A proposito di Lucca

Se Maometto non va alla montagna…

hand-in-handQuesta è una storia lucchese. Una di quelle storie che quando le ascolti pensi: davvero? E quando scopri che sì, è andata così, ti sembra ancora più follia che realtà.

Questa è una storia lucchese – non perché lucchesi sono i protagonisti o perché si svolge a pochi passi dal centro storico -, bensì perché l’ingegno messo in atto, e ancor di più la lucida raffinatezza applicata, sono tipiche del lucchese in estinzione: quello un po’ colto, un po’ egoista, uno attento alle apparenze, ma ancor di più alla qualità della vita (soprattutto se è la sua). Questa storia, dicevamo, racconta di Francesca e Mario che sono sposati da quarant’anni e hanno due figli. Per anni la famiglia ha girovagato per l’Italia: Mario, che da qualche mese è in pensione, ha fatto carriera in finanza seguendo pedissequamente tutti i trasferimenti che gli sono stati proposti negli anni e portandosi dietro la famiglia a mo’ di pacco postale da Napoli a Orvieto, passando per Mestre e per Cuneo. Negli ultimi venticinque anni, pur non essendo lucchesi, i due hanno abitato in una bella villetta a Sant’Anna, con un grande giardino per il cane e due spaziose camere-studio per i rispettivi figli.

Ma, adesso, le cose stanno per cambiare. Fra pochi mesi anche Francesca, insegnante in una scuola media, andrà in pensione e i due per l’occasione hanno in mente di riprendere in mano le rispettive vite. “Vogliamo ricominciare a fare quello che ci pare” mi spiega Francesca, che non ha mai amato le mezze misure. La conosco da quando sono bambina, perché è una di quelle amicizie di famiglia antiche che si perdono nei tempi. “Cioè?” domando. Le parole di Francesca lasciano pochi dubbi: “Ogni mattina, quando io e mio marito ci svegliamo, ci domandiamo fino a quando durerà questa storia”. La storia altro non è che la realtà in cui Francesca e Mario sono costretti a vivere: piatti sporchi lasciati la sera alle dieci nella cucina riordinata da poco, calzini sporchi mollati in qualsiasi punto della casa, trentenni che si presentano a ogni ora del giorno o della notte. Non sarà elegante dirlo, ma sono circa diciassette anni che Francesca e Mario sono ostaggio dei loro figli. Di Sebastiano, che ha appena compiuto trentasette anni, e Simona, che a Natale ne festeggerà trentacinque. I due sono entrambi laureati e hanno un buon posto di lavoro a tempo indeterminato, ma non si decidono a lasciare la casa di famiglia per andare a vivere autonomamente. E dire che il tempo per abbandonare il nido sarebbe trascorso da un pezzo…

“All’inizio pensavo basta che se ne vadano!” sbotta Francesca. È evidente che stia recitando la parte della madre esasperata, è evidente che stia esagerando, però nei suoi occhi – sotto lo sguardo buono e ingannevole della matrona chioccia che da una parte rivuole la sua indipendenza, dall’altra non può allontanare i suoi piccoli – intravedo qualcosa che ho già trovato negli occhi delle madri di tanti miei amici (la mia è stata esentata da questa pena soltanto perché sono andata via di casa a 18 anni). Si tratta del desiderio profondo, e reale, di riacquistare la propria indipendenza. Diciamocelo, va bene che i figli sono benedizioni, che ti riempiono le giornate, che sono fonte di grandi soddisfazioni, che saranno il bastone della vecchia, ecc. ecc., ma pensare che per i successivi trent’anni al parto saranno onnipresenti nelle tue giornate – pretendendo vitto e alloggio, oltre a paghette settimanali che con il tempo si trasformano in veri e propri stipendi – deve essere qualcosa di più angosciante di un mutuo. In fondo, se vinci alla lotteria il mutuo lo estingui, ma con un figlio cosa fai? “Fai – mi spiega Francesca, raddrizzandosi sulla schiena e assumendo un’aria professionale – che cambi casa”. La guardo interrogativa. “Noi abbiamo l’età per fare i nonni, mica per continuare a fare i genitori! E siccome loro non se ne vanno abbiamo deciso che ci trasferiamo noi. Abbiamo comprato una casa che ha rigorosamente una sola camera da letto e abbiamo cominciato ad arredarla come se fosse la prima. È stato un bel divertimento, e pensare che dal prossimo mese, quando mi alzerò, non dovrò preparare la colazione per quattro mi fa stare bene”. Oltre che risparmiare.

Questo articolo è uscito ieri su Il Tirreno nella mia rubrica “A proposito di Lucca”

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