Tutto, niente

Quel maestro che si chiama Manlio Cancogni

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“La carriera dello scrittore italiano ha tre tempi: brillante promessa, solito stronzo, venerato maestro” constata Alberto Arbasino in quella che, purtroppo, sembra essere diventata la sua massima più celebre. E allora, se le quotazioni editoriali dei soliti stronzi paiono in ingiustificata ascesa, i venerati maestri volgono naturalmente all’estinzione. Si contano sulle dita di una sola mano, e fra questi non si può trascurare Manlio Cancogni, vincitore del premio Strega nel 1973 con Allegri, gioventù e del Viareggio nel 1985 con Quella strana felicità.

Domani Cancogni compirà novantotto anni, e negli ultimi settanta non ha mai abbandonato la penna: ha pubblicato più di trenta romanzi e scandagliato la società italiana, adesso raccontandone l’anima infetta – lo fece nel 1956 quando su L’Espresso svelò la prima tangentopoli italiana – adesso passandone al setaccio, con il proverbiale sguardo disincantato, il côté letterario. Per lungo tempo il suo nome è stato dimenticato, ma fortunatamente l’editore romano Elliot negli ultimi anni ha restituito alle stampe con regolare cadenza i suoi romanzi. Quest’estate è il turno de Signor Tenente (pp. 192, € 18,50), edito per la prima volta da Einaudi con il titolo La linea del Tomori nel 1966, quando vinse anche il Premio Bagutta. “Non volevo partire per la guerra, e allo stesso tempo però non avevo voglia di imboscarmi, di fare la figura del vigliacco. All’epoca poi avevo anche l’idea che bisognasse prendere quello che la vita dava” scrive Cancogni nell’inedita prefazione al testo. “Volevo dare al mio racconto – continua – una certa angolazione, che ne facesse non un libro sulla guerra, ma il racconto di come si arriva in guerra; non un addio alla guerra, piuttosto un’andata in guerra, la storia di un ingresso nel proprio destino”. Ed è quello che accade al protagonista Silvio, spedito contro la sua volontà al fronte greco-albanese, verso una battaglia che non considera sua, per un Paese di cui non si è mai sentito parte. E lì, in attesa che qualcosa accada, paralizzato nei ritmi della trincea, Silvio – antieroe borghese allo stile di Cancogni, che da sempre ama i rammolliti e i traditori, gli unici in grado di aspirare a un cambiamento – intravede qualcosa che non aveva mai avvertito prima. Netto è il richiamo alla poetica del sublimine, inaugurata dallo scrittore versiliese nel suo più bel romanzo, Azorin e Mirò, e affrontata anche ne La Cugina di Londra (Elliot, 2011). In fondo, “Le cose in genere sono oggetti che noi percepiamo genericamente, opacamente, in vista dell’uso da farne, non per quel che sono. Ma a tratti, in certi momenti speciali, quando la nostra attenzione si allenta, emergono chiare e nette, oltre la soglia della coscienza pratica, rivelando quel che sono in se stesse, per sempre”.

Questo articolo è uscito sull’edizione WE di Pagina99 il 5 luglio

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