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Moda AAAfricana


Ladene Clark

 

Un antico proverbio africano ammonisce: “il cuore dell’uomo non è un sacco dove chiunque possa mettere mano”. Si potrebbe dire lo stesso del guardaroba femminile, difficilmente incline a lasciare entrare in modo acritico nuovi stilisti e trend. Eppure, da quando il glocal allo stile di Dolce&Gabbana, l’ecologico-vegan di Stella McCartney, il super raffinato di Valentino e il made in China di Burberry hanno cominciato a stufare, si è creata la predisposizione mentale (e lo spazio fisico nell’armadio) per fare largo a nuove firme.

Non c’è niente di meglio, allora, di intercettare quel mercato silenzioso e in grande fermento che parte da latitudini inaspettate per trasformare le fantasie di lunghi abiti in chiffon, così come quelle di tute in rayon e di scamiciati in cotone. Protagonisti diventano allora stilisti che arrivano dal Sudan, dal Ghana, dalla Nigeria, dallo Zimbabwe e si mostrano al mondo nelle fashion week dedicate nei loro Paesi, ma anche in quelle organizzate in autunno a New York (dal 4 settembre) e a Londra.

Orientarsi in questo sistema fashion fatto di galassie dalle alterne fortune non è affatto semplice, ma si può cominciare dalla ghanese Catherine Addai, direttrice creativa e stilista del marchio Kaela Kay, che propone delle stravaganti composizioni (sempre in bilico fra l’ultrachic e il cafonal) in grado di sovrapporre le classiche stampe geometriche a provocanti inserti jungla. “Quello che cerco di fare – spiega Addai – è di partire dall’Africa, che è di fatto la mia prima ispirazione, per poi aprirmi al mondo e alle sue influenze. Non avrebbe senso lavorare in altro modo. Vedo la cultura africana come un lago da cui si abbeverano in molti. Il mio tentativo adesso è quello di produrre mix originali”. Simile la prospettiva di Fenix Couture, emblema del melting pot: a fondarlo è stata nel 2009 Josephyn Akioyamen dopo aver studiato fashion tanto a Lagos quanto in Canada, al George Brown College di Toronto. “Le mie fonti di ispirazione – commenta la stilista – sono tutte legate alla natura, e il mio sforzo maggiore è quello di creare dei capi versatili e femminili, che comunichino sensualità e lusso. Sono nata a Lagos e fin da quando ero bambina mi incantavo con i colori del mio Paese, facevo vestiti alle mie bambole e per me stessa ispirandomi ai tramonti e agli animali. Arrivare a vendere adesso i miei abiti è un sogno”. E sogni sono anche quelli che lei mette in scena nelle sue collezioni, dove tessuti dai colori sgargianti e dalle fantasie appariscenti creano look sorprendentemente eleganti a dimostrazione che il fucsia può essere perfetto insieme al turchese, e il giallo limone si accoppi con successo vicino al verde anguria e al bianco latte.

Azzardi di geometrie e sfumature sono anche quelli di Thembeka Vilakazi che, dopo essersi laureata nel 2005, ha fondato il marchio Yadah Exclusive Designs, proponendo abiti classici con gonne a ruota e vestiti che, ci scommettiamo, nei prossimi anni verranno notati dalle major. “Credo nei dipinti africani – spiega la stilista a pagina99 -, negli accessori fatti a mano che riescono a fondere con creatività i colori e le rispettive luci. La mia ispirazione viene dalla cultura e dalla musica africana, forse anche per questo non mi sono mai interessata a guardare gli stilisti europei o quelli americani. La nostra moda è diversa, vibra per quello che rappresenta. E io ogni volta provo con i miei abiti a testimoniare l’unicità del nostro Paese”.

 

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Ambizioni e riuscite diverse per il giovane brand Shakare Couture, inaugurato nel 2012 da Ewemade Erhabor-Emokpae che propone cortocircuiti a base di pezzi vintage e atmosfere africane. Un esempio? Gonnelloni dalle stampe di leopardi e occhialoni a punta direttamente dagli anni Cinquanta. Uno stile molto apprezzato dai blogger africani che popolano la rete e si fanno notare sempre più dai network mondiali, tanto che anche The Guardian ne fa una classifica: per noi i più interessanti sono iseeadifferentyou.tumblr.com dove tre ragazzi di Soweto fotografano in giro per l’Africa gli stili più interessanti e onenigerianboy.com per la moda maschile (da notare le camice). Da non sottovalutare il ruolo di ambasciatrici della moda africana operato dalle it-girl allo stile di Marian Kihogo, che passa da Johannesburg a Londra con la stessa facilità con cui noi beviamo un caffè ed è nota per i suoi look appariscenti, o dalle nascenti modelle come Ladene Clark o Adesuwa Aighewi, che compaiono con frequenza regolare sulle passerelle più importanti. In ogni caso, è fondamentale ricordare che lo stile africano ha delle personalissime regole e i risultati non sempre sono vincenti. Si capisce nettamente studiando il percorso creativo di African Fashion Today (AFT), che ha sede a Berna e propone (orride) maglie fluo su pantaloni di pelle o abitini ricamati che sembrano usciti (purtroppo) dagli anni Settanta. È necessario dunque molto buon gusto, come deve ben sapere il gotha dello stile internazionale che all’Africa si ispira di sovente. Se nell’arte, il continente ha influenzato Matisse e Picasso, nella moda il principio è con Monsieur Christian Dior che nel 1947 presentò al mondo due abiti destinati a far discutere: Jungle e Afrique. La melodia africana esplose nel 1967, quando Yves Saint Laurent con la collezione Bambara portò alla ribalta maxi bracciali e collane in ebano, mini abiti a fiori, cappe e vestiti decorati con perline e conchiglie. Nello stesso tempo anche Valentino dava alla savana – con capi stampati in stile giraffa e zebra – il diritto di sfilata e di fotografia (celeberrime ancora oggi le foto di Mirella Petteni in posa per Gian Paolo Barbieri). Con fortune alterne, lo stile africano è sopravvissuto agli ultimi quarant’anni, ma il 2014 è senza dubbio un’annata fortunata, tanto che per quest’estate l’Africa style, naturalmente rielaborato in chiave chic, è abusato da Emilio Pucci (che nelle ultime collezioni pare ossessionato da questo tipo di stampe, tanto da risultare un tantinello noioso) e molto presente nella passerella di Valentino, che ha proposto donne in completi geometrici dai colori sgargianti. Ma non è finita: Céline ha avanzato maxi completi rossi con gigantesche macchie nere, Marc Jacobs elegantissime borsette in pelle da stampe poco equivoche, Missoni eleganti monospalla in colori scuri impreziositi da grossi bracciali in osso.

Fra contaminazioni e presenze, pare dunque impossibile non registrare il crescente interesse verso l’Africa e i suoi talenti, dovuto anche al moltiplicarsi di fashion stylist e vip afroamericani che tendono a preferire le sorprendenti atmosfere africane ai banaleggianti classici statunitensi-europei. Insomma, per sintetizzare con un altro proverbio africano di fresca coniazione: “il guardaroba di una donna non è un posto dove chiunque possa introdurre un vestito”. Stilista (africano) avvisato, mezzo (fashion designer nostrano) salvato.

 

 

MARIAN KIHOGO copy Hannan Saleh

Questo articolo è uscito sabato 12 luglio su Pagina99

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