Due o tre cose che ho imparato da Irene Brin

Irene Brin profilo

 

 

La prima volta che ho sentito parlare di Irene Brin avevo sei anni. Stavo mangiando una crème caramel a casa di mia nonna, e zia Titina – una donna con i capelli in mille boccoli e le guance sempre rosa, il rossetto color ciliegia e dei meravigliosi colli di pelliccia anche in estate – si avvicino e mi disse, con aria un po’ sorpresa e un po’ stizzita: “Ma cosa fai birbantella? Per mangiare il dessert si usa la forchettina, mica il cucchiaino!”. Ricordo perfettamente che l’avevo guardata come si fa con uno zombie o, peggio, con una formica che si arrampica sulle gambe mentre stai prendendo il sole: “Cioè?” avevo domandato. L’educazione non era mai stata il mio forte – non a caso le suore mi rincorrevano chiamandomi con epiteti indegni tipo “satana” o “diavolino”, deprimendo a ogni incontro mia madre che sognava di crescere una principessa e, per sua stessa ammissione, si era ritrovata un caterpillar -, ma non doveva essere innata neppure in mia zia che con un gesto fulmineo mi aveva sottratto il cucchiaino grondante saliva e mi aveva detto, con l’aria compassata delle signore benestanti del Sud, “amorino, devi fare come ti dice la zia! Questo glielo ha insegnato Irene Brin in persona”.

Quel nome mi fulminò come accade quando hai tredici anni e improvvisamente incontri gli occhi di un compagno di classe che non ti interessa più soltanto per copiare gli esercizi di geometria, ma ti piace anche per andare a fare le passeggiate, darti i baci e pretendere regali. “Irene che?” domandai, e lei scandì piano quelle lettere che mi tornarono in mente soltanto vent’anni dopo, quando ormai ero certa che zia Titina non fosse veramente mia zia – ma soltanto una delle numerose zitelle che gravitavano intorno alla famiglia di mia madre e che erano state investite di un ruolo famigliare per giustificare le inutili e ripetute raccomandazioni, e le incessabili richieste di baci e di abbracci – e che certamente non averebbe potuto mai incontrare Irene Brin. Zia Titina, infatti, non si era mai mossa da Taranto quando Irene Brin non era mai andata più a Sud di Napoli o, forse, di Salerno. Fatto sta che quell’illuminazione mi insegnò qualcosa: per quanto tu desideri essere snob, non mentire mai a una bambina di sei anni che sta mangiando il suo dolce preferito. Se lo segnerà al dito e poi, appena potrà, si vendicherà raccontando a chiunque, e con una cattiveria crescente, la verità sul tuo parrucchino, sui guanti di pelle messi per nascondere le mani rugose e sui colletti di volpe indossati a celare la cascata della pelle tutto intorno alla giugulare.

Non so perché, ma questa storia mi è definitivamente tornata in mente – in tutte le sue drammatiche e allo stesso tempo comiche sfumature – dopo diversi anni, mentre chiusa nei sotterranei della Galleria D’arte Nazionale Moderna leggevo da settimane, e senza interruzione alcuna, i documenti editi e inediti di Irene Brin della quale, chissà per quale imprevisto e irrazionale desiderio, avevo deciso di occuparmi dopo il fortuito incontro consumato in un deprimente pomeriggio domenicale in quel di Prati, quando mi ero imbattuta in lei in un trafiletto di un libraccio rimediato in soffitta.

Più leggevo di Irene Brin e più restavo stupita: nella sua vita era stata grandissima giornalista di costume, la prima di tutte, e aveva firmato paginoni accanto ai più grandi, diretta da geni come Leo Longanesi e Indro Montanelli; aveva avuto la galleria d’arte moderna più conosciuta e stimata di Roma, la Galleria dell’Obelisco, grazie alla quale aveva dato fama a Vespignani, Balla e Burri ma anche ad Afro e a Dalì; aveva insegnato agli italiani cafonissimi l’educazione con il nome di Contessa Clara; era divenuta alfiere del made in Italy, stimatissima da Diana Vreeland che l’aveva fatta Rome Editor per Harper’s Bazzar e attivissima in quel gruppo che avrebbe fatto nascere, nel 1951, la prima sfilata di Pitti. Era stata, insomma, in tutti i salotti, scantinati, cucine, case e casine che al mondo contavano: era stata invidiatissima, amatissima, detestatissima. Quando era morta, nel 1969, un’ombra eterna era calata su di lei e l’aveva fatta dimenticare all’improvviso. La colpa? Non aver accettato in vita quei compromessi che ti permettono di essere etichettata come una cosa soltanto. Non aver avuto figli capaci di preservarne attivamente la memoria. Non essersi preoccupata di quello che sarebbe stato una volta tolti i guanti bianchi, e indossato un abito delle sorelle Fontana nero. L’insegnamento: non importa chi sei, tanto finirai certamente dimenticato. Velle, nolle, malle.

Questo pezzetto è uscito su NuoviArgomenti.net

 

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