Oggi, per Lea

 

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Oggi a Milano si sono celebrati i funerali di Lea Garofalo. E alle 19 a Bari, in Via Crispi, ci sarà un incontro con Maria Laterza ed Elisabetta Liguori in suo ricordo. Per l’occasione verranno letti anche dei passi dell’antologia contro il femminicidio “Mai nessuna Più” pubblicato qualche mese fa dall’editore romano Elliot Edizioni e curato dalla brava Marilù Oliva. Durante l’incontro sarà letto anche il mio racconto, La Santa, che dice proprio di Lea e che per rileggerlo insieme a voi, ripropongo adesso. 

L’odore della pelle che viene sciolta nell’acido sa di menta. È un odore forte, pungente, che entra in tutte le stanze e si appiccica alle pareti. Dura per ore, questo odore di morte. Il tempo che la pelle si sciolga piano nella vasca color amaranto, e i tessuti del corpo si sfilaccino fino a diventare sottili, fino ad assomigliare a capelli.

L’odore di un corpo che muore per un colpo di pistola è polvere da sparo. Entra nelle narici, pizzica un poco. Intanto, nelle orecchie risuona il rumore della revolverata: la canna della pistola, il dito che preme il grilletto, il proiettile che parte e lucido attraversa il corpo. Produce un fischio che dura un istante: il tempo di ammazzare.

L’odore di un cadavere che viene seppellito sa di muffa e di terra. Il rumore è quello della pala che scava, nella campagna milanese, una notte d’autunno. Non ci sono alberi, né macchine; un lampione illumina un pezzo di strada più in là, oltre la curva.

Per un attimo la Lombardia coincide con la Calabria, e la storia di Maria[1] è quella di tutte le donne d’Italia. D’improvviso Maria è tutto il dolore. Non ci sono lacrime, né urla né schiaffi, neppure botte e sputi e rancore, neanche odio e offese e disprezzo, per dire cosa diventa la mia Maria la notte del 24 novembre 2009. Diventa un corpo ammazzato e sciolto nell’acido per la cronaca degli anni seguenti. Diventa un corpo sparato, bruciato e nascosto in un campo secondo quanto racconterà poi la storia.

Maria quella notte di novembre è la sofferenza di un doppio lutto: a Milano è morta una testimone di ‘ndrangheta, ma anche una donna ammazzata dal suo ex compagno.

«Tu la conoscevi?» mi chiese N. un giorno d’estate; ormai sono trascorsi molti mesi dal nostro incontro, ma mi paiono soltanto una manciata di giorni.

Era luglio, ed io ero in Calabria da qualche settimana. Vagavo per i posti – luoghi di mare e di montagna; alberi, fiumare, infinite distese di sabbia profumate di gelsomini – in cerca di una risposta a qualcosa che nemmeno sapevo, e intanto intervistavo donne che avevano perso figli e mariti, avevano perso fratelli.

Ascoltavo le loro storie di disperazione, ed era come se il loro dolore per un attimo attraversasse il mio con una scossa profonda, che mi faceva stare bene.

«Conosco la sua storia» risposi.

«È diverso».

Ricordo bene che scossi la testa. Non ero d’accordo. In alcuni casi sapere le storie delle persone – con i loro delicati inganni, le imperfezioni, le insostenibili menzogne che servono a rendere tutto più dolce, tutto più accettabile – è un po’ come averle incontrate. Era il caso di Maria, ne ero sicura.

«Allora? » aveva insistito N.

Anche se non avrei mai potuto immaginare cosa significasse un giorno nella vita di donna e di madre di questa Maria, quello che di lei mi avevano raccontato nei mesi di pellegrinaggio per il crotonese e avevo letto mi era sembrato abbastanza; tutto era sufficiente per tracciare il confine di una donna fragile, vittima dell’amore e delle radici, che aveva trovato il coraggio di andare via dalla casa del compagno per ricominciare. Una donna che era inciampata, si era rialzata, era sprofondata nel buio; perché a cambiare le cose a volte bastano soltanto degli istanti di debolezza. Perché, in fondo, sono gli attimi che fanno, e disfanno, una vita.

Per me Maria è una mattina del 2009 in un bar di Taranto, due ampie finestre sul lungomare e una vetrata di pasticcini; mentre bevevo il caffè avevo aperto il giornale, e a pagina cinque avevo incontrato la sua storia.

Per me Maria è una donna mutilata e umiliata dall’uomo che aveva amato, che l’ha rapita e ammazzata; una donna tradita dalla sua terra e dall’Italia che se l’è dimenticata; una donna che ha vissuto – e continuerà a farlo, per sempre – attraverso la figlia, grazie alla quale ha avuto giustizia.

È stata sua figlia a testimoniare contro il padre, giudicato colpevole dell’omicidio insieme ad altri cinque uomini, fra cui il giovane che all’epoca era proprio fidanzato con lei. È stata sempre sua figlia a impedire che la memoria della madre diventasse come la luce di una candela, che dopo alcuni giorni di fiamma si spegne e non illumina più.

«Allora, dimmelo, che ne sai?» aveva incalzato N., appoggiandosi allo schienale. Ci eravamo conosciute attraverso un amico in comune, e da due giorni mi stava raccontando la sua storia di madre e di donna di ‘ndrina. Aveva dei lunghi capelli neri, un sorriso strafottente le compariva in volto appena riusciva a spiazzarmi.

«So quello che sanno tutti» mormorai.

Sapevo che Maria era nata nella terra della malavita calabrese, ed era rimasta orfana del padre, ucciso in un agguato, a otto mesi. Era diventata grande guardando e imparando cosa significasse la mafia. A tredici anni aveva fatto la fuitina con un giovane di nome F. A diciassette anni e una manciata di mesi era diventata mamma, e con F. si era trasferita dalla Calabria a Milano. Grazie anche al fratello di lei – contabile della ‘ndrina, ammazzato senza pietà nel 2005 -, F. aveva iniziato una scalata per raggiungere i vertici dell’organizzazione criminale in Lombardia. Allora, di soldi in casa ne giravano parecchi, ma erano tutti frutto della droga. Erano tutti soldi criminali.

In Viale M., la vita di Maria prende una dimensione definitiva. Lei conosce bene ciò che vede ogni giorno, ciò che vive ogni istante, ma non lo può più sopportare. Per se stessa, e per sua figlia.

È il 2002, quando Maria va in carcere da F. per dirgli che è finita. È una scelta che contiene dentro di sé tutto ciò che è inevitabile: Maria sa che da quel momento la sua vita cambierà per sempre, eppure va avanti. Da quel momento non è solo una donna che lascia un uomo violento che l’ha sempre trattata come un oggetto, e che è il padre di sua figlia. Da quel momento Maria – come tutte le Marie di Italia e del mondo – diventa una traditrice, perché rinnega la ‘ndrina. Lo strappo è doppio. Ma Maria si fa coraggio, decide di diventare una testimone di giustizia e inizia a raccontare: parla della droga spacciata a Quarto Oggiaro e di un omicidio, spiega come la Lombardia sia sempre più calabrese e Milano abbia la faccia un po’ di Reggio Calabria, un po’ di Crotone.

Diventa una testimone di giustizia ed entra nel programma di protezione. La sballottolano da una parte all’altra dell’Italia. Ormai è per davvero mille donne diverse: tutte hanno un nome differente e vivono nascoste, tutte hanno una scorta che non le lascia mai sole. Maria rischia la vita per quello che ha detto, ma ancor di più perché si è ribellata. È un confine sottile nella mentalità della cosca, ma in questa differenza si annida il destino di Maria che nel 2006 – quando viene esclusa dal programma di protezione testimoni perché il suo apporto non viene considerato significativo – si riscopre più sola che mai.

Lotta ancora: prima fa ricorso al TAR, che le dà torto, quindi prosegue con il Consiglio di Stato. Questa volta le viene data ragione, e nel dicembre 2007 viene riammessa nel programma. Vivrà per poco meno di un anno e mezzo con il nome di un’altra, e alla fine del 2009 deciderà di tornare a casa, di riprendere rapporti con quel F. che era sì, il suo ex compagno, ma era anche l’uomo che lei aveva accusato dell’omicidio del fratello e di cui aveva rivelato ai giudici la vita criminale.

Sembra impossibile, ma è così. Maria conosce le dinamiche della Santa, sa che sulla sua testa c’è una condanna a morte, eppure si fida. Crede alle parole del ex convivente, crede al padre di sua figlia.

Sbaglia nel 2009, quando il 5 maggio 2009 F. manda un uomo per ammazzarla: il killer finge di essere un tecnico per la lavatrice, mentre in realtà vuole soltanto giustiziarla. Si salva per miracolo, ma non impara. È debole, isolata, abbandonata dalla giustizia e dalla sua famiglia. F. invece è seducente come tutti gli uomini che vogliono ottenere qualcosa, e lentamente riconquista tutta la sua fiducia.

Sei mesi dopo, Maria arriva a Milano e vicino corso Sempione incontra ancora F. È con sua figlia, ma l’uomo le separa: manda la ragazza a cena da dei parenti e spiega che è soltanto una cena, si vedranno fra poco, al binario della stazione, quando alle 23 il treno partirà per riportare entrambe in Calabria. La ragazza non lo sa, ma quello con sua madre sarà un addio. Maria resta sola con F. Lui è con i suoi due fratelli, la fa salire su un furgone noleggiato quattro giorni prima da dei cinesi, la porta in un magazzino alle porte di Milano. Poi la tortura. Poi l’ammazza.

La uccide perché ha parlato, certo. Ma la uccide anche perché è la donna che ha amato, con cui ha avuto una figlia, e che l’ha tradito. È la donna che non ha fatto quello che lui voleva, ma ha scelto liberamente per sé e per la figlia. Ha spezzato la convinzione che tutto debba andare così, perché è sempre andato così.

Non so per quanto tempo, quel pomeriggio, ero rimasta in silenzio, ma dopo un po’ N. si era alzata e mi era venuta vicino. «Scuoti ancora la testa?» aveva domandato con aria di sfida. «E non parli?».

D’improvviso, senza neanche accorgermene, mi ero ritrovata a sorriderle, quasi fossimo amiche. Intorno a noi stava facendo buio – e questo me lo ricordo nitidamente, perché il bar sulla spiaggia stava mettendo sui tavolini in riva al mare delle candele, e la gente cominciava a raccogliere i giocattoli di plastica, a chiudere gli ombrelloni, a scuotere gli asciugamani per metterli in dei grandi borsoni azzurri; avevano tutti dei grandi borsoni azzurri, chissà perché.

«Scuoto la testa perché Maria io mi sento di conoscerla» avevo risposto. «Anche se non l’ho mai vista prima, anche se non so quanto fosse alta e che taglio di capelli portasse quando l’hanno ammazzata, io mi sento sua sorella».

Non so perché avessi usato proprio la parola sorella, eppure N. sembrava aver capito. Mi aveva sfiorato con la mano il ginocchio; l’aveva fatto svelta, quasi fosse stato un errore, ma c’era una confidenza che voleva dire che sì, era d’accordo.

Non avevamo detto più niente sull’argomento, ed eravamo rimaste zitte fino a quando le mie parole si erano perdute, quindi avevamo cambiato discorso; N. aveva ricominciato a raccontarmi di suo marito e del suo matrimonio, ma dentro la sua voce c’era un tono diverso, era un senso di abbandono e di rammarico, quello che accompagna le scelte incompiute.

«Tu ci pensi mai, a Maria?» le avevo chiesto, quando il tempo della cena era ormai vicino; non aveva senso rispetto a quello che ci eravamo dette e che ci stavamo dicendo, ma per me era importante.

N. mi aveva guardata. Questa volta ero stata io a spiazzarla.

«A volte, quando guardo mio figlio» aveva risposto. Non c’era bisogno di aggiungere altro, perché tutto era chiaro davanti a me.

Mentre riprendevamo la nostra conversazione, avevo pensato le stesse cose che credo ancora oggi perché, anche se io non lo so che rumore ha fatto il corpo di Maria quella notte – mentre F. e i suoi uomini la bruciavano in un campo a San Fruttuso, a una manciata di chilometri da Monza – posso dire senza paurache la morte di Maria è la spina di tutte le donne. È un delitto di mafia, ma anche l’assassinio di una donna uccisa per essersi ribellata. Soprattutto, però, è l’omicidio di una donna ammazzata perché lasciata sola dalle istituzioni, dalla giustizia, dalla famiglia. Anche da noi, altre, diverse, sempre Marie.

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