A proposito di Lucca – fra aste, mercati e mercatini

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Una Mercedes nera, uno specchio dalla sontuosa cornice in legno lavorato, una giacca azzurra e decine di tazzine di porcellana, brocche in cristallo, coppe di metallo. E, ancora, scarpe, jeans, tacchi a spillo, biancheria intima e una cuccia per cani.

In fondo alla sala, che è una sovrapposizione di quadri, tappeti e anticaglie, sta in piedi un uomo di sessant’anni, visibilmente accaldato. Ha una lunga barba incolta, indossa un completo grigio un po’ largo; sottolinea impassibile le caratteristiche dell’oggetto (una gru rilevata da un’azienda edile fallita) messo all’incanto: “Un articolo davvero interessante – commenta, con un accento marcatamente garfagnino? -. Nessuno offre diecimila euro?” domanda alle quaranta, forse cinquanta persone che davanti a lui parlottano, si sventolano giornali in faccia, indicano chi un comodino, chi una sedia in paglia. “Nessuno?” insiste l’uomo, poi un braccio si alza, e allora l’asta riprende: diecimila cento, diecimila duecento, diecimila trecento euro.

La battaglia è fra un uomo con una maglietta blu e una donna dalla polo rosa (che poi la spunterà); sembra di stare dentro uno di quei programmi sulle aste che ultimamente spopolano in televisione. Invece siamo in un capannone dal soffitto basso zeppo di roba da comprare a qualche chilometro dal centro storico, in viale San Concordio; è l’appuntamento quindicinale con l’asta giudiziaria (la prossima sarà il 7 giugno). Duplice il desiderio di chi ho intorno: c’è chi è qui per provare l’ebrezza di puntare – una manciata di euro per dei vasi in terracotta, qualche decina di migliaia per una casa in periferia – e chi invece mira a “fare l’affare”. Obiettivo che, con modalità diverse, si ripropone identico dall’altra parte della città, al Foro Boario, dove l’Associazione LuccaInvita – capitanata da Anna Cristina Bono, Antonella Donatelli, Vinicio Sebastiani e Cecilia Iacopetti –, organizza quel delizioso Mercatino, che è in realtà un inimmaginabile crocevia di storie personali. Ogni banchetto in esposizione racconta la storia di chi lo organizza: tutto parla del proprietario, dagli oggetti in mostra al modo in cui sono stati esposti. E dire che soltanto un paio di anni fa il Foro Boario era un posto squallido, fatto di fango e di cattivi odori, da cui tutti quanti si tenevano alla larga; adesso, invece, a passeggiare per le ordinate file dell’esposizione, sempre a caccia dell’affare e con l’aria di chi la sa lunga, ci sono membri di ogni tipo di lucchesità: le professoresse del Liceo Vallisneri che si aggirano di prima mattina a caccia di bigiotteria a basso costo; le commesse di Via Fillungo che invece rovistano in enormi, coloratissimi, mucchi di abiti e sciarpe; l’ingegnere che vuole spendere poco ed è alla ricerca di un soprammobile “curioso” per il nuovo studio; la coppia di venticinquenni che va a convivere e non ha nemmeno un quadro da appendere alla parete. Nel marasma la Lucca borghese e benestante si perde, forse perché non esiste più, e intanto c’è chi grida proponendo Sconti sui servizi d’argento! Sconti!; un noto negoziante del centro storico espone le sue rimanenze di magazzino perché “in negozio non le posso mettere”; dei ragazzi tirano fuori da una Punto una decina di Lettera 32; una donna sistema ordinatamente su un pezzo di velluto verdone delle borse firmate: “appartenevano alla mia collezione, ma adesso non me ne faccio più niente, non ho figli e mi dispiaceva di buttarle, meglio venderle. Sa, visto il momento…”. E così, in questo frammento di umidità e di cemento, a pochi passi dal centro, in un carnevale di affari e di fregature, viene fuori, esattamente come accade all’asta di San Concordio, la moderna lucchesità. Quella che si adegua alla crisi comprando a basso prezzo, ma soprattutto che cerca di tirare avanti vendendo.

Questo articolo è uscito ieri nella mia rubrica su Il Tirreno, A proposito di Lucca.

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