Quando la moda arriva dietro le sbarre

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La moda è una pianta rampicante che cresce dove meno te la aspetti. E così capita di ritrovarla con la forma di oggetti dal design sorprendente, meravigliose giacche di broccato o di raffinatissima seta grezza, borse in pelle dai dettagli fluo e collane baroccheggianti, dentro il carcere. Si tratta di un business buono che fa della bellezza la chiave per il reinserimento sociale, e coinvolge dieci carceri italiane, avamposti di rieducazione in quel mare magnum di disperazione che è la situazione detentiva in Italia. Protagoniste sono soprattutto le 2821 donne – il 4,3% del totale dei carcerati, di cui 1102 straniere – che ogni giorno imparano il mestiere dell’artigianato e della creazione dalla Puglia al Piemonte.

A Lecce nel 2007 è nato, grazie a Luciana Delle Donne, Made in Carcere, che coinvolge 20 detenute e propone accessori da 5 a 50 euro. A Roma la produzione è quella di Rebibbia Fashion, lussuose e artigianalissime borse in pelle o in cuoio dall’omonimo carcere. A Genova le detenute di Pontedecimo producono abiti e bijoux con l’evocativo marchio Creazioni al Fresco.

Le realtà più artisticamente interessanti sono però a Nord, a Torino e a Venezia. Nel carcere femminile della Giudecca da dodici anni opera Il Cerchio. “All’inizio – spiega la vice presidente, Annalisa Busetto – la produzione era limitata, ma adesso le cose sono cambiate e nel 2003 in Campo S. Antonin abbiamo aperto il negozio Banco Lotto n°10, che propone abiti artigianali che puntano sulla qualità delle stoffe, le mitiche Rubelli”. Alla Giudecca lavorano due persone esterne e sette detenute, tre delle quali sono assunte dal Comune e arrivano a guadagnare più di 800 euro al mese. “Nel corso di questo decennio – continua Busseto – abbiamo presentato parecchie sfilate di moda in luoghi simbolo della venezianità e al momento lavoriamo anche per commesse esterne. Per la Fenice abbiamo creato numerosi costumi, e per loro curiamo anche la manutenzione degli abiti di scena”.

Più design e meno tradizione a Torino, dove l’Associazione lacasadipinocchio dal 2008 lavora con le detenute del carcere Lorusso Cutugno. “Abbiamo creato il progetto Fumne, che in piemontese vuol dire donne. Produciamo borse, bigiotteria, scialli, articoli per la casa. Le nostre proposte di stile e di design partono da materiali di recupero donati dalle aziende della zona, e la loro unicità è merito esclusivo delle detenute: quando arrivano all’atelier non hanno nessuna speranza, ma appena il loro innato rifiuto delle regole viene indirizzato artisticamente nasce un cortocircuito che produce genialità anziché devianza” spiega Monica Cristina Gallo, presidente dell’Associazione. Una catena virtuosa che permette alle detenute, regolarmente assunte, di guadagnare e che oggi si articola anche con FumneLab, laboratorio mensile che apre le porte del carcere alle donne interessate a imparare le tecniche manuali dalle detenute, e FumneIndependent, progetto formativo che prevede corsi per le donne prossime all’uscita. “Nel nostro atelier – conclude Gallo – abbiamo coinvolto fino ad oggi quaranta carcerate. Il nostro sogno è quello di fornire loro competenze pratiche e nuova fiducia in se stesse perché soltanto così avranno più possibilità di trovare un lavoro e aiutare onestamente la famiglia”. Insomma, se avevate dubbi che la moda potesse essere bella e buona, eccovi smentiti.

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Questo articolo è stato pubblicato sabato 22 marzo su Pagina99 WE. 

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Le foto sono tratte da www.buru-buru.com dove vengono messe in vendita le creazione di Fumne. 

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