Questioni di artigianato

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Era il 1910. A Parigi sfilavano le modelle di Paul Poiret, elegantissime in verticali abiti sgargianti, e nell’aria si avvertiva il futuro che avrebbe avuto la semplice raffinatezza di Coco Chanel e la sontuosità di Monsieur Dior. In Italia, invece, la moda non era più di casa da almeno cinquant’anni, la guerra aveva sfibrato le sartorie e la creatività nazionale, lasciando però una scia di abili artigiani, che avevano ereditato tradizioni e capacità dal Medioevo, all’epoca delle Arti Maggiori e Minori. I bravi maestri dell’epoca avevano nomi come Gucci, Fendi e Ferragamo, ma fu necessaria la nascita di Pitti prima, e di stilisti come Valentino e Armani poi, per fare grande la nostra moda all’estero. A cercare un sinonimo di quel made in Italy che affascina anche i Paesi Emergenti, tanto che entro i prossimi sei anni le importazioni dovrebbero raggiungere il 40%, forse non è la nostrana creatività, quanto piuttosto la qualità della lavorazione e l’attenzione ai dettagli. Non c’è dunque da stupirsi che Luis Vuitton abbia scelto di puntare sull’Italia per la sua filiera produttiva, affiancando giovanissimi apprendisti ai 138 artigiani-operai dell’azienda di Fiesso d’Artico, fra Padova e Venezia, dove dal 2003 produce calzature. E che Prada abbia deciso di fare qualcosa in più: inaugurare la Prada Academy che, ideata da Patrizio Bertelli, partirà nel Valdarnese l’anno prossimo e sarà rivolta a 60 ragazzi tra i 16 e i 21 anni, che verranno istruiti secondo la tradizione di bottega: i vecchi operai formeranno sul campo i nuovi. Design Zhang Ziyu Da tempo, però, sull’appeal dell’Italia artigiana puntano anche gli stranieri – come il Maestro Raymond Riaci, che nel 1983 ha aperto a Firenze una scuola di arti e mestieri, insegnando ai giovani di tutto il mondo l’arte di calzolai, orafi, maestri pellai e vetrai – o le grandi accademie di formazione italiane, dall’Istituto Marangoni all’Accademia di Costume e di Moda di Roma, che quest’anno festeggia cinquant’anni e ha prodotto talenti come Frida Giannini e Tommaso Aquilano, artefice in coppia con Roberto Rimondi delle collezioni Fay. “Le nostre parole chiave – spiega il direttore Andrea Lupo Lanzara – sono ricerca, progettualità, prodotto e stile. Seguiamo i nostri studenti tanto nel processo di creazione quanto in quello pratico. È fondamentale imparare cosa c’è dietro un’idea, ovvero quella dimensione artigianale che contraddistingue il nostro Paese da sempre”. Più proiettata nel futuro è forse la posizione del Polimoda di Firenze, nato trent’anni fa per creare un legame ancora più forte fra il capoluogo toscano e lo stile. L’istituto ha infatti appena mandato a battesimo il mastering craft for fashion, un corso di quattro anni che spingerà gli studenti fra legno e pizzo, passando dalla ceramica alla paglia, a creare corsetti e maglioni, ma anche video e libri che riassumano il concetto di artigianalità e creatività. “La moda – commenta la direttrice, Linda Loppa – è in continua evoluzione. Si tratta di uno specchio che riflette il futuro ed è la fotografia in movimento dei comportamenti sociali, politici ed ecologici del mondo in cui viviamo. In questa frenesia si inserisce l’artigianato, che deve necessariamente essere al passo con i tempi. Noi vogliamo creare artigiani per la moda, ovvero figure capaci di creare il prodotto artigianale e saper raccontare delle storie antiche, guardando allo stesso tempo il futuro”. Una sfida difficile, ma oggi più che mai necessaria.

Questo articolo, in una versione diversa, è uscito sabato 10 maggio su Pagina99.  

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