A proposito di Lucca, Toscana, Lucca, Tutto, niente

A proposito di Lucca, un’anteprima

C’è una Lucca di alberi e di prati, dentro la quale è bello camminare la domenica, magari con il proprio cane, incontrando per sbaglio vecchi amici che non cambiano mai, e poi fermandosi su una panchina a guardare il laghetto dell’Orto Botanico o le macchine che passano di fronte alla stazione, immaginando arrivi e partenze.

C’è una Lucca di negozi, da sabato pomeriggio, con boutique storiche agghindate come ottantenni alla messa che nelle vetrine custodiscono ancora la memoria del tempo antico. C’è la Lucca dei negozi della grande distribuzione con i neon, i manichini economici, gli adesivi fosforescenti che indicano gli sconti. E poi quella genuina del mercato del Carmine, quella annoiata di alcuni bar che si affacciano su Piazza San Michele, quella dei bambini che il sabato pomeriggio vanno al catechismo e giocano a pallone dietro la Chiesa di San Paolino, quella degli adolescenti che fanno lo struscio in Fillungo e che mi ricordano quando, un tempo, lo facevo anche io. C’è una Lucca per ogni lucchese, ed è sempre fatta di strade, brandelli di Mura, rumori e odori; in poche parole: di sguardi e ricordi.

Le città, ammoniva Italo Calvino, “come i sogni sono costruite di desideri e paure”. E sono formate anche dal sub-limine, quel sentimento che lo scrittore Manlio Cancogni, adesso novantenne e ostinatamente versiliese, raccontò nel suo esordio Azorin e Mirò oltre mezzo secolo fa, nel 1948: “Il sub-limine era come la grazia; quando arrivava, tutto ciò che cadeva sotto gli occhi di Azorin e Mirò e i loro sensi rinasceva; come se i sensi parlassero loro per la prima volta, avendoli fin a quel momento solo informati, per così dire, dell’esistenza delle cose”. E, ancora: “Bisogna subito dire che il sub-limine era l’eccezione, che tutte le cose potevano essere sub-liminari ma era più il tempo in cui non lo erano, e che Azorin e Mirò soffrivano proprio di questo, della normale non sub-liminarietà delle cose, e che perciò attendevano i rari istanti in cui il tessuto opaco delle cose si rompeva, e dal suo grigiore compatto scaturiva bello, puro, inimitabile il sub-limine”. E allora con questa rubrica della domenica scoprirò e racconterò con voi la Lucca sub-liminare, l’istante in cui le cose – intese come luoghi, storie, persone – perdono la loro quotidianità per essere altro. Come quella Lucca che compare all’improvviso, poco prima dell’alba, e nel suo silenzio maestoso, senza confini, diffonde una allure unica e magica. Quella Lucca con le luci soffuse che sembra di stare sul set di un film romantico, esattamente nel momento in cui lui sbaglia strada e per caso incontra lei, che amerà per sempre. Quella Lucca che ti fa stare nel mondo, che è un altrove eterno nel tempo e nello spazio; quella Lucca che tutti quanti abbiamo intravisto almeno una volta e che sì, ci ha fatto decidere di restare, ci ha fatto definitivamente innamorare.

 

Lucca_labirinto

 

Domani su “Il Tirreno” inizia la mia rubrica domenicale A proposito di Lucca di cui questo è un ideale prologo.

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