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Viaggio nel Made in Italy, dove anche il falso può essere vero

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Frammenti dalla Patria del Made in Italy: un italiano su due ammette di comprare tarocco, ogni giorno la Guardia di Finanza sequestra centinaia di capi contraffatti tanto che nel 2013 sono stati confiscati 22 milioni di articoli d’abbigliamento, laboratori di “falsi veri” si moltiplicano fra Puglia, Campania e Toscana. Non producono più per le grandi aziende in subappalto e con condizioni pietose, come il sarto Pasquale di Gomorra, ma si ingegnano per mettere in circolo articoli contraffatti a prezzi da autentici.

Se oggi la moda italiana è un giro da 50 miliardi di euro di fatturato l’anno, con esportazioni per 27, anche il mercato del falso non se la passa male: produce 6,9 milioni di euro fra abbigliamento, giocattoli e falsi. La Camera di Commercio stima che i fake rubino al nostro Paese ogni anno 110.000 posti di lavoro e 13,6 miliardi di produzione alle imprese. La questione del tarocco non è dunque più lineare come un tempo. È un mercato agguerrito e globale, in cui però riusciamo a primeggiare: noi italiani ne siamo i terzi produttori europei, e i primi consumatori.

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“All’inizio c’erano le paccottiglie vendute solo da marocchini e senegalesi a bordo spiaggia o su improvvisati banchetti di cartone – spiega Giò Rosi, pseudonimo dietro cui si nasconde un consulente di produzione delle più importanti aziende del made in Italy -. Falsi evidenti, dall’aria talmente grossolana da non trarre in inganno nessuno”. Merce contraffatta prodotta in Cina, ma anche in provincia di Napoli, nella zona di Martina Franca, nel Pratese. Ed è proprio dal Macrolotto che decido di iniziare questo viaggio nelle viscere del mercato patacca. Ci vado di sera, quando si avverte solo l’odore di maiale fritto e il rumore delle macchine da cucire. Per le strade non c’è nessuno, ma di giorno qui è tutto un via vai di camion con targhe spagnole, francesi, tedesche: vengono a comprare pronto moda, abbigliamento usa e getta per i mercati d’Europa e per i negozi low cost. La merce è di qualità neppure troppo scadente, e la domanda è sempre la stessa: ingrosso o negozio? “Qui – mi spiega Eling Zhan, ventidue anni, lunga frangetta e jeans bucati – possiamo fare tutto quello che vuoi. Devi solo portarci gli originali. Per mille capi ci vogliono due giorni”. Zhan è nata a Prato, la sua famiglia è emigrata in Italia trent’anni fa dalle campagne intorno a Shenzhen. “Ma se il capo è di marca?” domando, fingendo noncuranza. Intorno a noi ci sono migliaia di trench, giacche a vento, pantaloni, jeans, golf e t-shirt. È un carnevale di colori, di stoffe, di stili. Del rogo mortale che sconvolse l’Italia a dicembre – e delle condizioni pietose in cui qui si lavora – nessuno sembra aver più ricordo. Lei scuote la testa: “Non è un problema, ma mettere le etichette costa di più”. Già, ci vogliono dai due ai tre minuti. Ma è in questo brandello di tela disegnata, spesso proveniente dalla Turchia, che è contenuto il confine fra vero e tarocco. “Purtroppo – puntualizza Giò Rosi, autore del libro-confessione Made in Italy (Anteprima) – esistono falsi che sembrano veri perfino agli occhi di chi è esperto come me. Sono oggetti prodotti dalle medesime aziende che confezionano per quelle di moda, dunque non variano né il tessuto né le modalità di produzione. Capita per Benetton, Valentino, Dolce&Gabbana, Cavalli. Ma la lista è lunghissima”. A essere penalizzati non sono tanto i consumatori – che credono di comprare un originale, e invece acquistano una copia con la medesima qualità della versione ufficiale – quanto le case di moda che in questo gap perdono, spesso a loro insaputa, centinaia di migliaia di euro. “Funziona così: l’azienda decide di delocalizzare, si affida a un licenziatario che seleziona le alternative economicamente più vantaggiose, tutto viene portato all’estero, ma manca il controllo. Le firme più importanti mandano checker una volta ogni due, tre mesi e così se invece di 5000 giacche ne vengono realizzate 10000 nessuno è in grado di scoprirlo. La commercializzazione è più complicata, qualcuno a volte viene beccato, ma tutto rimane sotto traccia”. Le mete più gettonate in Europa sono la Bulgaria e la Romania, dove una linea interminabile collega le varie confecioni che sorgono indistintamente in ogni città fra Sofia e Bucarest. La tradizione sartoriale qui è quasi centenaria: in queste terre l’URSS faceva produrre i capi d’abbigliamento, ed è proprio qui che i precursori della delocalizzazione, come i Marzotto, arrivarono ai tempi di Ceaușescu. Gli stipendi arrivano a 250-300 euro e così l’azienda si illude di risparmiare, intrappolandosi in situazioni poco gestibili.

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La domanda viene spontanea: ma quanto costa realmente un capo d’abbigliamento? “Per fare un giubbino – continua Rosi – un tessuto discreto costa 3€, i bottoni 0,50 l’uno, la zip meno di 1€, le fodere e gli adesivi per correggere gli errori arrivano a 2€. Con la manodopera si sfiorano i 30€ per prodotti di media qualità. Gli articoli venduti a 800€ nei negozi hanno invece circa 30€ di materiale e 30€ di manodopera. In Italia non è molto diverso: il risparmio Paesi dell’Est-Italia è di 7, 8, a volte 9 €”. Tutto qui? “Già, tutto qui. Per questo molti vanno in Cina, in Bangladesh, in India. In Oriente è possibile anche eliminare la fase della creazione e della progettazione: ci sono delle realtà che forniscono collezioni chiavi in mano”. È cosa poco nota, ma reale: un’azienda del genere l’ho visitata una manciata di settimane fa a Jodhpur, nel Rajastan. Era un’interminabile sequenza di pantaloni, giacche e maglie. In fondo, una stanza dove si poteva scegliere il colore, il tessuto, lo stile per ogni singolo articolo. Fra i suoi clienti aziende nostrane di fascia medio alta: le maglie che pagano quattro euro, le vendono a centocinquanta. “Se continuiamo così perdiamo l’essenza del made in Italy. Stiamo diventando il paese del pronto moda. Soltanto alcuni grandi gruppi, come il leader LVMH che fa un fatturato di 24 miliardi di euro e possiede marchi come Dior, Vuitton, Fendi e Marc Jacobs, investono ancora nel nostro Paese facendo sopravvivere i nostri laboratori” conclude Rosi. Per dirlo con le parole di Theodor Adorno: “Il tutto è falso”. Adesso tocca a noi trovare in cosa (e dove) è possibile riconoscere ancora qualcosa di vero.

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 Questo articolo è stato pubblicato su Pagina99WE sabato 5 aprile. 

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