. E in quella terra Antonio Verri, poeta dimenticato, morì nella notte fra l’8 e il 9 maggio 1993 lasciando alle sue spalle un denso vuoto culturale che il Salento soffre, forse inconsapevolmente, ancora oggi.

Questo  articolo è uscito su Repubblica Bari. Frequenze Corsare ha dedicato una puntata ad Antonio Verri che potete ascoltare qui 

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