Moda, Moda e Stile, Pagina99

Primavera Giapponese, memoria Fukushima

Comme de Garcons Spring 2014

 

In principio a Parigi fu Hanae Mori, nel 1961. Dieci anni dopo seguì Kenzo e quindi, nel 1981, la triade artefice della rivoluzione giapponese: Issey Miyake, Yohji Yamamoto e Rei Kawakubo. I creatori del crow look all’epoca produssero uno shock culturale. Erano la rottura nel monolite granitico della moda occidentale. Prima, nessuno aveva mai immaginato che una donna potesse indossare abiti imperfetti, bucati, non aderenti. Senza compromessi, con quella grazia e inflessibilità tipica del Sol Levante, la triade si ribellò al corpo della donna e alla sua retorica canonizzazione, utilizzando la medesima lingua e identici codici dello stile che contestava: era in corso un défilé, ma per la prima volta non sfilavano mannequin; piuttosto, andavano in scena madame.

Pur interpretando diversamente la spaccatura, i tre furono accomunati. Miyake, sopravvissuto a sette anni alla tragedia di Hiroshima, ritrovò grazie alla ricerca ossessiva della perfezione nel dettaglio e nel taglio del tessuto quel loop che la tragedia atomica aveva in lui generato. Yamamoto, che adesso ha all’attivo tre linee di grande successo e in Giappone è considerato un demi-dieu, venne battezzato per la sua collezione come “la bomba atomica”. Rei Kawakubo, l’eterno caschetto nero con frangia, il viso appena indurito dagli anni (adesso ne ha settantuno), con il marchio Comme des Garçons propose il mantra la mia donna non si veste per attrarre, ma per se stessa; lo declinò in abiti oversize, acconciature sbilenche, incedere annoiato: fu un successo. A distanza di trentatré anni, Miyake si è ritirato, ma Yamamoto e Kawakubo non sono mai stati tanto in sintonia come adesso nel ricordarci che poche cose al pari della moda possono interpretare un Paese, una cultura, un tempo e i suoi drammi.

Lo spiega lo stesso Yamamoto nell’omonimo documentario biografico uscito nel 2011: “Sono nato nelle rovine. Non ho memorie della cultura giapponese perché tutto era stato distrutto. Quindi forse le mie radici affondano lì, nelle rovine di Tokyo”. Se non proprio nelle macerie, certamente nei tragici eventi che hanno interessato e coinvolgono oggi il suo Paese. Non è dunque un caso che il prêt-à-porter proposto per questa primavera confermi il devastante effetto Fukushima, un condensato di toni scuri, modelle pallide, procedere incerto o, addirittura, marziano. Se per Yamamoto la donna è vestita di nero, i capelli sono intrappolati in una rete, contorti, senza forma, per Kawakubo ci sono gabbie che incorniciano il corpo, lo frenano e allo stesso tempo lo proteggono; una gigantesca medusa si allunga sul volto di una modella, mentre su un’altra il rossetto borgogna restituisce una dimensione definitiva e mortale. In linea con il sentimento luttuoso si ritrovano altri due giapponesi di fama come Tadashi Shoji – che per la primavera propone donne-madonne, sguardi imbronciati e abiti prigione, aderentissimi, che sono una sovrapposizione di chiari e di scuri – e Tsumori Chisato, abile nel rappresentare scenari marittimi popolati da gigantesche, contaminate, meduse. Così, un’elegante tristezza si stende sulle collezioni primaverili provenienti dal Giappone che “non ha petrolio né diamanti, ma il senso dello stile”. Parola di Diana Vreeland. In ogni caso, da un abito over a uno shake maki, c’è chi giura che il tempo dei giapponesi sia prossimo allo scadere. Sarebbe una novità, visto che questo destino viene loro pronosticato fin dagli esordi. Secondo i trendsetter, presto a dettare la legge saranno i coreani, incominciando dallo stile british di Eudon Choi per arrivare a quello estremo di Lie Sang Bong. In fondo, come è solita ripetere Anne Wintour, lo fece anche nel celeberrimo The September Issue: “La moda non guarda indietro. Guarda sempre avanti”. Nel bene, e nel male. Dittatura compresa.

 

Comme de Garcons Spring 2014 Spring 2014 2

 

Questo articolo è uscito su Pagina99 WE il 1 marzo 2014.
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