Questioni di grey (market)

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Charles Frederick Worth aveva dei lunghi baffi, amava i copricapo bizzarri ed è unanimemente considerato il padre fondatore dell’alta moda: lui non lavorava seguendo i desideri delle clienti, ma unicamente la sua creatività. Era il 1870 e già all’epoca gli abiti falsi inquinavano il mercato. Worth però ebbe un’idea: avrebbe venduto i suoi modelli attraverso delle concessioni perché questi non venissero riprodotti in modo illegale ma, anche se con guadagni inferiori, seguendo le sue indicazioni o i suoi cartamodelli. Insomma, if you can’t beat them, join them.

Un motto che gioverebbe non poco alle aziende nostrane di alta moda alle prese oggi più che mai con il grey market dell’abbigliamento, ovvero quel canale di vendita legale, ma non autorizzato, che porta a commerciare fuori dai canali distributivi predefiniti dall’azienda fabbricante determinati articoli. Insomma: il brand di lusso non vuole vendere i suoi articoli a Singapore? I buyer fanno da sponda, comprano in Italia da alcuni negozi multimarca dotati di licenza e poi rivendono. Le regole di questo mercato parallelo non sono comunque una novità. Negli anni Novanta c’erano le sigarette, e negli ultimi tempi se ne è parlato a lungo per quanto riguarda farmaci, alcolici, prodotti di elettronica e perfino pianoforti.

“Si tratta di una cosa che tutti sanno ma che nessuno dice – mi spiega M.F, quarantacinque anni, una vita passata a selezionare e comprare abbigliamento per mezzo mondo come international buyer –. Un segreto di pulcinella. A chiunque, guadando la boutique di provincia zeppa di vestiti da mille euro e borse da almeno il doppio, è passata per la testa la domanda: ma come fa?”. Fa che in un’Italia dove ogni mese chiudono 134 negozi, e le previsioni per il futuro segnalano che nel 2014 la situazione sarà altrettanto grave se non peggiore, questi shop del lusso multimarca continuano ad avere un business di svariati milioni di euro. Merito dei Paesi in via di sviluppo dove i brand non danno ancora le licenze, o ne danno molto poche, perché li considerano i luoghi ad alto rischio economico e a elevatissime incognite di immagine.

“Dolce&Gabbana, Prada, Gucci, Fendi, Giorgio Armani – continua M.F., che per ovvi motivi preferisce rimanere anonimo -. Nessuno è immune, anche se tutti fanno finta di niente perché, in fondo, si tratta sempre di vendite e di soldi che entrano. È un giochino che fa comodo a tutti”. Già, un giochino che si articola come una scatola cinese: la boutique romana, o milanese o fiorentina, ma anche il piccolo negozio di provincia, acquista abiti di una data marca per cui ha avuto la licenza con percentuali di sconto che vanno dal 50% al 70% e poi li rivende, con uno sconto leggermente inferiore, a quel negozio russo o cinese, kazako o libanese, che non ha l’autorizzazione da parte della casa di moda, ma una clientela interessata al brand. “Non c’è niente di illegale: tutto viene fatturato – continua M.F. -. Certamente il guadagno è inferiore rispetto a quello che si ha vendendo direttamente al pubblico, quando gli articoli sono commercializzati al prezzo di cartellino, ma le grandi quantità fanno la differenza”. E salvano – con il favore o meno delle aziende – le boutique multimarca. Di provincia, e non solo.

 

 

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Questo articolo è stato pubblicato sabato 15 marzo su Pagina99. Le foto inserite sono di abiti disegnati da Charles Frederick Worth.

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