A Goa, dove è sempre estate

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Se cercate l’India, Goa non fa per voi. Se invece sognate in pieno inverno splendide spiagge per relax assoluto, yoga e massaggi, o discoteche, casinò e lusso a prezzi contenuti, allora questo piccolo stato che si affaccia sul Mare Arabico è il posto giusto.

Tutti i viaggi a Goa partono dall’unico aeroporto della regione, Dabolim, e si biforcano soltanto dopo aver visitato la splendida capitale Panaji, che racconta molto della dominazione portoghese lunga 400 anni e si trova sulla foce del fiume Mandovi, sul quale vengono organizzate pigre crociere al tramonto.

Panaji è una costellazione di case coloniali, se ne incontrano a decine nella pittoresca Rua de Ourem dove è impossibile non acquistare scialli e bracciali, e di bianchissime Chiese come la Chiesa di Nostra Signora dell’Immacolata Concezione, una lacrima bianca con una splendida facciata barocca consacrata nel 1541 dai navigatori portoghesi, che ringraziavano d’essere arrivati sani e salvi da Lisbona.

La successiva tappa forzata, per dare una spolverata di cultura in uno stato che non ha molto da offrire, è distante una decina di chilometri: si tratta di Goa Velha, che fu capitale portoghese fino alla metà del XVIII° sec. e il cui cuore, che si estende per poco più di un chilometro fra chiese e monasteri, è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Impossibile non restare incantati dalla baroccheggiante Basilica de Bom Jesus, che ospita le spoglie del patrono di Goa Saõ Francisco Xavier, e dalla Cattedrale del Sé, che ha una facciata in stile toscano e la cui costruzione è durata 80 anni.

A Goa però si va per le spiagge che si estendono per 106 km, e sono una costellazione inesauribile di favolosi hotel, bungalow, ristorantini dove è possibile mangiare con i piedi dentro la sabbia e il rumore del mare alle spalle. La parte più settentrionale con Arambol, Mandrem, Calangute e Candolim offre vacanze da Riviera Romagnola: ottimi alberghi a prezzi vantaggiosi – da preferire le catene, perché la pulizia, come ovunque in India, è un concetto piuttosto labile –, una sequenza interminabile di casinò, negozi a non finire che propongono di tutto: da scadentissime pashmine a anellini in smalto. È necessario mercanteggiare, è un buon consiglio è quello di puntare a dimezzare il prezzo iniziale. Per i meno sedentari, noleggiare un motorino e trascorrere mezza giornata in ciascuna spiaggia è la soluzione migliore. Immancabile una sosta ad Anjuna, possibilmente il mercoledì in corrispondenza del flea market dove a vendere non sono solo indiani, ma anche molti occidentali.

Chi è in cerca di silenzio e tranquillità dovrà scappare verso la parte più meridionale dello stato: qui le località sono meno frequentate, ma anche molto meno organizzate. Majorda è piuttosto gettonata, ma le palme sono poche, la spiaggia non è molto pulita e il mare sembra più quello versiliese che polinesiano. Meglio a Benaulin, antico ritrovo di hippy in salsa new age, o per i “duri e puri” della vacanza ecosostenibile Palolem, piccola baia compresa fra un enorme spuntone roccioso e l’isola di Cancona, dove abbondano capanni dal tetto in paglia realizzati ogni autunno e smontati con la fine della primavera, quando il caldo asfissiante e le correnti marine rendono impraticabile la spiaggia; la parola d’ordine è adattamento.

Se cercate lusso e serenità la località perfetta è Cavelossim, dove le celebrità indiane vanno a fare le vacanze e dove ogni albergo ha accesso privato alla spiaggia; ci sono numerosi negozi e piccoli bazar, ed è possibile organizzare con pochissimo preavviso delle lezioni di yoga, da fare casomai all’alba in spiaggia, o massaggi ayurvedici. I posti più esclusivi sono però a Mabor, a una manciata di chilometri da Cavelossim. Un paradiso ancora poco conosciuto dove la spiaggia si estende per 2 km ed è una striscia di terra alle cui spalle, oltre un lussureggiante palmeto, si trova il fiume Sal. Da visitare il villaggio di pescatori di Betul e il Capo de Rama, promontorio a sud di Betul che deve il suo nome a Rama, che qui si sarebbe nascosto durante i suoi 14 anni di esilio.

È una certezza: guardando gli splendidi tramonti da Mobor, sorseggiando un cocktail e mangiando pesce fresco alla griglia, sarà davvero difficile rimpiangere di aver visto poco o nulla della vera India.

 

Questo articolo è uscito il 12 febbraio 2014 sulle pagine di Repubblica.

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