Alla Gorgona, da domani su Radio3

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C’è una linea sottile, appena percettibile, a legare la Garfagnana con una piccolissima e inaccessibile isola a un’ora da Livorno. Parte dallo splendido borgo di Lugliano, che oggi non arriva neanche a 200 abitanti, e raggiunge Gorgona: 5 civili, 30 guardie penitenziarie e 66 detenuti.

Si tratta di una storia antica, piuttosto sconosciuta. Risale all’inizio dell’Ottocento e trova le radici in due famiglie di Lugliano, i Citti e i Dodoli, che furono inviati dal Granduca di Toscana con il preciso intento di dare prosperità e coltivazione a questo scoglio di due chilometri quadrati, equamente suddivisi fra rocce e alberi, piantato nel Mar Tirreno, ai margini dell’Arcipelago Toscano. Secondo la leggenda, dalla nostra Garfagnana, martoriata dalle carestie e dalla penuria, partirono in duecento. “Dovevano addomesticare la terra, ma si trasformarono in pescatori” mi spiega la memoria storica dell’isola, Luisa Citti, ottantasette anni, un vestito a fiori e un golf azzurro messo sulle spalle.

Mi accoglie nella casa dove è cresciuta – “e, prima di me, qui sono nati i miei genitori e prima ancora i miei nonni. I miei trisnonni venivano direttamente da Lugliano” -, circondata da decine di gatti e da piante grasse. Alle sue spalle una finestra è spalancata sul mare: si vede il porticciolo dell’Isola, la spiaggetta di sassi, il faro. Di fronte, a sforzarsi, si riconosce il confine della terra e di Livorno. Dietro di noi ci sono altre poche case, una strada in salita fatta di ciottoli, la grande piazza con lo Spaccio e la Chiesa; poco più su, la Direzione della casa circondariale e due giganteschi edifici, che in realtà sono le sezioni del carcere, nato come succursale di Pianosa nel 1869 e rimasto adesso l’unico penitenziario a cielo aperto di tutta Italia.

Un gatto miagola, le salta in grembo. Luisa lo accarezza e torna a raccontare dell’isola. Spiega quanto sia cambiata in questi anni (“hanno chiuso la posta, eliminato i collegamenti, da quando non c’è la scuola tutti quanti vanno via per far studiare i figli e tornano solo l’estate, per fare i bagni”), dice dei detenuti che “sono in villeggiatura, perché anche se lavorano tutti stanno nel posto più bello del mondo”, racconta che “qui il tempo mi passa rapido, fra un libro e un lavoro a maglia. La gente dice che si annoia, ma io non la capisco”. Parla con un accento che ha qualcosa dell’allegria livornese, ma anche molto – un sottofondo musicale appena riconoscibile, tanto simile alla risacca del mare che fa da accompagnamento alla nostra chiacchierata – dell’antica cadenza garfagnina; nella sua voce è appena percettibile la malinconia di chi sa che dopo di lei non ci sarà nessuno a ricordare di quelle “strade dove sono passati tutti i miei avi”. In effetti, Luisa è l’unica vera gorgonese che qui vive tutto l’anno. La porzione più numerosa della popolazione è formata dai detenuti, impegnati nell’azienda agricola e nella fattoria, nella macellazione, nella produzione di insaccati e formaggi, nei vigneti che producono il bianco Gorgona in collaborazione con la cantina Frescobaldi e negli uliveti. La popolazione civile è molto ristretta: una cuoca, un dottore, saltuariamente un veterinario, qualche moglie – come Maria Teresa Insegno, che da Roma si è trasferita da cinque mesi: “ho visto il tramonto a Torre Vecchia e ho capito che questo era il mio posto”.

Il restare stregati dall’isola è ricorrente nelle conversazioni con chi la vive, a partire dal Direttore del Carcere, Carlo Mazzerbo, che la frequenta dal 1989: “L’isola ti strega. Il nostro cappellano diceva che a Gorgona si piange due volte, quando si arriva e quando si va via”. Se fino ad adesso per accedere serviva un permesso del Ministero di Grazia e Giustizia, dal mese di giugno anche i civili grazie a delle particolari gite organizzate potranno sperimentare sulla loro pelle quello che, prima di andare via, mi ha raccontato l’Educatore Giuseppe Fedele, tarantino, arrivato più di trent’anni fa. “Feci domanda di trasferimento immediatamente. Me ne volevo scappare. Me la accolsero due mesi dopo, ma ormai era troppo tardi perché mi ero innamorato. Secondo me c’è il mal d’Africa, ma anche il mal di Gorgona”. Chi scrive ne è vittima (tanto che da lunedì alle 19.45 racconterò Gorgona sulle frequenze di Radio3 Rai per tutta la settimana). A voi non resta che sperimentare (per credere).

Questo articolo è uscito oggi sul Tirreno nella mia rubrica “A proposito di Lucca”. 

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